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Il villaggio industriale di Crespi d’Adda e il capitalismo illuminato… che non c’è più

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(Pubblicato il 16 maggio 2014)

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo / chi è veloce si fa male e finisce in ospedale / in ospedale non c’è posto e si può morire presto. / Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo / la salute non ha prezzo, quindi rallentare il ritmo / pausa pausa ritmo lento, pausa pausa ritmo lento / sempre fuori dal motore, vivere a rallentatore (…)

‘Lavorare con lentezza’, cantava Enzo Del Re negli anni ’70 del Novecento, quando buona parte del sistema produttivo-economico moderno aveva svelato la sua essenza, acuito problematiche insolute, mostrato i vantaggi e il prezzo da pagare per raggiungere lo sviluppo economico.

Sempre negli anni ’70 il regista Ermanno Olmi ambientò nella bassa bergamasca L’albero degli zoccoli, uno dei film più importanti del cinema italiano, vivido spaccato che raccontava, con la consueta cura a cui ci ha abituato l’autore, il mondo contadino italiano di fine Ottocento. Me ne parla con perizia la piacevole guida di questa giornata.

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I cancelli e l’entrata della fabbrica dei Crespi sull’Adda

Penso a questi due autori, dopo aver visitato il villaggio industriale di Crespi d’Adda, dal 1995 ritenuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco, testimonianza di una delle poche esperienze di capitalismo illuminato agli albori della rivoluzione industriale italiana. Una sorta di città “perfetta”, progettata dall’architetto Ernesto Pirovano, edificata affinché i numerosi operai delle cotoniere Crespi, installate sull’Adda dal 1878 dall’omonima famiglia originaria di Busto Arsizio, avessero le condizioni di vita ideali per dare il meglio sul posto di lavoro.

Mi inoltro nell’ordinato e geometrico villaggio, alla mia sinistra la chiesa, la scuola, e il busto del vecchio fondatore Cristoforo Benigno Crespi. Al di là della strada iniziano le graziose casette operaie disegnate sullo stile di quelle inglesi dell’epoca, con giardino, orto e una piccola staccionata ricavata dall’incrocio di vecchie cinghie, scarti del materiale industriale. La staccionata, volutamente bassa, non doveva rappresentare una barriera, la socialità era elemento significativo del villaggio e veniva favorita in ogni modo.

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La scuola di Crespi, affidata a una direttrice che reclutava i maestri e dirigeva l’istituto

Gli operai disponevano gratuitamente di case con servizi, docce calde in comune, una piscina, assistenza sanitaria, borse di studio, scuole gratuite fin dall’asilo nido, chiesa e addirittura di un loculo nel cimitero, costruito alla fine dell’agglomerato per simboleggiare la tappa finale dell’esistenza. All’interno del villaggio, per compensare le tante ore passate nell’ambiente caldo-umido, rumorosissimo e insalubre delle cotoniere, veniva incoraggiato lo sport, la vita all’aria aperta, il contatto con la natura e con la terra.

Lo scopo di questo paternalismo industriale, lungi dall’essere una copia degli arditi esperimenti di Robert Owen – padre del socialismo utopistico della prima parte dell’800 – piuttosto costituiva l’essenza dell’imprenditoria liberale moderna: ottenere prestazioni lavorative qualitativamente migliori, più competitività sul mercato, raggiungere maggiore profitto.

I piani del patron Benigno furono portati avanti dal giovane e promettente Silvio, ma al di là della buona volontà, le continue crisi del settore tessile a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del ’900, portarono la famiglia a rinunciare alla fabbrica e al villaggio.

Oggi, con un po’ di fortuna e con l’impegno di alcune associazioni ambientaliste del posto, si è riusciti a preservare il progetto originario dei Crespi, salvando l’area da numerose mire volte all’espansionismo edilizio. Il villaggio è stato costruito in circa cinquant’anni, dal 1878 al 1930, pur rimanendo incompleto rispetto al progetto finale della famiglia per via della cessione.

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Il simbolo che riecheggia più spesso nel villaggio Crespi, rappresenta la città ideale

Simbolo del luogo è una stella a otto punte formate dall’intersecarsi di due quadrati che al centro presentano un cerchio. Molti rosoni riportano questo stemma in maniera quasi ossessiva, denotando così qualcosa di più che un semplice ornamento estetico.

Nella fortunata storia del capitalismo all’italiana, di sicuro i Crespi incarnano l’eccezione. La loro esperienza nel tempo mi porta a pensare alla grande personalità di un altro uomo di industria: quell’Adriano Olivetti che alla metà del ’900 riprese e portò avanti in termini più radicali la missione del capitalismo illuminato dei Crespi. Egli rappresenterà la versione progressista e democratica dell’industria nostrana. Purtroppo, rimangono esempi quasi del tutto isolati per ciò che riguarda il grande capitalismo del Belpaese.

Adriano Olivetti che, stando a quanto testimonia Natalia Ginzburg in Lessico famigliare, ebbe parte attiva nell’organizzare la fuga all’estero del leader socialista Filippo Turati durante il fascismo. Oppure solo per citare i ricordi di uno dei suoi ultimi collaboratori, Furio Colombo, Olivetti che considerava l’ imprenditoria quale missione per portare benessere alla comunità in termini di ricchezza, cultura, democrazia.

Tra le intuizioni più importanti dell’ingegnere vi era il progetto di sposare cultura tecnico-ingegneristica e umanistica, di portare nella fabbrica musica, arte, letteratura, dibattiti; ragioni che lo porteranno a fondare la casa editrice Edizioni di comunità e ad assumere svariati intellettuali del calibro di Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere, oppure Franco Fortini, addetto alle pubblicazioni aziendali, Giovanni Giudici alla biblioteca aziendale, Paolo Volponi ai servizi sociali per l’impresa.

Di fronte a esperienze di tale levatura, diventa inevitabile guardare con rimpianto alle condizioni attuali del panorama industriale italiano. Rimane la tentazione di cercare degli eredi, ma pure la paura di scoprirsi ogni anno un po’ più orfani di quello precedente.

Questi sono i tempi moderni dei Tanzi e dei Marchionne, della concretezza a scapito degli ideali, gli anni della finanza creativa, quelli della razionalità spietata, che non crede alle utopie e che i propri errori – la mancanza di coraggio, lungimiranza e capacità – li trasforma in titoli tossici, in delocalizzazione, finendo per addebitare il proprio conto sulle generazioni future.

dal blog di Sandro Abruzzese “Racconti viandanti” [vedi]

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