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Braccio di ferro tra papa Francesco
e il Sacro Ordine di Malta
Vento di riforme e diritto internazionale

VATICANO
Braccio di ferro tra papa Francesco
e il Sacro Ordine di Malta
Vento di riforme e diritto internazionale

di Federica Mammina

Il 25 gennaio 2017 Matthew Festing, gran maestro del Sacro Ordine di Malta, ha rassegnato le dimissioni come a lui chiesto dal papa: fatto insolito dato che la carica è a vita, ma resosi necessario allo scopo di sedare una crisi interna all’Ordine.
Forse abituati dalle “pulizie di primavera” cui papa Francesco ha dato inizio fin dal suo insediamento per riportare al massimo splendore una Chiesa troppo impolverata, o forse indotti in errore dalla natura religiosa dell’Ordine, molti avranno ritenuto la questione meramente interna alla Chiesa e di tipo organizzativo. In realtà la vicenda è tutt’altro che interna alla Chiesa, e tutt’altro che religiosa, perché invece ha importanti ricadute sul diritto internazionale.

Il Sacro Militare Ordine Ospedaliero di Malta è ben noto per le sue attività caritatevoli: nello specifico l’Ordine, riconosciuto tale sin dal 1113, si occupa di fornire assistenza alle persone bisognose in 120 paesi attraverso le sue attività mediche, sociali e umanitarie. Ma forse in pochi sapranno che l’ordine di Malta è anche un soggetto di diritto internazionale: questo significa molto semplicemente che, sebbene la sua particolare condizione dovuta alla mancanza di un territorio, l’Ordine è da considerarsi a tutti gli effetti come uno Stato sovrano (come peraltro espressamente sancito dall’art. 3 della sua Costituzione) e in quanto tale, secondo le regole di funzionamento del diritto internazionale, si rapporta su un piano di parità con gli altri Stati, ivi compreso quindi lo Stato della Città del Vaticano. E allora perché il papa ha di fatto preteso le dimissione del gran maestro?

Con ordine i fatti: il gran maestro Festing (la più alta carica dell’Ordine) aveva chiesto le dimissioni del gran cancelliere Albrecht von Boeselager, in quanto accusato, quando ricopriva la carica di grande ospedaliere (che prevede tra l’altro il controllo delle organizzazioni cui si appoggia l’Ordine per svolgere le sue attività nei diversi Paesi), di non aver impedito la distribuzione di preservativi e anticoncezionali orali nel corso di una iniziativa umanitaria in Myanmar. Attività evidentemente non consentita a un Ordine cattolico. Da ciò era nato uno scontro interno: il gran cancelliere aveva rifiutato infatti di lasciare l’incarico, contrariamente a quanto previsto dalla Costituzione dell’Ordine all’art. 4 che prescrive che, in seguito alla promessa di obbedienza, i membri dell’ordine siano subordinati soltanto ai propri superiori dell’Ordine stesso. Il ripetuto rifiuto da parte del gran cancelliere aveva quindi costretto il gran maestro ad adottare un provvedimento disciplinare per la rimozione, a questo punto forzata, di Boeselager.

A complicare una vicenda fin qui lineare, si inserisce, potremmo dire, il terzo incomodo. Il papa ha negato a Burke – il cardinale patrono, che è un rappresentante del sommo pontefice con il compito di promuovere gli interessi spirituali dell’Ordine e dei suoi membri e promuovere i rapporti tra la Santa Sede e l’Ordine – l’avallo alla decisione di rimuovere il gran cancelliere, e ha caldamente invitato i protagonisti della vicenda a risolvere la questione con il dialogo, evitando assolutamente allontanamenti di persone. Di fronte alla decisione del gran maestro di allontanare lo stesso il gran cancelliere (è opportuno qui ricordare che l’Ordine deve obbedienza al papa solo per quanto riguarda gli aspetti di fede e dottrina in quanto ordine religioso) Bergoglio ha però istituito una commissione della segreteria di Stato vaticana perché potesse indagare sulla questione e riferire direttamente a lui e ha, infine, preteso le dimissioni di Festing. Praticamente come se il papa istituisse una commissione per indagare sul rispetto delle procedure da parte del nostro presidente della Repubblica.

Considerando che l’Ordine, in qualità di soggetto di diritto internazionale è libero di decidere quali provvedimenti adottare e come adottarli, fatto salvo il rispetto delle regole contenute nelle proprie fonti principali (Costituzione e Codice), delle quali però non si è ravvisata alcuna forma di violazione, non si può non qualificare quale grave violazione del diritto l’istituzione della commissione, con la quale si è palesemente dimostrato il disconoscimento da parte del Vaticano della qualifica di Stato sovrano dell’Ordine, cui poi ha fatto seguito l’atto di imperio della richiesta di dimissioni, alla quale difficilmente un appartenente ad un ordine cattolico che ha professato i voti potrebbe opporsi.

Se di questione morale trattasi, perché non spiegare chiaramente la faccenda allontanando così i dubbi avanzati da più parti? Se trattasi invece di questione politica, perché ingerirsi in questioni interne a un altro Stato? Difficile non leggere in questa, come in altre iniziative, una tentazione all’accentramento. Congetture però, in mancanza di spiegazioni da parte del pontefice. Spiegazioni che ha provato a fornire, con pessimi risultati, la Commissione, nel tentativo di difendere il proprio operato: ha dichiarato che l’Ordine di Malta, in quanto ordine religioso laicale e persona riconosciuta dalla Santa Sede, è chiamata all’obbedienza del papa, facendo implicitamente riferimento all’obbedienza religiosa, e lasciando intendere quindi che si trattasse di una questione di fede. Salvo poi contraddire se stessa in una nota legale diffusa dal Catholic News Service in cui la Commissione rivela di essere autorizzata a rendere conto solo al papa della  procedura adottata.

Che dire: la schiettezza con cui viene confessato l’inconfessabile è disarmante. Perché se il merito della questione potrebbe eventualmente riguardare aspetti dottrinali, la procedura è un aspetto organizzativo meramente interno.

A confondere ancor di più la questione, invece che a dipanarla definitivamente, si è inserito un comunicato stampa della Santa Sede del 17 gennaio 2017 in cui si dice testualmente che “la Santa Sede conferma la sua fiducia nei cinque componenti del Gruppo costituito dal santo padre Francesco il 21 dicembre 2016, nominati allo scopo di informarLo sulla crisi dell’attuale direzione centrale dell’Ordine”. Più questione politica di così. Questione che peraltro è in continua evoluzione: è di appena due giorni fa la nomina, tramite missiva, dell’arcivescovo Angelo Becciu in qualità di delegato pontificio. Nella comunicazione il pontefice chiarisce il compito a lui affidato, confermando quanto già anticipato nel comunicato stampa sopra citato: Becciu dovrà “collaborare con il Luogotenente nella preparazione del Capito Straordinario” per la nomina del gran maestro, e “per decidere le modalità di uno studio in vista dell’opportuno aggiornamento della Carta Costituzionale dell’Ordine e dello Statuto melitense”. Dobbiamo convenire sul fatto che, quantomeno, la missiva palesa il reale obiettivo della decapitazione dell’Ordine: eliminare l’anima conservatrice di ostacolo alle improrogabili riforme progressiste. Saranno poi le future vicende a chiarire perché si renda “opportuno” aggiornare con così tanta urgenza e con mezzi così trasgressivi un Ordine che funziona efficientemente da secoli.

Insomma il vento delle riforme di papa Francesco è soffiato forte sul Vaticano, e lo abbiamo visto fin da subito. Ma il vento si sa che corre veloce e che non lo si ferma: non ha regole, è imprevedibile, colpisce inaspettato, accarezza dolcemente o sferza con violenza, sospinge per raggiungere velocemente mete inaspettate o rema contro sbarrando la via, scuote, agita, scombina le pagine e vaga libero non rispettando confini né territori.

Sì, è proprio il vento di papa Francesco.

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