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Prima gli italiani brava gente
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Un video che mette tutti insieme, tutti in fila, gli episodi di aggressioni ai danni di stranieri avvenuti negli ultimi mesi in Italia, da Macerata a Firenze, dagli spari di Napoli alle uova di Daisy nel torinese: una serie che mette i brividi in un paese che sta ricordando quest’anno gli ottant’anni delle leggi razziali, o meglio razziste come dovrebbero essere definite.
Non ci hanno pensato i media mainstream, ma i ragazzi ferraresi di Occhio ai media: “E’ una sequenza che i media italiani esitano a mettere insieme perché potrebbe ledere l’immagine del paese. Guai a dire che in Italia esiste il razzismo”. A dirlo è Gad Lerner, domenica mattina sul palco del Teatro Comunale – dal quale quel video è stato proiettato poco prima – durante uno degli incontri conclusivi della tre giorni di Internazionale a Ferrara 2018: ‘Italiani brava gente’. L’anno in cui ricorre l’anniversario del vergognoso atto di razzismo istituzionale nell’Italia del 1938 “è anche l’anno in cui ricorderemo che si è rotto l’argine, che si è passati dalle parole ai fatti”, continua Lerner, che non a caso sabato 6 è stato intervistato dai ragazzi di Occhio ai Media in un appuntamento intitolato ‘Così comincia la persecuzione’.

“La differenza fra ieri e oggi è che allora il razzismo istituzionale arrivò a freddo, aveva ideologi e radici, ma fu una scelta improvvisa del nascente impero; oggi, invece, la strada è stata preparata, i decreti sono stati preceduti da una lunga politica di razzismo culturale”. Tuttavia “l’indulgenza è la stessa – ci risponde quando chiediamo le analogie fra la situazione di allora e quella odierna – prosegue la bugia storica che i ‘cattivoni’ sono gli altri; eppure gli ebrei sono stati cacciati dai loro posti di lavoro e dalle scuole e poi arrestati e deportati grazie a zelanti delazioni di italiani. Italiani che poi si è voluto presentare come persone che avevano commesso uno sbaglio”, così come ora gli episodi di razzismo sono definiti “provocazioni simboliche, goliardate, atti di pazzi isolati”. Ecco dove sta “la continuità con l’Italia razzista di ottant’anni fa”. Lerner ci parla addirittura di “sudditanza ideologica” nel discorso pubblico: per esempio “i conduttori dei talk show televisivi si sono contesi gli ospiti più prelibati, da Salvini a Di Maio, quando palavano dei ‘taxi del mare’, del ‘business dell’immigrazione’, oppure quando dicevano che gli italiani sono vittime di questi palestrati, di questi finti profughi. Gli occhi dei conduttori luccicavano di soddisfazione perché l’audience saliva e perché era l’onda che dovevano cavalcare. In questo modo però, almeno io la penso così, gli si è spalancata la strada a un’egemonia culturale che ha intimidito le forze alternative”.

Sul palco con Lerner c’era anche il sindacalista Usb italoivoriano Aboubakar Soumahoro arrivato direttamente da Riace, dalla manifestazione di solidarietà a Mimmo Palladino. Anche lui ha insistito su un’interpretazione che non si fermi allo sgomento, all’indignazione del momento, ma che legga la realtà nella sua complessità, che alzi lo sguardo e consideri il contesto nel suo insieme e si ricordi la storia, ciò che è stato in Italia e nel mondo: “L’indifferenza – dice Aboubakar citando Gramsci – che opera nella storia e nel nostro quotidiano ci riporta alle leggi razziali e all’apartheid”. È già accaduto: la separazione della popolazione fra bianchi da una parte e dall’altra neri, indiani, tutti coloro che erano diversi, allora come ora “la diversità non è stata valorizzata, ma è divenuta la base della discriminazione, della separazione, della segregazione spaziale, politica, economica”. Allora come ora è accaduto “in un contesto di crisi e di smarrimento dei valori”. “La deriva non si fermerà alle persone di colore e ai migranti, ma arriverà agli italiani emarginati, in condizioni di difficoltà” che verranno trattati come ora si trattano gli stranieri, verranno lasciati fuori dallo steccato degli aventi diritti.

Nessuno dei due è stato tenero con le forze di sinistra. Aboubakar, da sindacalista, afferma con forza che “i lavoratori prima di essere tali sono esseri umani e il sindacato si deve interrogare su quale sia il proprio ruolo oggi nel mondo dei dannati della globalizzazione”. Mentre Lerner parla di “timidezza” e di abdicazione “ai principi e valori fondamentali” nel contrasto ai “cattivi sentimenti, che nelle società ci sono sempre stati, ma che oggi vengono legittimati e dichiarati orgogliosamente da chi sta ai vertici”.
Che la sinistra usi l’antirazzismo e l’intercultura in modo “folkloristico” l’aveva sostenuto poco prima anche Pape Diaw, rappresentante della comunità senegalese fiorentina, che insieme ai famigliari di Idy Diene è venuto a portare la testimonianza di una comunità colpita due volte da aggressioni razziste nel 2011 e nel 2018. “La sinistra – ha detto Pape – non ha capito che l’intercultura non è cous cous e tamburi, ma una pratica quotidiana, non ha capito che l’antirazzismo non si pratica a parole, ma con i fatti”. Diaw è “molto deluso dalla politica e dal Comune. Io, l’omicidio di Firenze, lo ricorderò per una città che piange le fioriere”.

Un teatro Claudio Abbado gremito fino al loggione ha ascoltato in un silenzio reso attonito dal senso di impotenza le parole di Aliou Diene, fratello di Idy, e della cognata Marema. È lei a rispondere alla domanda di Annalisa Camilli di Internazionale “Che cos’è il razzismo?”. “Io ho partorito tre figli qui in Italia, vanno a scuola e all’asilo a Pontedera insieme agli altri bambini. Il razzismo è quando porto i miei bimbi a scuola e i compagni corrono verso di noi, mentre le mamme li tirano indietro. Loro hanno paura di noi e noi ora abbiamo paura di loro”. Diversa è la risposta di Bouyagui Konaté, vittima di un’aggressione razzista a Napoli: nel giugno scorso mentre usciva dal suo ristorante multietnico e si avviava a piedi verso casa due persone gli hanno sparato da un’auto con un fucile a piombini. “Sono qui da circa quattro anni, mi sono integrato, ma sono una di quelle persone che vedete tutti i giorni arrivare con i barconi. Io penso che il razzismo si possa definire in molti modi: c’è chi commette le aggressioni e chi convince gli altri a commettere questi atti”.
Che fare quindi, chiede in conclusione Camilli, per contrastare la cultura razzista ormai dilagante nel nostro Paese?
Per Gad Lerner il fronte antirazzista si deve ricostruire come “nuova resistenza” dal basso unendo le varie istanze, dal sindacalismo di base al volontariato dell’accoglienza, al movimento cooperativo. Aboubakar ha aggiunto che “l’antirazzismo oggi non può essere praticato senza interagire con il tema della giustizia sociale” per disarmare chi usa disoccupazione giovanile e povertà diffusa nelle famiglie italiane come armi del razzismo.

Guarda il video ‘Occhio all’odio’ realizzato da Occhio ai media

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