Home > IL SETTIMANALE > n.29 del 26/05/17 > COLONNA1_29 > IL TEMA
Accoglienza, voce del verbo dividere

Grande è il potere delle parole, più grande ancora quello delle immagini, ma più forte di tutto è il peso dell’esperienza personale e diretta. Allineare concetti in forma di discorso, immagini costruite da altri ed esperienze personali è una sfida che bisogna affrontare ogni giorno e che diventa tanto più difficile quanto meno i concetti sono condivisi, la parole date per scontate, le immagini assunte come rappresentazioni stereotipate della realtà.

Accoglienza, ad esempio, è una parola che scalda il cuore ma che esiste solo se accompagnata da un’altra parola oggi abusata: libertà.
Posso accogliere solo liberamente, solo se accetto come persona, come famiglia e come comunità di aprire le porte del cuore, della mente e del luogo che sento come casa all’altro; posso accogliere solo se ho sufficienti risorse morali, relazionali ed economiche per farlo e posso accogliere se l’altro accetta quel poco o tanto che posso offrire in spirito di condivisione. Posso accogliere se sono in grado di voler comprendere le differenze, se voglio gestirla in un’ottica di reciproco arricchimento. Per accogliere devo ammettere suoni, parole, odori, costumi che non conosco; ma, per poter accogliere, devo contare anche sulla disponibilità dell’altro.
L’accoglienza così intesa non può essere quella imposta con la forza di decreti legge ed ordinanze che obbligano ed impongono con l’impersonalità tipica della burocrazia. Né può essere quella imposta dal timore di incappare nella distruzione della reputazione da parte dei pasdaran del pensiero politicamente corretto. Queste sono, semplicemente, la negazione dell’accoglienza: sono, anzi, un’altra forma di violenza, un calcolo cinico, che scarica su cittadini impreparati problemi e responsabilità che riguardano innanzitutto la politica, gli stati, la comunità internazionale, la grande finanza, le grandi imprese.
Per poter accogliere, una comunità deve essere forte, deve avere un’identità, una sicurezza e una coesione che oggi, in molti casi manca; per accogliere bisogna poter offrire lavoro ed essere in grado di far rispettare le regole, senza se e senza ma. E la possibilità di lavoro deve esserci realmente, così come, dall’altra parte, ci deve essere la volontà di guadagnarsi da vivere onestamente.
Oggi purtroppo la situazione italiana è ben diversa: la disoccupazione è drammatica, milioni di italiani, compresi gli stranieri residenti regolarmente (oltre 5 milioni di persone) e i sempre più numerosi immigrati naturalizzati e di seconda generazione (probabilmente 2 milione di “nuovi italiani”), sono a rischio di povertà; a fronte di questo, il flusso in aumento di migranti sulla rotta mediterranea (oltre 500.000 negli ultimi 3 anni) è composto in stragrande maggioranza da giovani maschi subsahariani, poche le donne, pochissime le famiglie, come attestano al di là di ogni ragionevole dubbio i dati ufficiali del Ministero e di Unhcr che ovviamente pochissimi hanno voglia di andare a vedere. I problemi del lavoro si mescolano con l’insicurezza percepita e la paura.

In tale situazione, l’obbligo di accoglienza senza se e senza ma, professato e sostenuto da alcuni, ma non accompagnato da piani, programmi e soprattutto, opportunità di lavoro rischia di acuire un profondo malessere sociale, di produrre risentimento e rancore soprattutto in quella parte di popolazione esausta e impoverita dalla crisi, che vede come fumo negli occhi la presenza sempre più numerosa di nullafacenti che ciondolano per ogni angolo d’Italia in attesa che l’Amministrazione faccia lentamente il suo corso.
Vi sono in Italia persone ed organizzazioni oneste pronte ad accogliere ed è giusto e nobile che possano farlo. Vi sono persone ed organizzazioni ben protette dai loro privilegi che parlano di accoglienza ed aggrediscono in modo violento chiunque osi rompere il tabù del politicamente corretto ma sono ben lontane dal voler condividere qualcosa. Vi sono persone che parlano male, in modo politicamente scorretto, ma sono sempre in prima linea quando c’è bisogno di fare, nell’emergenza e nell’impegno volontario. Vi sono organizzazioni e persone che campano e prosperano con il business dell’accoglienza e persone e famiglie che hanno saputo costruire relazioni genuinamente umane e reciprocamente arricchenti; vi sono persone che non condividono affatto questo modo di fare accoglienza che scarica le esternalità sulle collettività più fragili ed hanno tutto il diritto di esprimere le loro perplessità e il loro dissenso senza essere tacciati di razzismo, almeno fin che siamo in democrazia. E vi sono anche persone che non sopportano più tutto questo, contrarie all’industrializzazione dell’accoglienza, persone spaventate ed incattivite, che protestano e criticano. Forse vi sono anche persone razziste, ma quasi sempre il rifiuto non si estende al migrante straniero che lavora e produce, ma si indirizza fortemente contro chi pretende e ne approfitta, chi non lavora, chi delinque, chi non intende affatto conformare i propri comportamenti a quelli previsti dalla cultura ospitante. E piace pensare che tutti questi siano comunque cittadini che votano e pagano le tasse, esseri umani, spesso fragili che, come i migranti, richiedono tutele, cure e attenzioni.
Si fa presto dunque a dire accoglienza senza se e senza ma, soprattutto quando non se ne pagano le esternalità negative; altra cosa è subirne le conseguenze inattese indesiderate (Hirshmann ci ha insegnato che esse esistono sempre), direttamente e in prima persona, soprattutto quando l’accoglienza è malamente organizzata e peggio gestita.

Esemplare in tal senso la polemica sulla recentissima manifestazione di Milano per l’abbattimento dei muri e l’accoglienza dei migranti, definita da alcuni nobile esempio di un’Italia aperta ed inclusiva e, da altri, spettacolo insensato ed indegno. Non stupisce certo il commento di Salvini che l’ha definita “la marcia della sinistra col portafoglio pieno” che “dimostra che si chiedono più diritti e più accoglienza per i migranti senza conoscere davvero i problemi”. Stupisce – e molto – invece il commento spietato quanto lucido di Luca Ricolfi, sociologo di chiara fama e uomo di sinistra, pubblicato su “Il Giorno” e ripreso da altre testate che così commenta quanto affermato dal leader leghista: “Spiace doverlo dire, ma mi pare sostanzialmente vero. Aggiungerei una cosa: spesso chi è per l’accoglienza ‘senza se e senza ma’ più che non conoscere i problemi, semplicemente non ne ha. Ad esempio, non vive in un quartiere degradato o non abita in un alloggio popolare in cui il racket delle occupazioni, non di rado gestito da stranieri, la fa da padrone. O semplicemente guadagna abbastanza da potersi permettere un impianto di allarme moderno o qualche altra forma di protezione personale. Per non parlare dei casi più sgradevoli, tipo i politici che predicano il dovere dell’accoglienza e girano con la scorta”. E proseguendo nel discorso, commentando la svolta proclamata dal ministro Minniti, il sociologo rincara la dose: “Una simile svolta è uno degli eventi più improbabili dell’universo perché qualsiasi politico di sinistra sa perfettamente che, se appena accenna sa usare il cervello, il proprio cervello intendo, non quello del partito o se per caso gli scappa di dire quel che pensa è pronto il plotone di esecuzione dei difensori dell’ortodossia buonista: vedi la pioggia di contumelie che i vari Saviano hanno riservato alla Serracchiani che aveva espresso un concetto di puro senso comune morale: il male che fai a un tuo benefattore è particolarmente spregevole».
Parole dure, intellettualmente corrette, politicamente scorrettissime.

Ora, va detto che tra i firmatari del manifesto di sostegno all’evento (e si suppone partecipanti alla marcia) vi erano non solo politici e militanti del pensiero globale politicamente corretto, ma anche persone socialmente impegnate e, diciamolo, al di sopra di ogni sospetto speculativo. I vari Zanotelli, Ciotti, Erri de Luca sembrano difficilmente etichettabili come ipocriti tout court o personaggi meramente legati all’interesse finanziario connesso alla cosiddetta accoglienza. Tra i partecipanti vi saranno certo stati rancorosi che abbisognano di un nemico da etichettare come fascista e razzista, schiere di giovani extracomunitari reclutati alla bisogna, politici che hanno fiutato qualche tipo di futura convenienza, organizzazioni altamente interessate nello spartire il ricco bottino messo a disposizione dal governo, ipocriti ben lontani dal condividere la vita con i più bisognosi; ma, altrettanto certamente, vi saranno state molte associazioni pulite, persone e famiglie in assoluta buona fede, cattolici, atei e mussulmani favorevoli al dialogo interreligioso, operatori del sistema di accoglienza seriamente impegnati, giovani dei centri sociali orientati alla creatività e magari pure qualche curioso festaiolo interessato al colore e ai ritmi africani.

Si tratta di sciami, più che di strane alleanze ideologiche, dove in nome di uno slogan diventato brand, marchio di successo (“bisogna costruire ponti ed abbattere muri”) si ritrovano insieme interessi diversificati e non raramente totalmente opposti. Sciami che si aggregano intorno ad emozioni e sentimenti più che a serie riflessioni, che però lasciano tracce, impronte digitali, storie che girano alimentando opposte visioni, suscitando sentimenti ed emozioni diverse. Ecco allora, guardando un po’ oltre la manifestazione milanese, parlare fra loro gli operatori di pace genuini con i cattolici vicini a Bergoglio (che pure non fa sconti al neoliberismo imperante basato sulla cultura dello scarto e parla, senza mezzi termini, di “terza guerra mondiale a pezzi”); ecco i finanzieri che appoggiano e sponsorizzano certe Ong (open society ad esempio) riversandovi le quote dei loro guadagni sanguinosi generati con la speculazione finanziaria che pure, i primi, riconoscono come causa dei drammi del cosiddetto terzo mondo; ecco strane comunità di intenti che condividono l’idea della globalizzazione e della distruzione di stati e nazioni per opposti motivi ed interessi: gli apostoli del neoliberismo e di quella libera circolazione di merci e persone che sposta i benefici in mano privata socializzando le perdite e i difensori delle vittime di questo processo singolarmente marciano insieme sotto la stessa bandiera (“abbattere muri, costruire ponti”). Eppure sembra del tutto evidente che i valori degli uni e degli altri, i loro intenti, le loro passioni siano molto differenti. Gente impegnata concretamente per qualcosa (per gli scartati appunto, i poveri, i vecchi, i disabili) insieme a gente che lotta contro qualcosa; gente che lotta per costruire, insieme a gente che lotta per distruggere un nemico che deve essere innanzitutto costruito, entrambi con il segreto scopo di dare un po’ di senso al proprio essere. Associazioni di quartiere insieme ad Ong globali che raccolgono le donazioni di cittadini onesti non meno che quelle, cospicue, dei grandi finanziatori che hanno causato la crisi (e con questa continuano ad arricchirsi) o delle multinazionali che, attraverso queste donazioni, si presentano come moralmente e socialmente responsabili.

Per certi versi è il trionfo di quel pragmatismo neoliberista che ha conquistato il cuore e le menti delle persone di ogni credo e di ogni cultura (tanto meglio quanto più scolarizzate), che si organizza su temi specifici in nome del profitto (qui ben schermato dalle dichiarazioni umanitarie), basato su una concorrenza spietata, dove ognuno è imprenditore di se stesso e non esistono né beni pubblici né beni collettivi che devono essere privatizzati in nome dell’efficienza. La vittoria di quello stile di pensiero, fatto proprio anche da molti imprenditori morali, tutto focalizzato sulla massimizzazione dell’interesse di breve periodo e totalmente indifferente verso le estraneità negative che altri dovranno affrontare o subire: tanto saranno comunque pagate dalla collettività. L’abiura del grande pensiero che osa guardare nel lungo periodo in un mondo dove la struttura e il futuro stesso sono demandati al gioco impersonale della grade finanza, la cui realtà ha preso il posto del tempo meteorologico e delle bizze della natura.
Per altri versi l’emergere di una nuova costellazione di attori le cui relazione stanno cercando nuove forme di interazione finalizzata ad affrontare un futuro emergente tutt’altro che chiaro. Ma è proprio tra i confini degli spazi presidiati da attori che hanno idee e posizioni all’apparenza inconciliabili che si celano le migliori opportunità di apprendimento e di innovazione.

Strani effetti della complessità e di una globalizzazione non più definibile tramite le vecchie categorie della tramontata società industriale, un mondo dove le opinioni non devono essere disturbate dai fatti. Un mondo dove il problema non è più quello dei migranti che passa, per così dire, in secondo piano, ma quello di uno scontro tra gruppi (con relative organizzazioni e rappresentanze politiche) che nel bel mezzo del dichiarato relativismo sono convinti di avere una superiorità morale a prescindere e gruppi che si sentono fortemente minacciati da qualcosa che non approvano e percepiscono come profondamente ingiusto. Ma un mondo che comunque deve essere interpretato nella sua globalità non meno che nelle sue manifestazioni.

Bisogna allora e con assoluta urgenza, come ha suggerito Barbara Arcari, ricercatrice sociale, commentando un articolo apparso di recente su questo giornale, “trovare una via fattiva di riflessione e di intervento che coniughi l’inevitabile senso di frustrazione e smarrimento che ci coglie se osserviamo la complessità dei problemi ad un livello globale (infinitamente grande) e il senso di possibilità, di creazione, generazione che sperimentiamo ogni volta che lavoriamo sul livello locale più prossimo a noi, qualunque esso sia (infinitamente piccolo)”.
Perché è a questo livello che si costruisce integrazione e questa può fiorire solamente in un ambito di libertà non distorta dalla violenza verbale e sempre aperta all’argomentazione.

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