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Il reporter di guerra Cristiano Tinazzi: “La Siria è un paese ormai senza futuro”

Il 15 marzo 2011 in Siria partirono le prime proteste di quella che poi è stata chiamata ‘Primavera araba’. Erano le prime avvisaglie: un anno dopo si trasformò in una guerra civile. Conflitto, purtroppo, ancora in atto e che ogni giorno scorre davanti ai nostri occhi con immagini che ci parlano di bombardamenti, civili uccisi, e tanti, troppi attori a contendersi il ruolo principale in questo teatro di distruzione. Proprio per fare un po’ di chiarezza in questo scenario ingarbugliato, ho chiesto a Cristiano Tinazzi, reporter freelance e collaboratore di Rsi radiotelevisione svizzera, Tv2000 e del quotidiano ‘il Messaggero’. Lui in Siria c’è stato più volte e questa breve intervista serve, più che altro, a vedere più da vicino un panorama molto complicato.

Quali sono state le tue esperienze in Siria?
Nel Paese sono stato quattro volte, una precedentemente alla guerra, nel 2006, e tre durante la guerra civile nel 2012. Per quanto riguarda le esperienze del 2012: una volta sono entrato con visto per Damasco, dove ho seguito gli osservatori Onu nelle loro missioni fuori dalla capitale e i soldati governativi, e due volte sono stato ad Aleppo con le formazioni ribelli, anche qui sono stato spesso con gli osservatori Onu che si dirigevano ogni mattina in zone differenti del paese. Sono stato a Homs e Zabadani. Ho visto due attentati con autobomba a Damasco e sono stato oggetto di un attacco, credo ‘roadside bomb’, che ha colpito un mezzo militare dell’esercito dietro di noi sulla strada che portava da Damasco a Zabadani. Quando sono entrato con le formazioni ribelli ad Aleppo ho passato due settimane sotto continui bombardamenti governativi che colpivano indistintamente ospedali, scuole, mercati, edifici. E’ stato un incubo. Un massacro di civili mai visto in altri conflitti.

Come si è evoluta la situazione dall’inizio del conflitto a oggi?
Paragono spesso la questione siriana a un grande scacchiere, dove giocatori multipli muovono i loro pezzi. I pedoni sono i civili, sacrificabili senza grossi danni dai vari giocatori che a turno fanno le loro mosse. La Siria è una vergogna che contraddistinguerà per i decenni a venire questo secolo, il simbolo dell’incapacità delle Nazioni Unite di porre un freno alla violenze e ai crimini di un dittatore. Una violenza governativa che ha portato alla radicalizzazione delle posizioni, alla distruzione della società civile e all’entrata in campo anche di gruppi legati al terrorismo internazionale.

La percezione che si ha è di un grande caos, aumentato da notizie contrastanti, puoi farci chiarezza sulla situazione attuale?
In poche righe è impossibile spiegare in maniera approfondita la situazione sul terreno. I ‘player’ interni (curdi, sunnit, sciiti, etc) si muovono supportati ognuno da supporter esterni (russi, iraniani, Hezbollah, turchi, americani, Emirati, etc). E il caos informativo è dovuto a diversi fattori, uno dei quali è la mancanza di giornalisti sul campo e la presenza, al contrario, di mediattivisti e ‘giornalisti’ militanti politici che riportano notizie distorte. Fortunatamente esistono diverse fonti affidabili, Osint [Open Source INTelligencee] e Humint [HUMan INTelligence], e analisti capaci di leggere e filtrare le informazioni. Questo ovviamente dipende anche dalla capacità del giornalista stesso, che riceve il flusso di informazione, di utilizzare strumenti appropriati e avere conoscenza approfondita delle tematiche.

Si è molto parlato di Afrin e dei Curdi sotto attacco di Erdogan, qual è la reale situazione?
Erdogan, come tutti, gioca le sue carte (prima parlavamo appunto di ‘player’ esterni) in funzione anti-curda per mettere in sicurezza i confini turchi contro gruppi militari alleati del Pkk. Il suo scopo è anche quello di ‘depressurizzare’ la questione rifugiati siriani (oltre tre milioni e mezzo) in Turchia favorendo il loro rientro in Siria nei territori sotto il suo controllo.

Si può parlare di un esodo di 700.000 persone come hanno fatto alcune agenzie oppure va ridimensionato questo numero?
I dati forniti erano completamente sballati. Afrin, nel 2004, anno dell’ultimo censimento disponibile, aveva 36mila abitanti, numero che si è quasi triplicato durante la guerra a causa dell’arrivo di numerosi sfollati interni. L’intero cantone di Afrin, secondo fonti Unhcr [United Nations High Commissioner for Refugees] aveva circa dai 200 ai 300mila abitanti. Le ultime notizie in merito ad Afrin parlano di un ritorno alla normalità e di decine di migliaia di civili che stanno rientrando dopo che l’esercito turco e i gruppi dei ‘Free Syrian Army‘ a lui alleati hanno preso il controllo della città sostanzialmente senza combattimento in area urbana.

Quali sono le differenze tra ciò che è successo ad Afrin e quello che succede nella Ghouta?
La differenza credo sia sotto gli occhi di tutti. La Ghouta è un territorio ad alta densità di popolazione, chiuso da un assedio che dura da più di cinque anni e costantemente sottoposto a bombardamenti aerei. Decine di migliaia di persone sono rimaste ferite o uccise in questi anni e decine di migliaia quelle sfollate. Sia per numero di vittime che per tipologia di conflitto, durata, distruzione del tessuto urbano e armamenti utilizzati i due casi non sono assolutamente paragonabili tra loro.

Come vedi il futuro della Siria?
Quale futuro? Buona parte degli oltre sei milioni di siriani sfollati non rientrerà mai più nel Paese, fino a quando non sparirà il clan degli Assad e i suoi sodali, cosa che, per come sta andando il conflitto, non è una previsione che potrà avverarsi a breve termine.

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