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In ricordo di Folco Quilici: “Nei viaggi attraverso gli oceani ho incontrato il mare della storia”

Folco Quilici in occasione della mostra disegni ferraresi della madre Mimi Buzzacchi a Unife nel 2006
Tempo di lettura: 11 minuti

di Franco Patruno

A poche ore dalla scomparsa del grande regista e documentarista di origini ferraresi, Ferraraitalia gli rende omaggio attraverso un’intervista di Franco Patruno, pubblicata originariamente sull’Osservatore Romano nel 2001.

Folco Quilici ha lo stesso sorriso di quando lo conobbi, nei primi anni Ottanta, durante le riprese di ‘La Grande Epoque’. Mi si conferma un’impressione: gli occhi hanno la vivacità curiosa di sempre e il sorriso li accompagna in una sorta di viaggio della parola che sa descrivere compiutamente l’inesausto pellegrinaggio della vita. Sembra che il regista e letterato ferrarese riattualizzi ogni volta il racconto che sta alla base di un’avventura che non può essere preventivamente sceneggiata: è l’esperienza della scoperta in diretta che crea la propria sceneggiatura.

Mi introduco definendo film le sue opere, e non solamente “documentari”. “Ho letto l’introduzione di Tullio Kezich all’ampia documentazione di Ilaria Caputi nel recente ‘Il cinema di Folco Quilici’ e concordo sul fatto che le sue opere, appunto, non si possono semplicemente definire meri documenti etnografici o antropologici; c’è sempre una struttura narrativa, un percorso di vite, e tracce d’esistenza come in un romanzo nato direttamente dal viaggio e dall’esperienza concreta che sta facendo”. Interviene prontamente: “In effetti, la mia curiosità di viaggiare e riprendere storie che le persone ed il luogo di volta in volta mi presentano, mi affascina sempre in modo nuovo. Non ho trovato mai niente di scontato: è la vita che mi viene incontro in quelli che, da antica retorica, chiamiamo paesi lontani: una storia, tante storie”.
Gli sottopongo una mia personale lettura di alcuni tra i tanti film nati dai viaggi; la constatazione, cioè, che in ‘Oceano’ o in ‘Ti-Koyo e il suo pescecane’ è sempre la persona umana che è al centro e che determina l’ambiente e il suo fascino. “E’ vero – mi risponde con convinzione – Se durante le riprese, l’acqua, i monti e lo splendore della natura mi invitano a percorrere i loro itinerari, ho sempre l’avvertenza che siano forma dell’uomo. Mi spiego meglio: c’è un’interazione, una comunione, spesso raggiunta in apparenti e paradossali conflitti. Ma è sempre l’uomo che crea il suo mondo”. “E che può anche distruggerlo”, aggiungo subitaneamente. “Certo, non solo può ma spesso effettivamente li distrugge. Ho sempre pensato, anche nelle situazioni che amiamo chiamare incontaminate, che tutto potrebbe essere sconvolto. Come di fatto è avvenuto in diverse tragedie ambientali. Ma, ripeto, la persona umana è sempre al centro di questo micro o macro universo”.
Nell’utilizzare questa terminologia, non dimentico che Quilici ha avuto la gioia di avere un grande storico degli ‘Annales’ come “maestro ed amico”: Fernand Braudel. “Nel mio libro ‘L’avventura e la scoperta’ narro del primo incontro con lui a Parigi, nella sede della Maison des Sciences de l’Homme. In quell’incontro osai fare una proposta a proposito del progetto di ‘Mediterraneo’. Si potrebbe, dissi, prendere un barcone, un peschereccio, ripercorrere questi itinerari e ricostruire il modo in cui gli uomini di allora si orientavano, prima dell’ottavo secolo. Non avrei mai immaginato la risposta entusiastica di Braudel: ‘Ha proprio ragione! Perché la storia è fantasia!”

Guardando l’immensa filmografia e l’intensa produzione letteraria, confesso a Quilici che non saprei più su quale particolare o quale ‘avventura’ avrei potuto trovare uno spunto per il colloquio. Ma è lo stesso regista che, con naturalezza, favorisce agganci: “Ho fatto un sogno strano: mi immaginavo di andare via dall’Oceano, tra il sentimento dell’angoscia del lasciare un orizzonte ormai legato alla mia pelle e l’entusiasmo di riprendere un cammino scoprendo nuovi ed inattesi mondi. Ma fu un sogno salutare. Il mutamento di interessi, dal mare verso l’entroterra, mi di diede la possibilità di incontrare un mare ancora più sconfinato: il mare della storia”. Rimango colpito dall’apertura di Quilici e dalla sua curiosità di varcare i confini tra cosmo ed antropologia”. “Allora è la storia del paesaggio umano – chiedo – che l’interpella; con le sue radici, il presente ed il futuro che si appressa…”. “Indubbiamente. Le epoche, le culture, un’immensa scenografia umana nella quale le culture scorrono, si muovono, interagiscono, creano un connubbio di gioia e sofferenza insieme. Come interagiscono, cioè, e stabiliscono rapporti che vanno interptetati, scoperti e riscoperti. Ed anche le ideologie, le vicende politiche ed economiche, le loro stratificazioni…tutto questo, mi accorgo, era implicito nel sogno, ma che l’amicizia confidente di Braudel ha portato in superficie”.
“Credo, Quilici, che da questa accentuazione che amo chiamare vocazionale, sia presente un forte recupero anche della dimensione umanistica respirata in famiglia”. Prima della conversazione, dissi al regista che avevo conosciuto ampiamente l’opera pittorica e grafica della sua mamma, Mimì Quilici Buzzacchi, e mi aveva interessato particolarmente il rapporto con la Scuola Romana…”. “Sono grato alla mia famiglia; è stata alla base della mia formazione e della curiosità sia per le avventure dei viaggi che per l’interiorizzazione dell’esperienza culturale. Forse, senza avvertenza esplicita, ora penso a quanto debbo a mia madre. Devo dire, però, che nel lavoro, cioè mentre dipingeva o creava incisioni e xilografie, esigeva da me e dai mie fratelli un solenne silenzio. Rimanevo affascinato dalla trasformazione di un semplice supporto in una cosa altra: forme, colori, storie sulla carta o sulla tela. In fondo, anche quello era un narrare, un modificare, un creare; quindi un viaggio, un’avventura”.
Ricordo che le sue rivisitazioni del Barocco e dell’Art Nuveau hanno affascinato non solo il sottoscritto, ma pure fini storici dell’arte e, al tempo stesso, antroplogi e studiosi di etnografia. Sottolineo, soprattutto, la magia del montaggio. “Si, il montaggio! Ricordo le lezioni al Centro Sperimentale, come quelle di Renato May. Imparai che con il montaggio si può ricostruire tutto, ricapitolarlo, sintetizzarlo…” “Interpretarlo – aggiungo io – perché ogni montaggio è una forma di appressamento alla realtà”. “Indubbiamente, anche se, pur figlio di una generazione post neo realista, non sono mai stato tentato di ricreare o riattualizzare un fenomeno che ha una sua specifica collocazione storica. Non sono mai stato, d’altronde, neppure un surreale. Anche se son sempre stato affascinato da Lo sceicco Bianco di Fellini, determinante per altri aspetti del mio mondo, è stata la continua rivisitazione di Flaherty che mi ha liberato lo sguardo. Mi ha aiutato molto la fotografia, che è mi è cara soprattutto se scandita in modo di sequenza. Da Flaherty ho afferrato che contemplazione e montaggio non si contappongono. Ho sempre avvertito, però, il pericolo dell’oleografia, dalla quale, mi sembra, sono sempre stato lontano”.
“E’ la vita – domando – che l’aiuta a definire le modalità di un film o segue un modello preventivo ‘di ferro’?” “Quando mi immergo, leggendo e visitando tutto ciò che è possibile, in un mondo particolare (come, per esempio, il Barocco), cerco di intravedere quali inquadrature e quale montaggio sia funzionale a quel tipo di sensibilità, di cultura e di esperienza storica. Ciò che mi coinvolge e che continuamente mi affascina è l’aspetto visivo del reale: per La Grande Epoque ho cercato di rendere la festosità ad arazzo dello stile attraverso una sorta di caleidoscopio multicolore, per meglio far rivivere non solo alcuni particolari di quel mondo e di quelle atmosfere, ma l’anima danzante ed il movimento incessante, senza soluzione di continuità”. Trovo significativo il rapporto tra ‘Festa Barocca’, anche se sacrificato in moviola, e ‘La Grande Epoque’ per questo aspetto festoso che però sembra alludere, nel massimo del suo splendore, alla sua crisi, cioè al passaggio ad un mondo di segni decisamente più austero.
“E’ l’opera d’arte che può raccontare meglio di altre documentazioni lo spirito di un’epoca, perché svela un paesaggio trasformato dall’uomo: miserie e grandezze, esuberanza della fantasia, ricchezza esorbitante dell’elemento decorativo, gusto del meraviglioso… Mi interessa cogliere le costanti universali della mente creativa. Il Barocco è indubbiamente una categoria dello spirito, al di là delle singole proposizioni”.

“Allora è sempre l’uomo che l’interessa, con l’intersecarsi dei rapporti tra scienza e arte, ricerca filosofica e manifestazione artistica”. “Indubbiamente. Il senso della ‘maraviglia’, devo averlo detto in alcune interviste, accumuna il viaggio dell’intelligenza e della fantasia attraverso i secoli e delle diverse ricerche disciplinari. Ma mi interessa anche la concretezza storica del manifestarsi della ‘maraviglia’. Allora mi immergo in un singolo mondo, cerco di conoscerlo a fondo anche se poi accentuo l’aspetto della percezione visiva nell’arte. Il debito con mia madre è indubbiamente grande. Non nel senso che, come può avvenire comunemente oggi, mi portasse a vedere musei, gallerie ecc… perché questo è stato un percorso che ho seguito in seguito; ma nel senso dello stupore per la creazione e per la serietà della costruzione della forma. Con mio fratello, osservavamo attentamente mia madre mentre disegnava o dipingeva, ma in assoluto silenzio, quello, per altro, che lei stessa pretendeva. Questa serietà severa mi ha fatto comprendere che non si trattava di un gioco”. La conversazione si fa sempre più interessante e ho l’impressione che stia nascendo un’amicizia. Non c’è urgenza di domande e risposte perché i collegamenti sorgono spontanei. Avendo visto ‘Il rischio e l’obbedienza’ (quattro puntate per Rai 1 per illustrare la storia della Compagnia di Gesù, ndr), inserisco l’argomento che, evidentemente, mi incuriosisce in modo particolare. Anche Quilici lo affronta con vivacità. “E’ stata un’esperienza nuova ed importante, perché nel 1992 si celebrava in cinquecentenario della nascita di Sant’Ignazio di Loyola. Collaborai strettamente con Padre Giovanni Marchesi S.J., redattore della Civiltà cattolica. Mi appassionò la vicenda biografica straordinaria di Ignazio, come pure la diffusione della compagnia prima in Europa e poi in Asia e in Sud America. Se si pensa al periodo storico, c’è qualcosa non solo di stupefacente nell’intraprendenza verso l’India e la Cina! Si pensi poi ai tentativi di inculturazione della fede cristiana nel rispetto delle culture locali, quasi a far comprendere che la fede non mortifica le singole manifestazioni etniche”. Annoto che Ilaria Caputi, nella biografia precedentemente citata, parla di una luce prettamente spirituale nella scoperta di questi mondi e nell’indagine su San Francesco Saverio e Matteo Ricci. “Ho un’ammirazione per la formazione ed il coraggio dei gesuiti, non solo nel creare scuole ed università ad altissimo livello culturale, ma anche, e soprattutto, per la condivisione con coloro che vivono emarginati, i più poveri, come nel caso degli indios Guaranì contro la violenza dei conquistadores, come si può vedere nella parte conclusiva del film. Purtroppo una puntata non è più rintracciabile e non ne posseggo una coppia”.
Gli chiedo come è stato il suo rapporto personale durante la lavorazione. “Emozionante, mi risponde subito, per la serietà che ho riscontrato nella ricerca e per il totale rispetto della mia attività cinematografica. Un particolare bello ed anche, almeno per me, insolito: quando feci vedere il film terminato al Padre Generale, mi disse che gli era molto piaciuto. Ma poi mi fece una domanda che potrebbe apparire imbarazzante: mi chiese cosa ne pensavo dei gesuiti che avevo incontrato e conosciuto. Con sincerità gli espressi la mia ammirazione, facendo notare, però, che tutti avevano una spiccata individualità e che era complesso trovarne uno uguale all’altro. Il Padre Generale sorrise compiaciuto. Mi accorsi che questa autonomia di giudizio nasceva proprio dai caratteri della loro formazione spirituale”. Aggiungo che se i gesuiti non avessero avuto questa formazione sarebbero da tempo estinti, come molti stati avrebbero voluto e che la spiritualità di Ignazio è fortemente caratterizzata non in senso individualistico ma capace di aiutare i singoli ad affrontare anche da soli situazioni limite.

Mi accorgo che è trascorsa più di un’ora e che Quilici ha un impegno in quanto convocato per la giuria del Premio Estense. Mentre ci salutiamo calorosamente, mi consiglia di leggermi l’ultimo suo libro, “L’abisso di Hatutu”. Avrei trovato, lo dice con un cordiale sorriso, una preveggenza della tragedia che in questi giorni ha colpito gli Stati Uniti. Lo apro appena mi arriva fresco fresco dalla casa editrice.
Le prime righe del capitolo (‘Tra il golfo di Biscaglia e l’Atlantico-Giugno 1943’) così narrano: “Erano finalmente giunti alla prova decisiva. Se avesse funzionato gli americani avrebbero avuto una brutta sorpresa: una loro nave sarebbe affondata nel porto di New York. Il lampo accecante di un’esplosione a Manhattan”.
Nei prossimi giorni lo leggerò compiutamente per verificare se, nella conoscenza del nostro passato, Quilici non abbia intuito altre cose del nostro futuro.

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