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Il peso delle parole

Le parole hanno un peso, una storia, una loro precisa collocazione nel contesto di una frase, di un testo, della vita delle persone.
Puttana, violenza, aggressione, sono tre termini che ricorrono nella vita di tutte le donne, traducibili in ogni idioma esistente, applicabili a ogni stato socioeconomico, declinabili all’infinito e sempre portatori di una valenza negativa.
Dominio, potere, controllo, sono tre termini che ricorrono nella vita di tutti gli uomini, anche questi sono traducibili in tutte le lingue, sono ugualmente applicabili a ogni stato socioeconomico, sono declinabili all’infinito, ma la loro valenza può essere varia, non necessariamente negativa.
Il peso delle parole è uguale al peso delle azioni e, applicando questo assioma al fenomeno della ‘violenza sulle donne’, lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi è spaventoso. Per i numeri sciorinati, che pure sono importanti (nel 2014 il 31,5% delle donne ha subito violenza fisica e una percentuale che nemmeno l’Istat può calcolare con precisione, ma che si aggirerebbe intorno al 64%, ha subito violenza psicologica), ma soprattutto perché ci muoviamo in un mondo palesemente violento e violentemente giustificato.

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Capire il fenomeno della ‘violenza sulle donne’ non è cosa semplice, da decenni ci si impegnano sociologi, psicologi, scienziati di ogni sorta e le risposte sono eterogenee, spaziano dalla crisi dei ruoli familiari a quella economica, passando per la fisiologia e la sociodinamica. Ma mentre gli scienziati studiano e i governi glissano, ogni cinque minuti una persona – che potrebbe essere nostra sorella, nostra amica, nostra figlia – subisce una forma di violenza perché donna. E non c’è centro antiviolenza, casa famiglia, centro studi sulla donna, ministero o corpo di polizia che possa farci venire a capo di questo fenomeno.

“Per affrontarlo in maniera realistica, efficace, bisognerebbe condurre una rivoluzione culturale. L’alternativa sarebbe ritornare indietro del tempo all’epoca della caverna e della clava. Lavorando da lì si potrebbe ricostruire un equilibrio corretto nel rapporto fra uomo e donna”, ha detto Francesco, operatore del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Ferrara. Lui, Laura e Alessandra sono impegnati da tempo ad accogliere uomini che hanno praticato violenza, che hanno percepito la necessità di capire se stessi e trovare una soluzione a un problema che – alla meglio – coinvolge la vita di tre persone: l’uomo, la sua vittima e chi è loro accanto, sia esso un figlio, un parente o un amico. Senza valutare le implicazioni sociali della questione.
“Noi lavoriamo molto sul modo in cui la donna viene percepita, sia nei rapporti di coppia che proprio all’interno della società. Il problema è che la figura della donna nella nostra società quasi sempre risponde a dei modelli imposti e anche gli esponenti di rilievo del mondo femminile spesso ricalcano e presentano la loro adesione a tali modelli”. Modelli ovviamente imposti da maschi.

Nel giorno della quarta edizione di “One Billion Rising”, manifestazione planetaria contro la violenza di genere, vale la pena raccontare un pezzo di questa realtà da un punto di vista che definirei insolito, non per la sua stessa esistenza, ma perché non è praticamente mai oggetto di narrazione e riflessione: quello di chi la violenza sulle donne la vive per interposta persona, attraverso i racconti di chi la attua. Il Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Ferrara fa parte di un network di centri di ascolto e sostegno, che dal 2013 si occupa di accogliere gli uomini che hanno comportamenti violenti nei confronti delle loro compagne o ex compagne.
“Il Centro di Ferrara prende a modello Alternative to Violence, centro che opera a Oslo dagli anni Ottanta. I fondatori della scuola, docenti ai corsi di formazione che abbiamo seguito, ci hanno raccontato di come la loro esperienza sia nata grazie al rapporto e allo scambio con il percorso femminista in Norvegia e che, anche se oggi c’è una realtà molto grave per numero di episodi di violenza, lì c’è una grande consapevolezza circa la necessità della denuncia personale alle autorità competenti, ma anche della denuncia sociale. Gli episodi di violenza ci sono ovunque, ma nei paesi del Nord Europa viene riconosciuta come cosa da denunciare, nel nostro Paese si tace a livello personale e si giustifica a livello sociale. Siamo figli di un percorso culturale molto diverso”.

Fra il novembre 2014 e ottobre 2015 si sono rivolti al Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Ferrara 35 uomini, di questi 19 hanno iniziato il percorso proposto dagli operatori. Il primo passo è una telefonata. “Solitamente chiamano uomini che sono stati abbandonati dalla compagna-vittima, che quindi si ritrovano soli, arrabbiati e incapaci di guardare avanti. Spesso a farli arrivare qui è la volontà di riconquista della donna. Lo stesso vale per quegli uomini che si rivolgono a noi su spinta della donna, che cerca di farsi promotrice di un cambiamento. – ha spiegato ancora Francesco – Cosa li porti qui in realtà diventa marginale: per noi l’importante è poter fermare il circolo vizioso, fare in modo che la violenza cessi e accompagnare queste persone in un percorso di auto-consapevolezza. Il momento decisivo nella storia personale di ciascuno è chiamare, crediamo che sia la cosa più difficile per ognuno di loro. A seguito del primo contatto solitamente c’è un colloquio singolo, soprattutto per valutare il reale coinvolgimento dell’uomo, capire il tipo di violenza che ha agito, valutare assieme a a lui la possibilità di intraprendere un percorso. Un percorso che inizia con una serie di colloqui individuali, successivamente si arriva alla fase più significativa e spinosa: far accede l’uomo a un gruppo di altri uomini che hanno intrapreso un percorso analogo al suo. Qui egli si dovrà confrontare, imparare ad ascoltare gli altri, mettersi in gioco, sentire critiche e giudici senza subirli, prendere le proprie posizioni e difenderle senza aggredire, incominciare a comportarsi in maniera più rispettosa con se stessi e con l’altro, con le donne. In ogni incontro abbiamo sempre due mediatori, uno è donna, proprio perché così viene data la possibilità di capire qual è il ruolo e l’importanza della donna, ascoltarla, confrontarsi con lei senza partire dal presupposto donna = serie B”.

E’ lecito chiedersi se gli uomini che si rivolgono al Centro davvero riconoscono nel dialogo e nel confronto la parità? “Onestamente no, dipende dagli uomini, da qual è la loro storia”, ha raccontato Alessandra, che segue i gruppi psico-educativi con il presidente dell’Associazione, Michele Poli. “Alcuni probabilmente riescono ad arrivare a un certo punto, ad avere maggiore consapevolezza, altri fanno fatica. Il nostro obiettivo primario e comune è che si interrompano le violenze, ma sul modo di vedere la donna, di relazionarsi ad essa, a qualunque ruolo ricada, è molto più difficile. Lavoriamo sugli approfondimenti sul vissuto della persona, perché ognuno di loro è tenuto a raccontarsi agli altri, in questo modo si riesce a creare confronti costruttivi, ma la donna – in quanto tale – resta sempre il nodo da sciogliere”.

Secondo gli operatori del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Ferrara, dei 19 gli uomini presi in carico in un anno e che hanno sostenuto almeno il primo colloquio conoscitivo, 17 hanno dichiarato di aver subito o di aver assistito a violenza, soprattutto da parte del padre. “Si tratta di un dato importantissimo, tenendo presente che nella ricerca Istat del 2015 sul tema, un dato riguardava la trasmissione dei modelli: quando i bambini avevano assistito a fenomeni di violenza fra genitori, i maschi hanno perpetrato i modelli del padre, le bambine quelli della madre”. Quindi il fenomeno cresce a livello esponenziale. La rivoluzione culturale si può instillare nella società, partendo dai bambini? “E’ difficile perché per quanto si vogliano costruire diversi riconoscimenti di ruolo, resistono degli stereotipi fissi, immobili: alle bambine il ferro da stiro, ai bambini il fucile come giochi.”.

Con modelli e stereotipi così radicati diventa difficile individuare strumenti efficaci per interrompere il fenomeno. “Secondo me servirebbe più cultura femminile. Cultura al femminile: leggere le scrittrici, scoprire le pittrici, le artiste, le filosofe, far emergere un ruolo della donna che è stato nascosto per secoli. – ha detto Francesco – Questo possibilmente con la collaborazione degli uomini, che è la cosa più dura da ottenere. Da maschio posso dire che noi abbiamo molta paura delle donne, della possibilità che voi siate molto meglio di noi. E’ una paranoia, non un problema, ma è frutto di secoli di dominio, di controllo. Il maschio è innamorato del controllo e la violenza diventa l’estrema ratio di questo controllo. Quando scopro che la mia partner, che io credo che sia mia, trascende il mio controllo vado nel panico, mi destabilizzo e questo scatena la consapevolezza spaventosa della mia impotenza e quindi… la meno, per sentirmi di nuovo maschio, per sentirmi di nuovo saldo nel mio ruolo di potere, per ristabilire il mio ordine rispetto alla nostra relazione. E’ molto banale ma è così.”.

Lo strumento principale per portare a casa una vittoria sociale così importante sarebbe il dialogo. Questo termine andrebbe sostituito a controllo e potere, ma non è un fatto da poco conto. “Nella violenza il meccanismo mancante è l’ascolto. Imparare ad ascoltare, comprendere le ragioni dell’altro sarebbero passi fondamentali e risolutivi. Sembra una cosa semplice e semplicistica, ma come tutte le cose semplici risulta essere la più difficile da mettere in atto, soprattutto perché parliamo di relazioni in cui il coinvolgimento emotivo è importante”, ha aggiunto Francesco. Utilizzare il dialogo come strumento di parità e crescita è una cosa che si può insegnare ai bambini, come una buona prassi culturale di base, come imparare a scrivere. “Noi in genere facciamo lavoro nelle scuole e lavoriamo nei licei a 14, 15 anni; portiamo una riflessione sul riconoscimento della violenza, che è una cosa molto difficile poiché ammanta la cultura, il quotidiano. Non è solo fatta di me che ti sparo, ma anche di te che mi parli e io non ascolto, è la frase buttata là che discredita quello che stai dicendo o facendo, è il mio minimizzare il tuo problema perché non lo reputo come tale”. Questa è violenza e, in questo senso, siamo tutti violenti. Invece insegnare il dialogo, praticare e insegnare la comunicazione non violenta, sarebbe risolutivo. Così come risolutivo sarebbe imparare che non si ha il controllo di niente e di nessuno. “Dobbiamo imparare ad accettare l’impotenza, ma noi non siamo stati educati in questo senso, non riusciamo ad accettarci come impotenti nella relazione, soprattutto l’uomo non può percepirsi come tale. Invece è nella natura delle cose non avere il controllo, eppure questo è vissuto come un fallimento: l’impotenza cozza con quello che ci viene propinato ad ogni livello. – ha spiegato Laura – Per esempio, in una relazione un donna che non si alinea alle idee e decide di andarsene scatena l’impotenza e per l’uomo è difficile accettare di non poter aver controllo sulle sue scelte e di accettare questa impotenza come una cosa che sta nella nostra natura.”

Questa ipercitata, ostentata, a volte millantata parità può essere quindi “il problema”? “Non è il problema, ma probabilmente problematiche sono le modalità in cui essa si è realizzata e si realizza tuttora. – ha raccontato Laura – La parità è stata vissuta come un’imposizione, non c’è stata una evoluzione comune dei generi. Penso al femminismo che ha raggiunto conquiste importantissime grazie alla riflessione delle donne fra di loro, ma non sono frutto di una comune evoluzione della comunicazione fra uomini e donne. I traguardi di parità e integrazione raggiunti non sono stati il frutto di richieste fatte da uomini e donne, assieme, in maniera condivisa. Sono state in qualche modo “imposte” all’universo maschile e non riconosciute necessarie da parte degli uomini. Questi accettano la regola della parità, ma non avendola partecipata non è detto che la rispettino. La parità della donna, della sua figura nel sociale, dovrebbe essere vista come conquista anche da parte dell’uomo, finché questo non la vedrà come una conquista anche per se stesso rimarrà imposizione e quindi potrà ancora portare all’espressione dell’impotenza, che si traduce quasi automaticamente in violenza.”

“Qualcuno non ce la fa a sostenere il confronto e quindi non ce la fa ad agire il cambiamento. – conclude Alessandra – Altri fanno un percorso magari doloroso e lungo, ma ad un certo punto la consapevolezza del cambiamento prende forma, fornendo una nuova visione della propria vita di relazione, anche con le donne, magari anche con la propria compagna o ex compagna”. Quindi, utilizzando le giuste parole possiamo tutti alimentare il cambiamento e la speranza.

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