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Il Novecento di Achille Occhetto, ottuagenario alla ricerca della libertà e di un nuovo umanesimo per il futuro

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“Una sinistra seria, a mio parere, oggi dovrebbe ritornare a una grande predicazione di massa come nel primo socialismo dell’Ottocento, per cambiare la testa della gente, altrimenti è chiaro che vincono i populisti”. Così Achille Occhetto apostrofa la propria parte politica, nella quale confessa di vedere ormai ben poco ‘di sinistra’. E poi aggiunge: “Francesco è l’unico uomo di sinistra rimasto”. Gli si potrebbe ribattere che la confusa e frammentata compagine del presente è, se non certo figlia, almeno pronipote della svolta da lui voluta alla Bolognina. Se non fosse che Occhetto conclude che ciò che serve oggi all’Italia, ma forse non solo, è “non una finta rottamazione, ma una vera e propria rigenerazione della classe politica, della quale siano protagonisti i giovani”.
Insomma questo ‘ottuagenario’, come egli stesso si definisce nel titolo del volume presentato lunedì pomeriggio alla biblioteca Ariostea – nell’ambito del ciclo sulla libertà organizzato da Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – ‘Pensieri di un ottuagenario. Alla ricerca della libertà nell’uomo’ (Sellerio), dichiara apertamente chiuso un ciclo, quello della politica del Novecento: è ora di “trovare un modo nuovo di organizzare le coscienze politiche”.

Non a caso, nella sua introduzione, il direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara, Fiorenzo Baratelli, ha definito Occhetto “un uomo politico colto, che ha sempre studiato, specie oggi rara” e questo nuovo libro dell’ultimo segretario del Pci “un tentativo riuscito e rigoroso di fare un bilancio di questo “secolo grande e terribile”, per usare un’espressione gramsciana”: un bilancio che parte dalla propria esperienza, ma che “va oltre la sua persona per trarre considerazioni più generali”. Secondo Baratelli questo viaggio alla ricerca della libertà, fra passione politica e classici filosofici, si svolge con tre principali punti di riferimento: i condizionamenti posti “a una libertà che non è assoluta” (sia in senso positivo sia in senso negativo); “la pluralità interna ed esterna al soggetto”; la “comunità come vivo operare di intersoggettività”.

“Siccome non sono Renzi, non vi prometto niente”, scherza Occhetto, che spiega: “nel mio libro non ci sono verità, c’è un modo di pensare”, “è un thriller politico, perché questa libertà, che non è solo politica ma è la libertà dell’uomo, la afferro poi la perdo e la ritrovo, ma scompare di nuovo”. Il suo, afferma ancora il leader politico italiano, è un libro “contro l’idea di politica ridotta a un twitter e al pensiero corto”, al quale preferisce “la politica dei pensieri lunghi” di ‘berlingueriana’ memoria.
Archiviato il referendum sulla riforma costituzionale di dicembre come una “battaglia politica” fra due schieramenti ugualmente “imbecilli” che nulla ha avuto a che fare con la democrazia, Occhetto lancia l’allarme sul vero problema: “in Italia e nel resto del mondo stiamo vivendo una profonda crisi della democrazia” e all’orizzonte si affaccia “il rischio di una nuova forma di autoritarismo”, che non ha nulla a che fare con quelli del Novecento. A suo parere quindi bisogna “reinventare la democrazia” partendo da due questioni fondamentali: il rapporto fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e la “mancanza di democrazia economica, con uomini che non sono eletti da nessuno che stanno decidendo le politiche economiche”.
“Oggi – sottolinea infine Occhetto – dobbiamo affrontare sfide globali, come pianeta terra, dalla questione ambientale a quella della diseguaglianza a quella demografica, nessuno le può affrontare singolarmente”, per questo dobbiamo pensarci come “cittadini del cosmo” e allo slogan “America first!” dobbiamo rispondere “Umanità first!

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