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Esiste una responsabilità precisa e inequivocabile che inchioda il ‘personaggio pubblico’ nelle sue funzioni, ruolo e mandato che gli vengono attribuiti. Non è una questione arbitraria, barattabile e mutevole a seconda delle situazioni, dei casi e delle circostanze: chi rappresenta pubblicamente un modello, un’immagine, una proiezione, incarnando aspettative, speranze, aspirazioni, deve assumersi tutto questo consapevolmente, farsene carico, restituire un feedback onesto.
Il personaggio pubblico deve essere conscio della grande riconoscibilità sociale delle sue parole e dei suoi comportamenti, sottoposta ormai quasi sempre all’amplificazione dei media. Vale per gli esponenti politici e istituzionali, per le rappresentanze religiose, per i personaggi dello spettacolo e dello sport. E in un’epoca, la nostra, in cui gli ‘influencer’ nascono come funghi dalla sera alla mattina, prosperando e battendo record di followers e lauti benefici economici, la responsabilità diventa ancora più necessaria dal punto di vista etico e sociale.
In fondo, a ben vedere, siamo tutti influencer – almeno digitali – di un piccolo pubblico, gruppo di contatti o altro, perché ogni pubblicazione online, commento, articolo, apprezzamento, like o smile ha un impatto su chi legge, con valore che si protrae nel tempo e spesso senza feedback visibile e misurabile nell’immediato.
L’emulazione degli atteggiamenti più negativi è il rischio più diffuso e riscontrabile: si assiste agli eccessi di chi vomita insulti, disprezzo marcato, rabbia, frustrazione esasperata, epiteti, odio, sull’onda di sentori, pregiudizi, convinzioni fuorvianti manovrate e pilotate da linee di pensiero che demoliscono il buonsenso e la costruttività.
Viviamo nell’epoca della deresponsabilizzazione che ha il sopravvento sull’assunzione di responsabilità individuale, perché prevale il dissociarsi dal proprio carico di consapevolezza e impegno, scaricando sugli altri ogni forma di coinvolgimento personale, confondendosi nella mischia.
E’ sufficiente accedere a qualsiasi social network per evidenziare immediatamente questo riscontrare indiscriminato di ogni tipologia di sfogo senza limiti e coscienza che, aldilà dell’oscuramento e censura previsti nei casi più eclatanti, ricade a pioggia su tutti, imbrattando e compromettendo quella che potrebbe essere una fantastica possibilità di scambio, arricchimento, sana crescita collettiva e globale.
La responsabilità è un modo di essere, una filosofia di vita che parte dalla riflessione e dall’onestà intellettuale. Parte soprattutto da se stessi, con la consapevolezza delle conseguenze delle proprie
azioni, per manifestarsi con e in mezzo agli altri, con la comprensione dei sentimenti, delle ragioni e dei risultati che vengono generati. Responsabilità sottende libertà: “la libertà è la volontà di essere responsabili di noi stessi”, affermava Nietzsche.
Margherita Hack scriveva: “Ero vegetariana, ero molto più libera di tutti i miei coetanei, perché avevo dei genitori liberali il cui stile educativo faceva leva sulla mia responsabilità e non sull’imposizione di regole. Anche se avrei preferito molto restarmene in casa a leggere, la sera mi imponevo di uscire per andare a vedere i varietà. Solo per ribadire la mia libertà e la mia indipendenza come individuo e come ragazza”.

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