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Il rating del buon cittadino nuova frontiera del controllo sociale

di Nicola Pavera

Attribuire ad ogni cittadino un punteggio che ne certifica affidabilità e reputazione, e che implica benefici o svantaggi. Ad esempio: chi ha un punteggio alto avrà un canale preferenziale nei controlli, ai check-in nelle stazioni e negli aeroporti e iter di accesso semplificati ai servizi; chi ce l’ha basso, sarà sottoposto a controlli sistematici e approfonditi.
E’ questo il senso del primo esperimento sociale basato sul rating delle persone. Una sorta di teoria dell’etichettamento riadattata nell’era dei social e del digital media che dovrebbe farci porgere lo sguardo alle conseguenze negative che da ciò potrebbero derivare; effetti già studiati da Howard Becker e segnalati nello scritto “The outsider”: secondo il sociologo americano il comportamento individuale si conforma alle aspettative sociali coerentemente con l’etichetta a ciascuno assegnata.

Il criterio di premialità si basa sui comportamenti ritenuti virtuosi. Si guadagnano punti compiendo azioni virtuose nell’ambito della comunità, se ne perdono, ad esempio, litigando negli aeroporti… Fare del volontariato nel quartiere comporta l’acquisizione di punti di credito sociale. Investire il proprio tempo per gli altri, a  favore di chi ne ha bisogno, come già fanno i membri di associazione di volontariato, sarà ‘remunerato’ in punti: chi si prodiga per la comunità e segue standard di vita corretti viene premiato, o quantomeno non viene screditato.

Si prospettano interrogativi di natura etica. Studiare, capire e comprendere i motivi e le cause che potrebbero indurre le persone ad accettare questo sistema che li metterebbe in catene digitali. Non è la massima forma della burocratizzazione e del controllo? E poi, c’è davvero bisogno di valutare con un sistema di ranking le azioni individuali? La domanda che dobbiamo porci, in ordine alla psicologia delle masse e alle nuove condizioni morali indotte dal mondo digital è: come verrà reso desiderabile o quantomeno accettabile questo bisogno di una classificazione?

Pensiamo alla velocità con cui la nostra cultura – e di conseguenza i nostri valori etici – cambiano nel tempo. Un tale sistema e gli ipotetici futuri governi che lo adottassero su quali basi decideranno i canoni per la stima delle persone? Nella “repubblica” popolare cinese, popolata da oltre un 1 miliardo e 300 milioni di persone (più di un ottavo della popolazione mondiale) entro i prossimi due anni il metodo verrà applicato su tutta la popolazione. La città di Rongcheng, affacciata sul mar Giallo e popolata da ben 700 mila abitanti, dall’anno scorso l’ha già sperimentato: è stato un preludio, una prova per capire fino a che punto l’egemonia dominante può esercitare il proprio volere, spingendosi forse fino ad un punto di non ritorno.

Tutto ciò porterebbe ad attribuire all’individuo un capitale simbolico, legato dunque alla virtù comportamentale e allo status sociale che lo catapulterebbe in quanto individuo nelle logiche del mercato, in una sorta di quotazione del soggetto equiparabile a quella che si attribuisce ad un titolo in borsa, visto e considerato che i dati saranno pubblici e quindi consultabili da chiunque: grosse banche o datori di lavoro potrebbero basare su questi attributi i criteri per concedere prestiti o per assunzioni.
Sembra naturale pensare che persone delle classi sociali più agiate siano più facilitate ad aumentare il loro “capitale sociale”.
E poi, una domanda sorge spontanea, se si pensa al fatto che attualmente un problema sociale che affligge la Cina è la fallacia del computo demografico, visto che oltre 14 milioni di persone non sono denunciate nei registri anagrafici, e rimangono così nel limbo dell’anonimato. Queste persone non avranno credito sociale?

Inoltre, considerando il fatto che i crimini e i comportamenti devianti sono prodotti puramente sociali, risposte agli stimoli dati dal nostro ambiente, è evidente come chi vive situazioni di marginalità e isolamento sarà quasi escluso dall’acquisire punti, e anzi sarà più facilmente indotto a perderne, entrando in un irrimediabile circolo vizioso.
Un esempio concreto sta nella perdita di punti sociali sulla base delle regolarità dei pagamenti. Persone della classe operaia, pensionati o disoccupati potrebbero veder compromesso – e ancor peggio reso pubblico attraverso la rete il loro – prestigio sociale, con conseguenze facilmente ipotizzabili, dato che già oggi il numero dei follower e i giudizi della rete incidono significativamente sulla popolarità popolarità e la reputazione delle persone.

Il prestigio sociale di ogni singolo componente della famiglia inciderà, peraltro, sul capitale del credito sociale familiare, o ne eleverà o pregiudicherà in qualche modo lo standard e l’identità esterna. Questa prassi dell’etichettamento digitalizzato confligge poi con il diritto di privacy, e con il “diritto all’oblio”, ponendo ciascuno costantemente sotto un “grande occhio” spia. Già il nostro comune uso del telefono è radicalmente mutato rispetto a qualche anno fa e ci espone al controllo esterno. Prendiamo coscienza che attraverso quel piccolo strumento – che ci conosce meglio di noi stessi – possiamo essere ascoltati, spiati ed esposti nella nostra intimità.

In ogni caso, nella società delle etichette, i rapporti stessi delle persone sarebbero radicalmente alterati. Forse questa nostra voglia di sapere chi c’è dall’altra parte e valutarlo preventivamente ci sta portando a una qualche perversa forma perversa di voyeurismo, e la patente a punti sulla vita ne è l’ennesima manifestazione. Resta solo una domanda, ora: siamo ancora in tempo per fermare tutto ciò, sfuggendo a quel futuro distopico prefigurato dagli scritti di Orwell?

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