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Il salotto di Ravegnani dove passava l’élite della cultura italiana

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GIUSEPPE RAVEGNANI
(a 50 anni dalla morte)

Giuseppe Ravegnani (1895-1964) si laureò in Giurisprudenza a Ferrara, dove diresse la Biblioteca Ariostea per oltre un decennio. «Da giovanissimo esordì come poeta e fu tra i protagonisti della vita letteraria italiana, – scrive Eligio Gatti nella presentazione agli Atti della giornata di studi tenutasi a Pavia il 6 dicembre 1995 – nel vivace ambiente ferrarese di Govoni e De Pisis, raccolto, tra il 1914 e il 1925, intorno alle riviste “Vere Novo” e “Poesia e arte”; e in seguito intorno alla terza pagina del “Corriere Padano” di Nello Quilici. Trasferitosi a Milano, nel secondo dopoguerra sarà per molti anni redattore letterario della rivista “Epoca” e condirettore, con Alberto Mondadori, della collana di poesia “Lo specchio”. Fu direttore del “Gazzettino” e della “Gazzetta di Venezia”, critico letterario del “Resto del Carlino”, della “Stampa”, del “Giornale d’Italia”, e collaboratore di numerose altre riviste», nonché autore di traduzioni dal catalano, dallo spagnolo e dal francese.
Fra le sue opere di poesia, prosa e saggistica, sono da ricordare: Quattro parole sole (1914), I canti del cuculo (1914), Io e il mio cuore (1916), Sinfoniale (1918), Le due strade: poesie 1918-1920 (1921), Contemporanei (1930), Annali delle edizioni ariostee (con G. Agnelli, 1933), Quaderno (1939), Uomini visti. Figure e libri del Novecento (1914-1954) (premio Viareggio, 1955).
Racconta il famoso musicista e compositore Luciano Chailly, nipote di Ravegnani, che da ragazzo vide sfilare nello studio/biblioteca di casa (in via Palestro a Ferrara) del celebre zio molti fra i più importanti scrittori del Novecento italiano: Eugenio Montale, Salvator Gotta, Corrado Govoni, Riccardo Bacchelli, Giuseppe Ungaretti, Dino Buzzati, Lanfranco Caretti e altri ancora. «Qualche anno dopo la sua morte – rammenta ancora Chailly – lo ricordai artisticamente inserendo nell’Ode a Ferrara per coro e orchestra (che fu eseguita a Santa Cecilia) alcuni suoi versi assieme a quelli dedicati a Ferrara da Carducci e da D’Annunzio. Ma il suo vero volto, specchio di dedizione e di bontà, il suo occhio azzurro pronto sempre a scrutare, ad amare e a perdonare, il suo passo dinoccolato quasi un segno di pazienza, di rassegnazione, continuarono a vivere per me, con la gelosia di una realtà sognata, nel Salone napoleonico della Pinacoteca di Brera in Milano, per l’ultima volta vicino a lui, mentre le musiche risuonavano (per concludere con i Suoi versi) “al di là d’ogni eco di memoria, sotto un arco di cielo appena nato, nelle azzurre navate della notte”».
La sola ombra nella vita integerrima di Giuseppe Ravegnani è data dalla spiacevole vicenda che lo coinvolse all’epoca dell’emanazione delle leggi razziali, quando ingiunse al giovane ebreo Giorgio Bassani di abbandonare per sempre le sale della Biblioteca Ariostea. L’episodio è riportato nel romanzo Il giardino dei Finzi-Contini.

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

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