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In un cinema d’estate

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racconto di Maurizio Olivari
foto di Giordano Tunioli

Si erano incontrati casualmente una sera d’estate nel cinema all’aperto del parco Pareschi di Corso della Giovecca. Il film ‘Assassinio sull’Orient Express’ era iniziato da non più di mezz’ora quando all’improvviso, preceduto da lampi e tuoni, si scatenò un forte temporale che provocò un fuggi fuggi generale. Molta gente trovò un riparo provvisorio in attesa che si placasse la furia della pioggia e del vento.

All’interno del parco, tutt’attorno allo spazio allestito per le proiezioni, si stagliavano alcuni grossi alberi frondosi presso i quali ci si poteva comodamente riparare. Paolo decise di mettersi proprio sotto uno di questi. S’era messo sulla testa il maglioncino di cotone che portava sempre con sé per non patire l’umidità della sera, e questo gli conferiva un aspetto alquanto buffo.
L’albero si trovava in fondo verso l’uscita, distante dallo schermo. Le immagini del film continuavano a scorrere, ma la visibilità era scarsa e l’audio era coperto dal rumore della pioggia. Tutto questo stava convincendo Paolo ad andarsene quando una ragazza accanto, anche lei col capo coperto da un giubbino, gli disse che di solito i temporali sono di breve durata e forse conveniva attendere qualche altro minuto prima d’arrendersi.
Paolo, un distinto sessantenne che si vantava di dimostrare meno anni di quelli che aveva – anche se una volta chiese a una ragazza: “quanti anni mi dai?” e questa gli rispose: “L’ergastolo!” – si voltò e replicò che non era una cosa saggia rimanere sotto gli alberi durante i temporali, dato che i fulmini li prendono spesso di mira.
Poi guardò meglio la ragazza che rimaneva in silenzio senza commentare, quindi decise di presentarsi: “Piacere, Paolo”
“Piacere, Francesca” rispose la ragazza.
Scoppiarono entrambi a ridere, pensando al dramma dei due amanti tragicamente inseriti nell’Inferno Dantesco.
La pioggia invece di calare, aumentava d’intensità e Paolo decise di tornarsene alla macchina posteggiata poco lontano e andare a casa.
“Io debbo per forza aspettare che smetta di piovere perché sono venuta in bicicletta” disse Francesca.
Paolo rispose dicendole di lasciare la bicicletta e permettergli d’accompagnarla a casa in macchina. Il giorno dopo lei sarebbe tornata a riprenderla.
Lei non volle accettare e lui fece per salutarla, non prima di un’ultima battuta: le disse che quella sera avrebbe scritto un racconto e lo avrebbe iniziato con la frase ‘S’erano incontrati casualmente una sera d’estate…’
La ragazza sorrise e gli augurò una buona serata. Paolo s’allontanò sotto la pioggia bagnandosi completamente, ma non ci fece caso: il pensiero di quel breve incontro lo distraeva piacevolmente.

Paolo, scapolone per scelta, aveva trascorso la sua vita lavorativa in giro per l’Italia, era stato ispettore per una compagnia di assicurazioni. Si fermava per qualche periodo in un posto poi ripartiva, finendo per fare come i marinai che si diceva avessero una donna in ogni porto. Così era stato per lui.
Ora, in pensione da pochi mesi, trascorreva le sue giornate dedicandole finalmente ai passatempi che prima, quando lavorava, aveva sempre trascurato: scrivere, fotografare, andare al cinema.

Il remake di ‘Assassinio sull’Orient Express’, a causa del temporale, venne riproposto qualche sera dopo e Paolo, col biglietto già pagato, tornò al parco e si mise a sedere nella solita fila quasi in fondo, impiegando il tempo in attesa dell’inizio del film a scorrere le mail del suo smartphone.
“Questa sera speriamo non arrivi il temporale.”
Una voce femminile arrivava dal posto accanto a lui, occupato con sua sorpresa da Francesca. Con un sorriso luminoso rispose che aveva portato un ombrellino d’emergenza ed era contento di vederla. Al riaccendersi delle luci, durante l’intervallo, si trovarono entrambi rivolti uno di fronte all’altra, a guardarsi, parlandosi solo con lo sguardo.
Francesca non era bellissima ma aveva un viso molto interessante ed espressivo, e a Paolo le tipe come lei piacevano parecchio. La osservava cercando d’indovinare quanti anni avesse. Non più di 30, pensò.

Durante la seconda parte del film giocarono a indovinare chi fosse l’assassino. Paolo, che aveva visto la versione originale, si divertiva a depistare Francesca su quale fosse il finale.
La serata era molto calda, il cielo sereno e una luna piena a schiarire il buio del parco. Paolo pensava che quella sarebbe stata la serata ideale per due innamorati, magari seduti vicini che si tenevano la mano e guardavano il loro film preferito. Non era affatto il suo caso: Francesca la vedeva per la seconda volta e lui poteva benissimo essere suo padre.
“Questa sera sono venuta con l’autobus, se vuoi mi puoi accompagnare a casa con la tua macchina.”
“Certamente Francesca, con molto piacere.”
Arrivati a destinazione, accompagnando alla porta la ragazza, avrebbe voluto fare come nella scena di molti film americani, dove l’attore, guardando negli occhi l’attrice, accennava ad una canzone, le prendeva la mano e finiva per darle un timido bacio. Non lo fece, sarebbe stato ridicolo. Si lasciarono con un arrivederci.
Era molto tempo che non provava quella strana sensazione di serenità. Avere incontrato una persona
che gli piaceva lo rallegrava. Dentro di sé si diceva di non fare i soliti voli pindarici, che molte volte lo avevano portato a forti delusioni; alla fine era soltanto una giovane ragazza educata, spigliata, che aveva accettato la sua momentanea compagnia. Niente di più.
Aveva avuto il numero di telefono di Francesca, segnandolo sul biglietto del cinema. Fortunatamente non lo aveva buttato.
“Posso invitarti a mangiare un gelato? Vuoi che una prossima sera andiamo al cinema? Andiamo a fare un giro in bicicletta?” si ripeteva. Come un ragazzino, era indeciso quale scusa usare telefonando a Francesca. Questa ragazza gli era rimasta nella mente. Desiderava rivederla, per conoscerla meglio, sapere di lei, della sua vita, della sua famiglia.
“Ho ancora tre giorni di ferie – gli rispose – possiamo uscire quando vuoi.”
Andarono un giorno a fare fotografie sul Po, lei con una Canon, lui con la Nikon, lei foto al paesaggio, lui a riprendere il suo viso. Scherzavano, sulla loro bravura di fotografi e si criticavano simpaticamente sulla marca delle loro macchine fotografiche. Si scattarono anche un selfie con il telefono giudicandolo, ridendo, una pessima immagine.
Il giorno successivo, lo trascorsero il mattino alla mostra del Palazzo dei Diamanti e il pomeriggio a passeggiare sulle mura della città.
Paolo notava sempre di più, delle affinità caratteriali e di comportamento, con il suo carattere, le sue preferenze, il suo modo di interagire. Insomma le piaceva moltissimo.
Durante quella passeggiata Francesca parlò della sua vita. Era figlia unica, aveva trentadue anni, non aveva conosciuto il padre perché la madre, appena saputo di essere in stato interessante, era stata obbligata dai suoi genitori ad abbandonare quello che era definito uno scansafatiche, non adatto a lei. Era nata lontano da Ferrara, dove era tornata solo dopo la morte dei nonni materni.
Paolo, mentre sentiva questa storia, si rendeva conto del perché questa giovane donna uscisse volentieri con lui. Ne vedeva una figura paterna. Cercò quindi di frenare un principio di passione che lo aveva coinvolto. Sentiva le famose farfalle nello stomaco
“E tu perché non sei sposato?” gli chiese improvvisamente, mentre si erano fermati vicino alla Casa del Boia.
Era imbarazzato, ma rispose di essere stato innamorato una sola volta più di trent’anni fa. Un amore finito male. Dopo, aveva fatto un po’ il farfallone e quindi ora, da anziano, cupido si era dimenticato di lui.
“Non esiste età per l’amore. Sai ho fatto vedere a mia madre il selfie che abbiamo fatto. Non ha gradito, anzi mi ha invitato a non rivederti più… Non uscire con uno così vecchio che potrebbe essere tuo padre” m’ha detto!
Nel pronunciare queste parole scoppiò in una fragorosa risata.
“Dai, prendila anche tu in ridere, vecchio signore! Adesso portami a casa, domani sera andiamo al cinema. Danno il film di Luciano Ligabue.”

Non riusciva a prendere sonno, le parole di quella ragazza lo avevano turbato. Era stato costretto a ricordare e raccontare di quello che era stato il suo grande amore.
Una ragazza, con la quale condivideva la bellezza della gioventù, spensierati ed allegri. Un amore però contrastato dalla famiglia di lei, tanto che un giorno la giovane non si fece più trovare. Mai una lettera, un contatto che lui aveva cercato invano.
Cercò di togliersi quei ricordi dalla mente, pensando che il giorno dopo avrebbe incontrato Francesca, nella quale aveva trovato la stessa gioventù, spensieratezza e allegria.
“Ho letto la recensione – disse – vedrai questo film ti piacerà.”
Entrarono cercando quelli che erano ormai diventati i posti consueti.
Mentre iniziava il film, gli sussurrò: “Ricordati che dopo debbo dirti una cosa importante.”
“Dimmela ora” rispose Paolo.
“No! Silenzio e guarda il film, pa…” non terminò la parola.

Non si erano fisicamente sfiorati nemmeno con un dito, tranne il casto bacio sulla guancia, quando si lasciavano a fine giornata, trascorsa insieme.
Paolo, mentre sullo schermo passava una scena d’amore, ruppe gli indugi e dolcemente prese la mano della ragazza, che guardandolo negli occhi, non negò l’atto, ma evitò l’incrociarsi delle dita.
Era un bellissimo momento e il cuore di Paolo iniziò a battere sempre più forte.

Erano appena passati dieci minuti, che improvvisamente si alzò un forte vento, in lontananza il rumore del tuono, le prime gocce che cadevano sempre più copiose.
Sorridendo Paolo e Francesca si guardarono negli occhi e ricordando il giorno del loro primo incontro, nello stesso cinema all’aperto, nella stessa situazione, corsero a ripararsi sotto le fronde del grande albero.
“Vado a prendere l’ombrello in macchina” disse Paolo.
“Va bene ti aspetto, ma ricordati che debbo dirti una cosa importante” rispose la ragazza.
A passo svelto uscì dal parco che ospitava il cinema e si diresse alla macchina, riparandosi sotto i cornicioni dei palazzi . Improvvisamente, un bagliore molto forte rischiarò la via, seguito dal boato del tuono, che somigliava allo scoppio di una bomba.
“Questa volta ha colpito vicino” pensò mentre si avvicinava alla macchina. Tornò camminando più lentamente, per riprendersi dalla precedente corsa. Arrivato al parco, si diresse verso il grande albero, dove un piccolo gruppo di persone si era riparato dalla pioggia ma avvicinandosi vide alcune di queste chine sul corpo di una donna. Il pensiero andò subito a Francesca. Infatti era così: la ragazza era distesa a terra con lo sguardo fisso nel vuoto.
“Il fulmine, è stato il fulmine” diceva la gente. “Sta arrivando l’ambulanza” esclamò una signora.
Paolo si mise in ginocchio e prendendole la mano la chiamò con dolcezza: “Francesca, sono qui”
“Non mi lasciare – sussurrò la ragazza – e ricordati che debbo dirti una cosa importante.”
Una sirena annunciava l’arrivo dell’ambulanza. Mentre caricavano la barella, la voce flebile di Francesca arrivò a Paolo.
“Debbo dirti una cosa importante… papà.”

Intanto sullo schermo appariva la parola ‘Fine’

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