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Il padre scomparso e l’orrore dello sterminio sempre presente

Non è uno dei tanti libri sulla tragedia degli ebrei nei campi di concentramento nazisti quello scritto da Marceline Loridan-Ivens, nata Rosenberg, classe 1928. È una storia diversa, potente, sconvolgente, profondamente umana. A porgermela è una cara amica: mi sa attenta a ogni forma di sofferenza e di amore, al mondo e alla sua storia, che spesso purtroppo si alimenta di orrore. Sa che, pur non essendo ebrea, mi sento in profonda empatia con il popolo ebraico. Che considero l’aberrazione dei campi, la forma peggiore di abominio (che nulla ha di umano), oltre il confine di ogni possibilità di comprensione.
padre-scomparsoQuesto ‘libricino’ (tale unicamente per le sue dimensioni) “E tu non sei tornato”, raccoglie fragili memorie tracciate in forma di lettera al padre, lascia il segno di un amore paterno immenso, il marchio a fuoco, indelebile, di un legame con un genitore che va aldilà dello spazio e del tempo, di una donna che ha vissuto perché lui voleva che lei vivesse. Un libro che imprime una forza che supera e contrasta la cattiveria e la bestialità dell’essere umano, una disperazione che aiuta a sopravvivere. Nell’aria gelida e sotto un cielo incurante di quanto stava accadendo.

Tutto inizia a Nancy, in Francia, nel 1944, quando la quattordicenne Marceline, figlia di negozianti ebrei polacchi, viene catturata, dalla Gestapo, con il padre Salomon e trasferita prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Bergen. Futura matricola 78750. Al momento della deportazione il padre le sussurra “tu ritornerai perché sei giovane, io non ritornerò”. Quelle parole resteranno sempre con Marceline, saranno il suo sprone, la sola molla di sopravvivenza, la sua unica forza e linea retta, perché l’amato padre voleva così.

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Marceline Loridan-Ivens, autrice di ‘E tu non sei tornato’ Bollati-Boringhieri, 2015

Da un campo all’altro, su treni e con la morte di fronte, la ragazza sopravvive, con una lettera in tasca arrivata in qualche modo dal padre mentre era assegnata ai lavori forzati. La parola papà è per Marceline ancor oggi impronunciabile. “Quando sento dire papà, sussulto, persino settantacinque anni dopo, anche se viene detto da qualcuno che non conosco. Quella parola è uscita dalla mia vita così presto che mi fa male, riesco a pronunciarla soltanto nel mio intimo. Non riesco a dirla né a scriverla”.
Nel suo messaggio il padre la spronava a vivere, a resistere, parole comuni dettate dall’istinto, le sole rimaste agli uomini di buon senso che non vedono un domani. La ragazza si era raggelata dentro per non morire, con una mente che, in mezzo a tanto odio, si può solo contrarre, con un futuro che dura al massimo pochi minuti, con la perdita di coscienza del chi, del dove si fa, dei perché. Marceline confessa al genitore che “la tua lettera era arrivata troppo tardi. Probabilmente parlava di speranza è d’amore, ma non c’era più umanità in me… Ero al servizio della morte. Le tue parole sono scivolate, se ne sono andate, anche se devo averle lette parecchie volte. Mi parlavano di un mondo che non era più il mio. Avevo perduto ogni riferimento. Bisognava che la memoria venisse distrutta, altrimenti non sarei riuscita a vivere”.
E in effetti questa ragazza ritorna, come papà voleva. Ma a quell’incubo non si sfugge più. E talvolta contagia persino chi nei campi di concentramento non è stato, come i due familiari di Marceline che si sono dati la morte per sfuggire ai ricordi. Perché, dopo quel buio e quelle tenebre, è difficile ritrovare un proprio posto nel mondo.

Marceline Loridan-Ivens, E tu non sei tornato, Bollati-Boringhieri, 2015, 112 p.

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