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Il piccolo miracolo di un giardino in città. Conversazione con Manfredi Patitucci

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di Eleonora Rossi

Incontro con Manfredi Patitucci, che dal 7 novembre al Wunderkammer condurrà “Piantala! Garden Design in 12 lezioni”

Una foglia d’autunno nel taschino della giacca, un berretto di lana calda. E, sotto il berretto, occhi scuri che sorridono.
Lui è Manfredi Patitucci, garden designer, una professione verde che unisce estro e contatto con gli elementi della natura, della vita.
Con voce gentile Manfredi ci introduce nel suo mondo di piante, erbe, alberi e piccoli miracoli verdi, raccontandoci di maestri come Piet Oudolf, landascape designer, genio olandese che ha saputo creare un parco sugli ex binari dell’High Line newyorkese. Oppure accennando a Richard Mabey, cantore delle “erbacce”, a Gilles Clément e al suo “Terzo paesaggio”, l’insieme dei “luoghi abbandonati dall’uomo”: le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi quasi invisibili, come le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie. E, ancora, descrivendoci la poesia dei giardini racchiusa nell’arte di Christopher Lloyd, o gli studi di Dan Pearson, paesaggista che ricerca l’anima di un luogo.

Manfredi Paticucci

Manfredi Patitucci

Manfredi si è formato a Londra, alla Birkbeck University. Qui ha appreso la storia, la scienza e la cultura del giardino. Il disegno e la tessitura del suolo. Ha imparato a conoscere la tipologia del terreno, il clima, la quantità di luce necessaria, gli accostamenti, la disposizione sapiente di elementi vegetali e strutturali. L’arte e la filosofia sottese alla creazione di uno spazio verde, armonico.
Una materia “viva”, che Manfredi Patitucci proporrà a partire dal 7 novembre 2016 nel ciclo di incontri “Piantala! Garden Design in 12 lezioni”: “Come nasce il progetto di un giardino? Esiste un confine tra giardino e natura? Possiamo assottigliarlo sempre più? Cominciare dalle piante? Comunità vegetali tra le case?”
Appuntamento al Wunderkammer di Via Darsena tutti i lunedì dalle ore 20 alle 22 (per informazioni e iscrizioni: m.patitucci@rigenerazioneurbana.org).
Nei 12 incontri ci si soffermerà sul significato di “fare un giardino lavorando con il carattere specifico di un luogo”; sarà importante, è spiegato nel programma, “partire dalla conoscenza delle piante, lasciando che il progetto venga a galla dalla fascinazione delle loro comunità e dei loro paesaggi da cui, in fondo, noi cominciamo ad immaginare quel giardino”.
Insieme alla magia dei “Giardini illustrati” – corso di illustrazione a cura di Manuela Santini, che partirà in parallelo dal 15 novembre 2016 (tutti i martedì ore 20/23) – “Piantala!” è inserito nel progetto “Commons: beni comuni e pratiche di condivisione”, realizzato per il programma di ricerca “Rigenerazione urbana”, avviato nel 2010 dall’associazione Basso Profilo, con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Manfredi è presidente dell’associazione, che si propone di diffondere le pratiche di cittadinanza attiva, valorizzare il patrimonio locale, impegnarsi per lo sviluppo sostenibile.
Basso Profilo ha un desiderio e un intento: “rigenerare” la Darsena di Ferrara con il progetto Smart Dock, vincitore del bando dell’Istituto Beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna per il 2016. Primo passo di un disegno più ampio, che coinvolgerà il quartiere Giardino, il cui destino potrebbe essere racchiuso nel nome, le Mura a Sud-Ovest, il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-MEIS, “ampi spazi verdi continui, prospettive visuali aperte e due oggetti focali vicini, l’ex Magazzino fluviale Savonuzzi e l’ex Caserma dei Vigili del fuoco che, con i loro consorzi Wunderkammer e Grisù stanno potenziando un comune e solidale immaginario di rigenerazione urbana per una parte di città che sta cambiando”. Una sinergia incoraggiante di collaborazioni. Il consorzio Wunderkammer è un centro di irradiazione di energia positiva, con i suoi fondatori Maria Giovanna Govoni e Leonardo Delmonte, con l’associazione musicisti Ferrara di Roberto Formignani, con le associazioni Encanto e Fiumana. Sono importanti segnali di un’attenzione da parte dei cittadini, delle associazioni e dell’amministrazione: un percorso di sensibilizzazione alla gestione e riorganizzazione dello spazio pubblico del fronte fluviale.

“Si tratta di restituire l’intera città a una sua infanzia, accompagnandola a rivivere un momento iniziale di curiosità nei confronti della sua parte che duole – ha osservato Manfredi – così che un rinnovato senso di familiarità e affezione possa aver inizio e possa mettere radici”.
Un’autentica sfida per recuperare, far rifiorire un’area urbana.
Sulla scia di una singolare esperienza di cui lo stesso Manfredi è stato protagonista. Se oggi Ferrara ha il suo Bosco in città, infatti, è grazie ad un’idea condivisa con l’allora presidente del Garden Club di Ferrara Giulia Vullo: quattro anni fa il garden designer ha adottato un’area verde di 1600 mq, dietro la chiesa di San Giuseppe Lavoratore (nella zona Barco), ha sfalciato l’erba, potato, ripulito e reso agibile la porzione che gli era stata affidata. Vi ha piantato alberi di antiche varietà di frutta come gelso e melograno, poi ha restituito l’area verde al Comune. Il Garden Club, sviluppando insieme a Manfredi la combinazione di alcune idee nate durante lo studio londinese e sperimentate in quella prima esperienza ferrarese, ha successivamente abbracciato l’idea del bosco in città, dedicato al maestro Claudio Abbado, celebre direttore d’orchestra nonché appassionato di giardinaggio.
Lo sguardo di Manfredi si illumina mentre descrive la poesia di quel lembo di terra che continuerà a crescere, modulo su modulo, assecondando una logica (o una musica) spontanea.
“La Natura ci offre l’opportunità di entrare in contatto con una bellezza le cui forme non sono riconducibili a una consueta idea dell’ordine, in quanto sono dettate dalle logiche che seguono le piante. Le piante, quando vengono lasciate libere di svilupparsi spontaneamente, formano comunità vegetali di grande ricchezza. Occorre farsi mimetici di tali paesaggi”.
Dalle parole di Manfredi traspare il garbo e la cura di chi ha disegnato anche la propria professione, uno specchio nel quale riconoscersi. “Do not ask me how”, “non chiedetemi come”: così si presenta il garden designer nel suo manfredis-garden.blogspot.it, che merita certamente più di una passeggiata. “Gli studi di Architettura e i reportage fotografici mi hanno condotto in un giardino, non chiedetemi come. Forse il seme di mela piantato nella mia infanzia (sarà un albero adesso?), chissà…”.
Londra è il stato suo “viaggio”.
Dieci anni fa è partito per l’Inghilterra: in tasca la bozza di un libro di scatti fotografici con l’introduzione di una donna straordinaria come Vandana Shiva, alla ricerca di una casa editrice. Seguendo il sogno della fotografia, è approdato al suo “giardino”: “I parchi di Londra mi facevano bene quando non trovavo l’editore per il mio libro fotografico – sorride – lì ho ritrovato un’emozione, la mia passione per il disegno, unita al contatto con la natura. Ho ricominciato ad arrampicarmi sugli alberi, a osservare, ad ascoltare”. Un nutrimento per l’anima.
“Occorre imparare a disegnare non calandosi sul foglio dall’alto, ma tracciando la matita sulla carta come se si stesse seguendo il proprio passo che si avvicina al tronco di un albero e ne segue la chioma immaginandola fra venti, quaranta, cento anni – spiega Manfredi – È come una carezza: non devi studiarla. È una sensazione, un gesto”.
Di questi gesti delicati il garden designer parlerà nel ciclo di incontri al Wunderkammer. E il 21 novembre – Giornata Nazionale degli Alberi – relatore sarà l’arboricoltore Neville Fay.

Un’occasione preziosa per scoprire, con le parole dello scrittore Hector Bianciotti che “i giardini – come le poesie, la musica e l’algebra – sono una delle forme dei sogni”.

Saluto Manfredi alla fine della nostra bella conversazione. Sulla via del ritorno, scelgo una strada alberata e mi scopro a osservare con uno sguardo nuovo le piante secolari. E mentre mi avvicino a casa, una foglia s’infila nel cesto della mia bicicletta. La raccolgo tra le mani, quasi fosse una carezza dell’autunno.

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