Home > FOGLI ERRANTI > Il telepate
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Nell’enorme sala, la luce filtrava debolissima dagli schermi posti intorno alle plafoniere sul soffitto. L’uomo era seduto a terra, accanto a una parete. La postura del corpo e l’aspetto del viso tradivano lo sforzo che andava compiendo per concentrarsi.
L’aria nella sala cominciò a fremere, impercettibilmente, e una vibrazione attraversò le spesse pareti di cemento. Trascorsero alcuni minuti di silenzio e di immobilità. Poi il viso dell’uomo si rasserenò, quando cominciò a vedere con gli occhi dell’essere che andava cercando.
– La bellezza, la vista, l’udito. Erano come elfi che cercavano qualcosa nel mio cervello. Uno di loro si avvicinò a me e disse: “Signore, nella tua mano leggo la sofferenza di un animo tormentato, leggo la follia di vivere inseguendo un sogno, la voglia di trovare un padre. Signore, vorrei accompagnarti”.
Io non vi conosco. Chi siete? Cos’è quell’aura intorno ai vostri corpi, ai vostri cavalli?
“Il segno della nostra nobiltà, che riconosciamo in te, Signore”.
Mia madre tornava dal mercato della città sul vecchio trenino a scartamento ridotto. Intorno donne giovani e vecchie, bambini urlanti. Mia madre era contenta, aveva trovato un po’ di carne e di uova, si accarezzava la pancia, dove io ancora per poco sarei stato rintanato. Un’ondata di calore mi attraversò, lo ricordo, e poi ancora una. Le ondate si susseguirono sempre più velocemente, il caldo diventò insopportabile. Sentii mia madre urlare, il mio corpo urlò attraverso il liquido amniotico. Divenni un tizzone che gemeva senza poter fuggire.
La notte per addormentarmi mia madre mi cantava una canzone che parlava degli Elfi del bosco, delle loro spade fiammeggianti. Mentre ascoltavo il suo cervello ripensavo sempre a quel momento sul treno, quando per la prima volta sentii i suoi pensieri, il caldo passò e i suoni divennero elettricità. Fu il momento nel quale tutto accadde. Non vedevo. Ma sentivo, udivo.
Poi gli altri videro me. E i loro pensieri furono pieni d’angoscia, di compassione, di odio per me. Di ribrezzo.
Crebbi da solo. La mia famiglia fu allontanata dalla propria casa perché la zona era altamente contaminata. Fummo destinati a un piccolo villaggio di montagna dove la gente ci accolse come lebbrosi. I miei genitori e tutti gli altri del mio villaggio morirono nei cinque anni successivi. I bimbi dei montanari non erano cattivi, si avvicinavano per giocare con me che ero sotto la tutela del capo villaggio, ma i loro genitori li picchiavano e imponevano loro di starmi lontano. Non ero certo un bello spettacolo. Le mie corde vocali erano incapaci di vibrare ed emettevo solo fischi terrificanti, le palpebre erano cresciute come escrescenze e mi impedivano di aprire gli occhi, il naso era quasi inesistente, respiravo rantolando. Ogni giorno il capo villaggio mi apriva gli occhi con una specie di rudimentale bisturi, con il quale tagliava le croste che si formavano durante la notte tra le palpebre e il viso. Allora io potevo alzare quelle escrescenze con le mani e vedere finalmente le cose del mondo. Jordi – mi dicevano – tu sei fortunato, non dovrai lavorare. A te ci penserà lo Stato. Sei fortunato Jordi. I loro pensieri dicevano: “Speriamo che muoia presto, il sussidio che ci danno non ripaga nemmeno un minuto di questa vita d’inferno che ci tocca fare per colpa sua. Maledetto Stato, maledetta vita che ci impone queste sofferenze. Maledetto, orrendo Jordi che sei sopravvissuto a qualche cosa che non sappiamo. Maledetto bambino venuto al mondo per uccidere i tuoi genitori. Possa tu morire presto.”
Non morii.
Certo a me la situazione appariva in un modo del tutto diverso. Voglio dire che non mi pesava il mio essere, perché non ero conscio della mia diversità o mostruosità. Ero grato a quegli uomini che mi pulivano gli occhi e mi mostravano il mondo. Ero grato: ma non mi era necessario vedere, per capire il loro mondo. Infatti, c’era qualcosa di più. Nelle giornate, nelle notti che si susseguivano io non ero solo. Ogni essere, vicino o lontano, mi parlava. “Perché questo bambino non è mai infelice?”. Ero pieno di vita, mi permeava. Stavo imparando. Da mille vite, da mille forme traevo forza e linguaggio. Tante verità e la bellezza di quel coro inusitato. Erano voci senza significato, all’inizio. Poi cominciai a discernere le forme più semplici della struttura, le vibrazioni comuni, le imperfezioni, i balbettii. E con loro i significati presero forma. Ascoltavo i cervelli produrre sforzi, consumare energia, distruggere la maggior parte di ciò che costruivano. Con quel ronzio incessante comune a uomini ed animali, che si spegne solo con la morte e che finisce sempre in un ululato lontano che scuote la mia mente, ma che ho imparato ad ignorare.
Mi limitavo ad ascoltare, ma ascoltare non è il verbo giusto. Non per ciò che si intende tra gli umani, e nemmeno voce, o una qualsiasi altra parola legata all’udire, rende ciò che provavo. Non ci sono parole, perché non c’era suono. Io ero sordo, completamente. Quando mi tagliavano la pelle delle palpebre vedevo tra nuvole rossastre i volti delle persone, le loro labbra muoversi. Sentivo il ribrezzo che si manifestava nei loro cervelli in scariche potenti, dal ritmo accelerato a cui si associava un odore dolciastro. Quando mi picchiavano, per farmi tornare in casa o per farmi mangiare, i loro cervelli producevano esiti che ora definisco infantili: tanta energia bruciata per la formulazione di poche scariche dirette, potenti, ma brevissime. Da tempo avevo imparato a schivare i loro colpi, spostandomi un attimo prima che i loro pensieri si formassero completamente e facessero funzionare i muscoli. Questa mia capacità li sconcertava. Capii così che il mio potere non era una cosa normale, che per loro il mio spostamento era inspiegabile. Magico, come dicevano. Allora mi facevo colpire, per non sconvolgerli e per poter imparare.
Imparare dalle botte. In quei momenti le mie palpebre sbattevano, i miei occhi vedevano la luce e io cercavo di posizionarmi verso il viso di colui che mi colpiva, orientandomi con i primi colpi. Se ero fortunato potevo vederne le labbra e associare le scariche neuroniche ai loro movimenti. In breve entrai nel loro gioco e ne imparai le regole. Da quel momento potevo sentirli parlare. Fino a quando non impiantammo i giocatori cerebrali lo sforzo del tradurre fu sempre molto grande: dopo un po’, associare scariche e parole mi stancava e lasciavo fluttuare l’elettricità, riposandomi nel suo ronzio.
Ormai potevo ascoltare le persone intorno a me esprimersi in quello che, per loro, era l’unico linguaggio possibile. Le persone del villaggio erano tutte molto semplici, il loro dialetto era costruito per il lavoro della terra, con mille termini per identificare le qualità di un campo, di un raccolto, di un seme. I loro pensieri erano tranquilli, partecipavo al loro dolore per la morte di un parente, alla gioia per una nascita. Insomma l’unica nota stonata ero io.
Una notte, quando avevo ormai dieci anni, fui svegliato da una scarica che mi riempì la mente per la sua potenza. Un urlo che conteneva un codice che non avevo mai percepito, un gioco al quale non avevo mai giocato. Era il profumo, il colore di una radiazione nuova, eppure conosciuta. Dopo qualche minuto tutto tornò ad essere permeato solo dai sogni del villaggio. Nei giorni seguenti pensai a lungo a quello strano rumore. Arrivai alla conclusione che doveva essere stato generato da una mente non umana, oppure da un’altra mente come la mia. Questo pensiero mi arrivò inaspettato, come una folgorazione. Fino a quel momento non avevo mai pensato di poter far parte di un gruppo. Ero sempre stato l’unico. L’unico a salvarsi, l’unico deforme, l’unico a sopravvivere oltre l’infanzia. Insomma l’Unico, senza storia e senza possibilità di costruire un futuro.
Essere considerato un vegetale può essere vantaggioso, a volte. Restavo al sole o all’ombra, non importava. Avevo tutto il tempo per cercare di comprendere l’evento che era accaduto. Il primo squarcio nella mia vita, a parte quelli che mi venivano inferti quotidianamente alle palpebre.
Alla fine decisi che fosse un segnale. Mi concentrai su questo fatto, e su di esso scommisi il mio futuro. Mi allenai per mesi, per cercare di imitare quella sequenza che si era scolpita nella mia corteccia cerebrale. La analizzai scomponendola nelle sue frequenze elementari e, man mano che la elaboravo, mi sembrava sempre più qualcosa di famigliare. Erano solo quattro segnali trasmessi in sequenza, ma con un livello di potenza tale da rendere il messaggio completamente distorto. Lo ripulii dalle frequenze spurie, ogni sinusoide divenne perfettamente leggibile. Erano solo lettere del linguaggio umano: N – I – K – E. Era il mio nome. Era il nome che gli Elfi avevano voluto darmi e da quel momento la mia vita ebbe uno scopo. Io sarei divenuto uno di loro.
Subito dopo li cercai. Li cercai come potevo cercarli nelle mie condizioni, concentrandomi sulle frequenze del mio nome e lanciando energia nello spazio intorno a me. Non sapevo nulla di loro e non sapevo quasi niente di me. Il mio sistema di trasmissione mentale era rudimentale, ma era anche l’unico che conoscessi e potessi usare. Dopo mesi di tentativi il mio cervello si riempì di colori, di suoni, di immagini che si sovrapponevano velocissime. Sotto le mie palpebre martoriate, fasci di fosfeni si inseguivano ininterrottamente. Il mio cervello riceveva senza capire, stordito da giorni di bombardamento. Mi accorsi alla fine che nessun filtro si confaceva a quel frastuono. Smisi di cercare un significato in quell’abisso di informazioni. Mi lasciai trasportare dal flusso che mi attraversava. Cominciai a capire che il senso stava nel tutto. Ciò che mi veniva trasmesso era la summa dello scibile, della natura e della scienza, dell’arte e dell’istinto animale. Ciò che ne risultava erano emozioni allo stato primigenio, erano i talenti dell’universo che per me, intrappolato in quella forma pseudo-umana, prendevano il nome di: amore, terrore, odio, bellezza, stupore. Il terrore era essere dentro l’ignoto e dentro la sua bellezza cangiante che mi abbagliava. La bellezza era tutto ciò che era stato e che chiedeva di essere ancora.
Era ciò che era stato e che chiedeva di essere ancora. Era la presunzione dell’esistere, non dell’uomo, ma dell’universo intero.
Mi chiamarono o fui io a immaginarmi i loro messaggi? Il cambiamento era comunque alle porte, prese la forma dell’ufficiale sanitario e del suo computer portatile con il quale trasmetteva i miei dati vitali direttamente al laboratorio di ricerca. Per anni ero stato controllato periodicamente, ma per la prima volta i risultati dei miei esami venivano trasferiti, in tempo reale, al laboratorio. Posarono i sensori sul mio cranio e immediatamente fui nell’altro sistema, dove le leggi della fisica e della chimica sono talmente presenti da sembrare inesistenti. Nei pochi minuti durante i quali rimasi collegato ai sensori il mio corpo esplose nella rete, lasciai tracce elettroniche di me ovunque. Non solo, la mia capacità di interpretare i giochi linguistici mi permise in quei pochi minuti di svelare il gioco del computer e della rete. Da quel momento mi bastò concentrarmi su quel gioco, scoprire il giocatore a me più vicino e attraverso di lui proiettarmi nella rete.
Il giocatore più vicino era un pluviometro, installato sopra il tetto della casa del capo villaggio. Proprio sopra la mia testa. Quell’oggetto fino a quel momento muto divenne allora il mio ponte verso l’universo. Viaggiai insieme alle gocce di pioggia in modo altrettanto virtuale, sospinto dall’energia fornita da un piccolo generatore fotovoltaico.
Il resto è conosciuto. E se io sono qui oggi è perché in voi ho rivisto la mia storia. Allora io ero solo, oggi i Mastodonti possono aiutarvi.
Nella sala spoglia ogni suono si interruppe. L’uomo seduto nella posizione di meditazione mantenne il capo chino, accanto a lui un cane. Dietro, due Mastodonti con il volto nascosto dal casco.
La voce riprese.
– Il mio nome è Nike e questi sono i Mastodonti. Erano bambini come voi, e come me erano stati colpiti dalle radiazioni e abbandonati al loro destino di dolore e di morte. Dentro di loro, però, ardeva una forza vitale inusitata. Volevano competere, sognavano di vincere. Ho fatto di loro dei combattenti, ho creato una stirpe invincibile, ho reso me e loro bellissimi e immortali. Ciò che non esisteva, ora è: gli Elfi sono tra noi.
Così dicendo si alzò in piedi e mostrò alla telecamera il suo corpo e il suo volto. A un suo cenno i due Mastodonti si tolsero il casco.
I ragazzi rimasero senza parole. Avevano seguito il lungo discorso di quell’uomo, apparso all’improvviso all’interno del monitor tra una mossa e l’altra di Tragonbell 2, e ora videro i volti dei tre uomini irradiare una luce azzurrina, che rendeva impossibile distinguerne esattamente i lineamenti: ma ai loro occhi, questi sembrarono perfetti. Il corpo dell’uomo chiamato Nike appariva come scolpito nella quercia e i suoi movimenti senza sforzo, con una coordinazione perfetta.
– Chi sei? – fu l’unica cosa che riuscirono a pensare, in un silenzio scandito dai loro battiti.
– Un giorno un uomo fece un esperimento: prese un pezzo di corda lungo un metro, lo tese orizzontalmente all’altezza di un metro e lo fece cadere una, due, cento volte. Ogni volta la corda cadeva in modi diversi, pur partendo da condizioni iniziali apparentemente simili. L’uomo concluse che una variazione impercettibile di una qualsiasi delle variabili che governavano la caduta influenzava irrimediabilmente il volo della corda e la posizione che avrebbe assunto al suolo. Era impossibile misurare le variazioni, era impossibile addirittura elencare tutte le variabili. Ciò che accadeva non poteva essere spiegato dalla scienza, ciò che accadeva era Arte. Ebbene, io sono colui che sa dove cadrà il metro.
Ora voi sarete come me.
Nella stanza si materializzarono i due Mastodonti, accompagnati dal cane. Uno dei due scese dalla moto e, accarezzando il cane, disse gentilmente: – Dovete seguirci.
Amed e il suo compagno presero posto sul sedile posteriore e le moto attaccarono rombando la strada.
Intorno il deserto stringeva d’assedio la città, ma si avvertiva nel vento un lontano profumo di mare.

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