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Alexander Hamilton, l’eroe dimenticato della rivoluzione americana

IL PERSONAGGIO
Alexander Hamilton, l’eroe dimenticato della rivoluzione americana

Tempo di lettura: 5 minuti

di Francesco Ruvinetti

Chi era Alexander Hamilton?  Hamilton fu uno dei più influenti e geniali dei Padri Fondatori americani: come scrisse Charles Beard: ‘il genio colossale’ che creò il nuovo sistema istituzionale ed economico americano e “dispiegò quella penetrante saggezza che lo pose tra i più grandi statisti di tutti i tempi”.

Nato nell’isola di Nevis, nelle Indie occidentali, nel 1755, da padre scozzese e madre francese, rimase solo all’età di 13 anni riuscendo comunque a farsi notare per le sue grandi doti intellettuali. Nel 1774 il reverendo presbiteriano dell’isola promosse una raccolta di fondi e fu inviato a studiare a New York dove arrivò nel 1774 all’età di 17 anni. Nel 1776, dopo aver frequentato gli studi al King’s College si arruolò volontario nella guerra che seguì contro l’Inghilterra e gli fu dato il comando di una compagnia di artiglieria. L’anno successivo fu chiamato da George Washington nel suo staff con il grado di Tenente-Colonnello. Da quel momento iniziò una collaborazione tra i due che si concluse solo con la morte di Washington nel dicembre del 1799.

L’esperienza in guerra e le intense letture che riprese durante gli anni della rivoluzione lo convinsero della necessità di una Convenzione nazionale di tutti gli stati coloniali per approvare una nuova Costituzione e un nuovo governo in luogo della inefficiente confederazione eretta nel 1776. Nel 1781 Washington gli diede il comando di tre battaglioni che dovevano assaltare all’arma bianca una delle due postazioni degli inglesi, mentre il francese Marchese di Lafayette provvedeva alla seconda. In pochi giorni, a Yorktown, la battaglia fu vinta ed Hamilton acquisì la fama di eroe della rivoluzione.

Nel 1786 in un meeting ad Annapolis, convocato per discutere della regolazione del commercio alla presenza di soli 5 dei tredici stati, dopo una discussione che aveva evidenziato i numerosi difetti del Governo Federale, gli fu affidato il compito della stesura del documento conclusivo. In esso egli chiese che fossero nominati, da tutti gli stati, “commissari per incontrarsi a Filadelfia il secondo lunedì del prossimo mese di maggio per prendere in considerazione la situazione generale degli Stati Uniti, e per approntare quelle misure che saranno ritenute necessarie per rendere la Costituzione del Governo Federale adeguata alle esigenze dell’unione”.

Fu così che per rendere la costituzione del governo federale adeguata all’intero territorio degli Stati Uniti si riunirono nel maggio del 1787 cinquantacinque delle migliori menti del tempo e nacque una Costituzione “immortale” che è rimasta praticamente tale dal 1787, con una popolazione di 3 milioni e 900 mila abitanti, ad oggi, con oltre 325 milioni.

A Filadelfia Hamilton fece un grande discorso che durò oltre 5 ore e impegnò tutta la giornata della Convenzione, ma il meglio di se egli lo diede una volta formato il governo e nominato, da Washington, segretario al Tesoro. In quella veste egli avviò una serie di riforme finanziarie volte a stabilizzare le finanze della nazione, ristrutturare i suoi debiti, creare la prima Banca Centrale degli Stati Uniti, stabilire un corrente e stabile dollaro e una base monetaria. Grazie a quelle riforme i governi degli stati, in competizione con il governo centrale, procedettero a creare più e più banche e altri tipi di corporazioni che innescarono uno sviluppo tra i più forti di tutta la storia americana e la inserirono nel contesto dei grandi imperi dell’Atlantico. Nel 1791 presentò al Congresso, dopo il debito e la banca, il terzo dei suoi rapporti, quello sulle manifatture, che insieme alle finanze fu alla base del nuovo sistema che, malgrado tutti i tentativi di demolirlo, diede vita all’America moderna.

Contemporaneamente elaborò una nuova scienza del governo e tutte le astratte teorie dell’Europa e degli illuminismi con Hamilton divennero realtà. I suoi principali ispiratori furono, oltre ai giusnaturalisti, David Hume con la sua ‘History of England, gli Essays e i Political Discourses’, James Steuart con la ‘Inquiry into the Principles of Polical Economy’, ai quali aggiunse Adam Smith, di cui tuttavia non condivise la politica del laissez-faire (this favourite dogma) e Jacques Necker. Ad essi aggiunse una vasta conoscenza della legge che aveva appreso nell’esperienza di avvocato negli anni dal 1783 al 1787, la quale, insieme alla grande preparazione istituzionale, economica e finanziaria, gli consentì di superare nella teoria e nella pratica tutti i suoi maestri.

Nel corso degli anni novanta egli si scontrò con gli apologeti della rivoluzione francese. Una rivoluzione che per il modo con cui era stata costruita non poteva non trasformarsi in un dispotismo di “un Mario, un Sylla o un Cesare”. Il popolo americano era “ricorso a una rivoluzione del Governo, quale rifugio dalla violazione dei diritti e privilegi precedentemente goduti, non un popolo che ha cercato un radicale e intero cambiamento”; mentre quello francese aveva introdotto “innovazioni più grandi di quelle che consistono nella reale felicità della nazione”.

Quella americana fu l’unica rivoluzione ad avere successo nella storia e l’insegnamento di Hamilton e della sua arte del governo rimane ancora oggi, in un mondo di mediocri statisti, di grande attualità.

Della vicenda di Hamilton si occupa Francesco Ruvinetti nel suo ultimo libro che ha per titolo: “Alexander Hamilton e l’arte del governo” (Europa Edizioni) [clicca qui]

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