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Di life long learning si è molto parlato in questi anni, per segnalare l’importanza di aggiornare le competenze e le capacità professionali in un mercato del lavoro in continuo mutamento. Non si è parlato abbastanza di life long learning come condizione per la cittadinanza, come premessa della capacità di comprendere il tempo presente e di abitarlo con gli strumenti adeguati.
Ci capita di interpretare gli accadimenti misurandone la distanza da ciò che abbiamo conosciuto in passato e così siamo tentati di riportarlo sempre alla “degenerazione” del tempo presente. Il senso di smarrimento che talvolta proviamo di fronte a fatti che non riusciamo a comprendere segnala un difetto delle nostre categorie di giudizio. Non è facile cambiare gli occhiali con cui abbiamo guardato il mondo, soprattutto quando la scena diventa così complessa.
Sarebbe importante pensare al life long learning come qualcosa che riguarda tutti noi e il rapporto con il nostro tempo. È ciò che suggerisce un bel libro curato da Laura Balbo, Imparare, sbagliare, vivere (Franco Angeli), che Laura ha presentato a Milano, in occasione della festa per i suoi ottanta anni. Non conosco un modo migliore per onorare un compleanno importante.
Il libro ospita contributi di donne che hanno condiviso l’approccio al life long learning come esercizio di riflessività, per pensare sociologicamente esperienze personali e comuni: donne impegnate nella doppia presenza, intellettuali e madri, insegnanti, persone, cittadine impegnate nelle istituzioni.
Cito alcuni titoli di paragrafi scelti a caso: aggiramenti, linguaggi e significati, esercizi di traduzione, esperienze comuni, andare oltre, ospitare l’altro. Il libro è un prezioso scrigno di riflessioni (evito volutamente la parola insegnamenti che dovremmo usare con maggiore parsimonia) che emergono da storie raccontate in prima persona.
Ne interpreto alcuni importanti per me. Imparare è un processo che si snoda nell’arco di tutta la vita, che coinvolge noi adulti, un processo che ci cambia e che presuppone la capacità di metterci in gioco. E poi: si impara nei rapporti personali, nelle esperienze, anche in quelle traumatiche, che impongono discontinuità e svolte dolorose; si impara ripercorrendole con la memoria cercandone la comprensione, andando avanti e prendendosi delle pause, sperimentando, piuttosto che ripetendo copioni e tentando strade note. Si impara lasciandosi coinvolgere da persone e cose, sospendendo il giudizio, accettando, prima di giudicare, la realtà e indagandone il senso, cercando un punto di vista personale ed assumendone la responsabilità.
Laura Balbo parla di un life long learning che ci consenta di confrontarci con pezzi di mondo in movimento, con altre culture che si mescolano, con i tempi della nostra vita, che ci fanno essere adulti in modi sempre diversi. Un apprendimento che sappia inglobare strumenti interpretativi nuovi, che consenta di abbandonare certezze radicate, di tenere insieme aperura e rigore.
Per me è stato l’occasione per ripercorrere una storia in parte comune e per ripensarne il senso. Che cosa ho portato a casa, in una frase? Si impara, sottoponendosi allo sforzo più grande, quello di disimparare, vale a dire quello di allontanarsi da tutte le certezze dietro alle quali nascondiamo la nostra pigrizia.

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