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Speriamo che sia femmina?

INTERNAZIONALE A FERRARA 2019
Speriamo che sia femmina?

Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Alexandria Ocasio-Cortez, Samantha Cristoforetti, Fabiola Gianotti, Angela Merkel, Christine Lagarde, Ursula von der Leyen, Federica Mogherini, Bebe Vio, Francesca Schiavone e Flavia Pennetta. Tutte donne di successo. E sono solo alcuni esempi; senza contare tutte coloro che ogni giorno sono madri, figlie, lavoratrici.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.
Combattere gli stereotipi e la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano: il tema è stato al centro di diversi incontri all’interno del programma del Festival di Internazionale a Ferrara.

Parità di genere sotto attacco
Per tutti e tre i giorni della rassegna lo spazio dell’Ex Teatro Verdi è stato animato dagli incontri di inGenere.it, rivista online fondata a fine 2009 di informazione, approfondimento, dibattito e proposte su questioni economiche e sociali, analizzate in una prospettiva di genere.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, eppure in Europa c’è una guerra alla parità, partita dai Paesi orientali e centrali che lentamente si sta diffondendo sostenuta da conservatori e populisti. Marcella Corsi, economista di inGenere.it, ne ha discusso con Agnieszka Graff, studiosa polacca, “femminista affascinata dall’antifemminismo” come si è definita lei stessa. L’antigenderismo è una rete europea e mondiale di organizzazioni: la piattaforma CitizenGO, il Congresso Mondiale delle Famiglie, One of us – European Federation for Life and Human Dignity e Agenda Europe, sono solo alcuni esempi. “Sono movimenti dal basso nati perché le teorie del genere sarebbero una minaccia che mette a rischio l’ordine naturale delle cose. Per loro il genere è un’emergenza al pari di quanto lo è per altri il riscaldamento globale”, ha sottolineato Agnieszka. “Siamo di fronte a un momento di aggressione delle democrazie e il problema è che i politici non vogliono capire che le questioni decisive per le destre fondamentaliste non sono la razza e l’etnia, ma l’aggressione ai diritti delle donne. La questione di genere è una questione politica cruciale”. Per Graff la sfida riguarda le giovani generazioni di maschi affascinati dal conservatorismo misogino “che non odiano le donne, ma vogliono un ordine nel mondo e l’ordine tradizionale degli antigenderisti è molto attraente”.

Famiglia tradizionale o servizi per la famiglia
La domanda allora potrebbe essere quanto è sostenibile il modello della famiglia tradizionale in termini economici: quanto costa e quanto è vantaggioso al giorno d’oggi? inGenere.it ha provato a mettere a confronto Italia e Svezia. “In Italia una persona su due pensa che le donne dovrebbero a casa e non lavorare, in Svezia anche chi lo pensa non lo direbbe mai ad alta voce”, ha esordito Barbara Leda Kenny, caporedattrice della rivista, e persino tra gli occupati a tempo pieno le donne dedicano più di tre ore al giorno al lavoro domestico, due in più degli uomini: la terza peggiore disparità in Europa. A Francesca Bettio, economista di inGenere, è bastato un semplice confronto per capire che c’è un cortocircuito a proposito delle aspettative culturali sul ruolo della donna e dell’immagine della famiglia: “nei Paesi dove ci sono meno donne al lavoro si fanno meno figli”, senza andare in Grecia, Spagna o Croazia, l’Italia ha un tasso di occupazione femminile tra il 30 e il 50% mentre il tasso di fecondità è 1,4 figli per donna; “nei Paesi dove ci sono più donne al lavoro, ci sono più figli”, Svezia, Danimarca e Francia hanno un tasso di occupazione femminile tra il 70 e l’80% e un tasso di fecondità di 1,7 figli per donna.
La differenza è senza dubbio culturale, ma il sistema di welfare gioca un grosso ruolo: basta pensare che in Svezia non si parla di maternità, ma di “congedo parentale” e che questa misura permette a madri e padri di stare lontano dal lavoro per un totale di 18 mesi, tre dei quali obbligatori per entrambi, all’80% del salario. “Culturalmente – ha detto Mirjam Katzin, giurista dottoranda presso l’università di Lund in Svezia – ci si aspetta che i padri condividano le responsabilità genitoriali e ci si aspetta che io come madre spenda tempo anche al di là della cura del mio bambino, così come ci si aspetta che la cura di anziani e disabili sia a carico della municipalità. Sarebbe impensabile avere queste relazioni famigliari senza un sistema di welfare forte, efficace e universale, che funziona grazie alla redistribuzione delle risorse economiche”.
Eppure anche in Svezia questo sistema è sotto attacco e a farne le spese sono le donne. Ecco perché secondo Mirjam “il welfare, i diritti dei lavoratori, la previdenza sociale, la redistribuzione delle risorse attraverso il sistema contributivo” sono anche queste battaglie femministe.

Le donne sottorappresentate o non rappresentate

Certo è difficile portare avanti rivendicazioni sulla parità di salario o sull’aumento e il miglioramento dei servizi per le madri lavoratrici (o i padri lavoratori, perche no?) se si pensa che una donna di successo sia un’eccezione, se si è abituati a pensare al capo e all’esperto di turno come a un maschio bianco di mezza età, se la prima domanda che viene fatta a una donna che raggiunge un posto di responsabilità grazie a esperienza e competenza è: “hai pensato a come farai con i tuoi figli?”
Combattere la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano, sono sottorappresentate o ne viene data un’immagine non corrispondente alla realtà. Avete mai pensato al ruolo e all’immagine della donna che danno i film e i media ancora oggi, sia sul piano dell’informazione sia su quello della comunicazione? Se ne è parlato sabato alla Sala Estense con ‘Questione di sguardi. L’immagine delle donne e il divario di genere nell’industria culturale. Per una comunicazione in cui tutti sono rappresentati’ e domenica nell’aula magna del dipartimento di Economia e management con ‘La parola all’esperta. In Europa le voci femminili autorevoli sono spesso assenti nei mezzi d’informazione e nei dibattiti. Ma le cose possono cambiare’.
Christina Knight, direttrice creativa di un’agenzia pubblicitaria svedese, con più di trent’anni di esperienza nell’industria pubblicitaria, autrice di ‘Mad women. A herstory of advertsing’ (Olika 2013), sabato pomeriggio dal palco della Sala Estense ha mostrato alcuni esempi di quello che la teoria della comunicazione chiama ‘the male gaze’: “l’uomo è il soggetto e la donna è l’oggetto”.
Se si aggiunge che “siamo bombardati da circa 5 mila messaggi pubblicitari al giorno, dei quali solo l’8% a livello conscio, mentre il resto lo percepiamo a livello subconscio”, come ha affermato Livia Podestà – responsabile della comunicazione e delle pubbliche relazioni allo Swedish institute di Stoccolma e fondatrice della sezione italiana di Equalisters, organizzazione che mira a ristabilire una corretta rappresentazione di genere nei mezzi di comunicazione – il problema salta subito all’occhio.
L’oggettivizzazione delle donne e il sessismo nei media naturalmente giocano un ruolo nel minor numero di donne in posizioni di leadership nella politica e nel mondo del lavoro perché mancano i ‘modelli di ruolo’. Se lo dovessimo dire con uno slogan pubblicitario: “If you can’t see it, you can’t be it”. E naturalmente “le immagini delle donne non hanno influenza solo sulle donne, ma anche su come gli uomini guardano le donne”, ha aggiunto Podestà: “se sono un oggetto, ci si sente maggiormente in diritto di trattarle come si vuole”. Tutte osservazioni che valgono anche per gli stereotipi sul genere maschile, hanno sottolineato le due esperte di comunicazione: il modello del maschio rude, forte, impassibile, sempre serio, che passa il proprio tempo fuori di casa influenza l’autopercezione di sé come uomo.

Ecco perché nascono guide come ‘Images that change the world’: un manuale per un linguaggio comunicativo egualitario e inclusivo. (CLICCA QUI per scaricare la guida)
Ed ecco perché nascono iniziative come 100esperte.it (inserisci link), la banca dati presentata domenica mattina.
Secondo i dati raccolti dal Global media monitoring project, l’82% degli esperti interpellati dai mezzi di informazione sono uomini bianchi di mezza età e solo il 4% delle notizie che vediamo o leggiamo rispettano la parità di genere. In Italia le donne esperte intervistate sono il 19%, mentre la percentuale delle donne cui viene chiesta l’opinione popolare sale al 43%: quante volte, per esempio, durante un telegiornale avete visto una donna intervistata per chiederle cosa ne pensava del prezzo di un prodotto o di una notizia e quante volte avete letto il suo nome? Fatevi la stessa domanda per l’uomo che molto probabilmente subito dopo seguiva nel servizio per fare la sua analisi come esperto. Perché a spiegare e interpretare il mondo sono quasi sempre gli uomini? 100esperte.it è una banca dati online, inaugurata nel 2016 con 100 nomi e cv di esperte di Stem (science, technology, engineering and mathematics), settore storicamente sotto-rappresentato dalle donne. Il sito è stato ideato e costruito per crescere nel tempo, incrementando il numero di esperte e ampliando anche i settori disciplinari: le esperte di Stem hanno oramai superato quota 130, quelle di Economia e finanza –avviato nel 2017 – sono oltre 60 e nel 2019 la banca dati è stata estesa al settore della Politica internazionale, raggiungendo così 286.

Proprio da questo settore vengono Annalisa Ciampi, professore ordinario di diritto internazionale all’Università di Verona e visiting professor of European Human Rights Law alla Monash University di Melbourne, e Silvia Francescon, laureata proprio a Unife, ha prestato servizio presso l’Ufficio del Presidente del Consiglio nel 2016-2017 in preparazione e durante la presidenza Italiana del G7, seguendo il dossier parità di genere e contribuendo alla stesura della ‘Dichiarazione dei Leader’, ha prestato servizio anche presso le Nazioni Unite, come coordinatrice per l’Italia della Campagna sugli Obiettivi del Millennio. Entrambe credono fermamente nel concetto di ‘modello di ruolo’ e sono seriamente preoccupate del fatto che in Italia “la maternità in molti casi significa la fine della carriera”. Recentemente Silvia Francescon ha accettato l’opportunità di avere un ruolo di primo piano nell’organizzazione e nel coordinamento del prossimo G20 in Arabia Saudita, una grossa sfida per una donna, madre e single, e le sue stesse amiche “prima ancora di complimentarsi e congratularsi” per il suo successo le hanno chiesto: “come farai con i tuoi figli?”.
E se la stessa posizione fosse stata offerta a un uomo?

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