Home > IL QUOTIDIANO > In ricordo di Thich Nath Hanh – la presenza mentale
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Oggi mi siedo nello stesso posto
Dove altri sedettero in passato.
Fra mille anni altri ancora verranno.
Chi è che intona il canto, e chi l’ascolta?…
(Nguyen Cong Tru)

Il 22 gennaio 2022 ci ha lasciato il monaco buddhista più famoso al mondo dopo il Dalai Lama: Thich Nath Hanh. Qualcuno ne ha scritto, molti i messaggi sui social soprattutto da parte di coloro che ne conoscevano bene i principi guida e ne avevano letti gli scritti avvolgenti. Di lui ho letto parecchio, spesso mi ha aiutato nei momenti più bui.

Thich Nhat Hanh era monaco zen da oltre cinquant’anni. Nato in Vietnam nel 1926, fin da giovane aveva promosso il Dharma, la Legge Universale naturale, come strumento per portare pace, riconciliazione e fratellanza nel mondo. La sua vita è stata molto ricca, ma sono bastati alcuni episodi per farne una delle figure più rappresentative del buddhismo nel mondo.

Nel 1967, mentre si trovava negli Stati Uniti, incontrava Martin Luther King, il quale, commosso dal messaggio di pace del giovane monaco, lo aveva proposto per il Nobel per la pace. Intanto Thich Nhat Hanh prendeva pubblicamente posizione contro la guerra in Vietnam. Dopo aver promosso la Delegazione di Pace Buddhista, che partecipava alle trattative di pace di Parigi, a seguito della firma degli accordi, si vide rifiutare il permesso di rientrare nel suo Paese. Si stabilì, quindi, in Francia, dove, nel 1982, fondò il Plum Village (o Villaggio dei pruni), comunità di monaci e laici vicino a Bordeaux, in Aquitania tra la valle della Loira e i Pirenei, nella quale è vissuto fino alla fine dei suoi giorni, insegnando l’arte di vivere in “consapevolezza”.

Solo nel gennaio del 2005, dopo 39 anni di esilio, su invito ufficiale del governo vietnamita, era riuscito a far ritorno per tre mesi in Vietnam. Nel 2008, fondò in Germania l’Istituto Europeo di Buddhismo Applicato, in cui la visione del Buddhismo Impegnato approfondiva e integrava lo studio dei testi con la loro immediata applicazione alla vita quotidiana. Ai suoi ritiri, da lui tenuti in molti Paesi del mondo, Italia compresa, hanno partecipato ogni anno migliaia di persone di tutte le condizioni sociali e i suoi numerosi libri di poesie, meditazioni e preghiere sono stati tradotti in molte lingue.

I suoi studenti lo chiamavano – e lo chiamano ancora – amorevolmente Thay, “maestro”.

I suoi scritti sono favolosi, semplici e intellegibili ma illuminanti. Da tempo mi sono avventurata nella lettura, sono tanti, sono belli, sono profondi. In Italia sono per la maggior parte editi da un editore romano, Ubaldini Editore, piccoli volumi dalla copertina azzurra che ricorda la carta da zucchero. In tutti si viene guidati nell’apprendimento di come trasformare ogni atto della vita quotidiana in un’esperienza gioiosa, totale, avvolgente.

Il miracolo della presenza mentale, ad esempio, nasce come una lunga lettera in vietnamita al fratello Quang che, nel 1974, era fra i responsabili della School of Youth for Social Service nel Vietnam del Sud, fondata, negli anni ’60, come applicazione concreta del Buddhismo Impegnato, quel genere di saggezza che dà una risposta a ogni cosa che accade qui e ora: dai cambiamenti climatici e la distruzione dell’ecosistema, alla mancanza di comunicazione, al fanatismo e all’intolleranza, dalle guerre alle famiglie spezzate, alle tensioni personali, con i loro corollari di stress, ansie e violenze. Allora lavare i piatti significa lavarli solo per lavarli, non per pensare alla tazza da tè che arriverà in seguito. Se mentre beviamo la nostra tazza di tè pensiamo ad altre cose, accorgendoci a stento della stessa tazza che teniamo fra le mani, ci facciamo risucchiare dal futuro, incapaci di vivere il presente. Il Sutra della presenza mentale, quindi, dice: “Quando cammina, il praticante dev’essere consapevole di camminare. Quando è seduto, il praticante dev’essere consapevole di stare seduto. Quando giace, il praticante dev’essere consapevole di giacere… qualunque posizione assuma il corpo il praticante dev’essere consapevole. In tal modo vive in diretta e costante presenza mentale del corpo…”. Bisogna anche essere coscienti di ogni respiro, di ogni movimento, di ogni pensiero e sensazione, di tutto quanto ci riguarda in un modo o nell’altro. Nei sutra buddisti si insegna a usare il respiro come supporto per la concentrazione. Il sutra dedicato alla coltivazione della presenza mentale attraverso il respiro è l’Anapanasati Sutra.

Bisogna praticare nella vita quotidiana e non solo durante le sedute di meditazione. Si può praticare la presenza mentale percorrendo il sentiero che porta a un villaggio, camminando lungo un viottolo sterrato, lungo i fianchi di colline e montagne. Ma anche per i vicoli delle città. “Mi piace camminare da solo – scriveva Thich Nhat Hanh – per i viottoli di campagna, fra piante di riso ed erbe selvatiche, poggiando un piede dopo l’altro con attenzione, consapevole di camminare su questa terra meravigliosa. In quei momenti, l’esistenza è qualcosa di prodigioso e misterioso. Di solito si pensa che sia un miracolo camminare sull’acqua o nell’aria. Io credo invece che il vero miracolo non sia camminare sull’acqua o nell’aria, ma camminare sulla terra. Ogni giorno siamo partecipi di un miracolo di cui nemmeno ci accorgiamo: l’azzurro del cielo, le nuvole bianche, le foglie verdi, gli occhi neri e curiosi di un bambino, i nostri stessi occhi. Tutto è un miracolo”.

Ma siamo attivi, abbiamo tante cose da fare e cui pensare, come si fa ad avere il tempo per passeggiare e contemplare? Cosa per pochi eletti, direbbero alcuni. Basta concentrarsi su quello che si sta facendo, pensare solo a quello, al qui e ora, al presente, essere padroni di sé stessi senza lasciare mano libera a impazienza e collera. Portare l’attenzione sul respiro. Quante volte di fronte a un momento difficile si pensa, ecco, mi fermo e respiro. Proprio quello. La presenza mentale è al tempo stesso un mezzo e un fine, il seme e il frutto. Quando la pratichiamo per sviluppare la concentrazione, la presenza mentale è un seme. Ma è di per sé la vita della consapevolezza e, quindi, è anche frutto. Essa ci libera dalla distrazione e dalla dispersione e ci consente di vivere pienamente ogni istante. Il respiro corretto aiuta in tutto questo, il ponte che connette la vita alla coscienza, che unisce il corpo ai pensieri. Ogni volta che la mente si perde, il respiro la riporta indietro. Respirare sempre, inspirare ed espirare. E ancora inspirare ed espirare. Che meraviglia di equilibrio ritrovato. Basta provare. Oggi più che mai capiamo il ruolo del respiro, oggi che ne siamo stati privati a lungo, che una feroce pandemia ha colpito proprio lì, il centro della vita.

Questo legame tra spirito e respiro è testimoniato anche dalle tre lingue classiche dell’occidente, il greco, il latino e l’ebraico, che unanimi derivano il termine spirito dal medesimo con cui designano l’aria o il vento. Non solo: di tale legame spirito-respiro testimonia anche la lingua tedesca, dove “respirare” si dice atmen, in chiara assonanza con il termine sanscrito atman che significa “anima”.

Chi sa respirare, si dice, dispone di una riserva inesauribile di vitalità: la respirazione tonifica i polmoni, rinforza il sangue, rivitalizza tutti gli organi del corpo. Si dice anche che respirare bene è più importante che mangiare. Il respiro è uno strumento, esso è già presenza mentale. Questa deve accompagnare oggi atto quotidiano, e ogni atto è un rito. Dove la parola “rito”, nella sua forza e solennità, viene usata per far comprendere l’importanza capitale della consapevolezza. Da praticare ogni giorno, senza divagare. Vivendo il momento presente, senza attaccarsi al futuro, senza preoccuparsi degli impegni che ci aspettano, senza pensare ad alzarsi e a correre via per fare qualcosa. Solo il presente è vita. Carpe diem, avrebbero detto i latini. Non pensiamo solo a “partire” …

“Per meditare dobbiamo essere capaci di sorridere molto”, amava ripetere il mite monaco. Conserviamo allora sempre un sorriso. Magari con un poco di silenzio dentro e fuori di noi.

Sii un germoglio in silenziosa attesa sulla siepe.
Sii un sorriso, frammento del miracolo della vita.
Rimani qui. Non c’è bisogno di partire.
Questa terra è bella come la terra della nostra infanzia.
Non farle male, ti prego, e continua a cantare…

Nel suo editoriale il giorno della scomparsa di Thich Nath Hanh, Vito Mancuso ha ricordato come venne definito da Martin Luther King: “un sorprendente insieme di doti e di interessi”, cui un maestro tibetano aveva aggiunto: “Scrive con la voce del Buddha”, una sensazione condivisa da milioni di lettori nel mondo, perché è impossibile leggere una sua pagina senza avvertire quella peculiare morbidezza del sentimento, analoga alla dolcezza interiore di cui parla Agostino nelle Confessioni e che l’inno liturgico Veni Sanctus Spiritus invoca dicendo Flecte quod est rigidum, “intenerisci ciò che è rigido”. Già i titoli di alcuni suoi libri ne danno un’idea: “Essere pace”, “Fare pace con sé stessi ovvero guarire le ferite dell’infanzia”, “Spegni il fuoco della rabbia”, “L’energia della preghiera”, “Il miracolo della presenza mentale”, “Discorsi ai bambini e al bambino interiore”. Leggeteli, se potete, aggiungo.

La luce del suo sorriso scalderà i nostri cuori ancora per tanto tempo.

Parte dell’articolo è stato pubblicato su Wall Street International Magazine

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