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Fotogiornalismo: non la verità ma un punto di vista sulla realtà

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Fotogiornalismo: non la verità ma un punto di vista sulla realtà

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Prima ancora della piena affermazione di internet e delle forme digitali della comunicazione, fu la fotografia a scoprire e valicare la frontiera della realtà virtuale. Potremmo definirla l’era di Photoshop, quella che ha dato avvio a una seriale e sofisticata tecnica di fotoritocco che oscilla fra il semplice miglioramento della qualità tecnica dell’immagine e la sua contraffazione, con finalità non sempre dichiarate e nobili. In questo senso, ma al contrario, manifesto era l’intento della Voce di Indro Montanelli, innovativo quotidano ch,e con la geniale direzione artistica di Vittorio Corona, inaugurò con successo una tendenza che però non ha fatto scuola, proponendo ogni giorno in prima pagina un fotoritocco – dagli intenti dichiaratamente provocatorio e sarcastico – una sorta di alternativa alla tradizionale vignetta, non la verità dei fatti, dunque, ma il punto di vista del giornale sull’attualità.

“Il dilemma relativo al rapporto fra realtà è rappresentazione accompagna la storia della fotografia fino dalla sua nascita – sottolinea giustamente Arianna Rinaldo introducendo il dibattito che Internazionale ha dedicato a questo stimolante tema – ma è diventato attualissimo con il fotogiornalismo e il successivo impiego dei moderni software di rielaborazione digitale”. L’aspetto manipoitivo è stato però tenuto ai margini della discussione, per incentrare la riflessione sul ruolo del fotografo-narratore, sul peso del suo sguardo e la consapevolezza che l’operatore ha del suo delicato compito.

Christiane Caujolle segnala come “la definizione di fotogiornalismo rimandi all’interrogativo su cosa sia informazione oggi. Attraverso internet la notizia arriva in maniera sempre più rapida e immediata ma sempre con minori garanzie circa ala sua attendibilità. Qual è lo specifico ruolo dei giornalisti? – si domanda – La fotografia è una rappresentazione e quindi come tale è un’astrazione: non la realtà, ma un punto di vista, che ha sì un collegamento concreto con la realtà, ed è quindi uno spicchio di realtà ma non la verità. In giornali invece spesso usano e strumentalizzano la fotografia per accreditare un fatto come indiscutibilmente vero”.
La raccomandazione del photoeditor francese è “recuperare il senso autentico della fotografia, la consapevolezza che già il punto di vista fisico di un fotografo è frutto di una scelta che come tale non può essere obiettiva né esprimere la verità”.
Da un punto di vista etico il punto caldo è quindi quello dell’intenzione: se mira a un’onesta ricostruzione della realtà o ad orientare la comprensione del lettore verso una ‘verità’ gradita.

Francesco Zizola, celebre e acuto fotoreport, sottolinea come “la tecnica fotografica può creare di sana pianta un’impressione di realtà. Questo dovrebbe suggerire a tutti molta cautela nell’associare la fotografia alla realtà, mentre invece si tenda addirittura a considerarla suo specchio. Invece – osserva – è solo una traccia luminosa del reale”.
Alla considerazione aggiunge un’osservazione brillante: “E’ comprensibile che si cad in questo equivoco, perché quello fotografico è l’unico linguaggio inventato dall’uomo costretto a misurarsi con la luce, obbligato quindi a confrontarsi con ciò che emerge dalla realtà nella sua concretezza e materialità, mentre tutti gli altri linguaggi sono frutto di elaborazioni mentali, quindi di astrazioni. Ma oggi non è più vero neppure questo, perché in laboratorio tutto si può contraffare. Quindi anche la fotografia viene ad essere frutto della nostra fantasia. Pian piano anche il fotogiornalismo sta faticosamente e dolorosamente prendendo coscienza di questo fatto”.

“Ogni immagine . conferma Zizola – è interpretazione e non specchio del reale. Fra fotografia e fotogiornalismo le differenze stanno nelle regole del gioco. Al fotogiornalista è richiesto l’impegno a produrre immagini che (pur frutto di un suo sguardo) non devono essere modificate deliberatamente, con intenti strumentali. In campo al fotogiornalista che concorre a generare un quadro informativo c’è quindi una precisa responsabilità etica. Anche la didascalia – aggiunge – concorre attraverso le parole a sciogliere le ambiguità che l’immagine si porta dietro. Ma ciò che è fondamentale è comprendere che le fotografie sono solo una parte della realtà, ma non ne esauriscono il senso. Sono un racconto che si approssima al reale, come ogni altro discorso umano”.
Emerge con chiarezza come ciascuno di noi – fotografi inclusi – sia testimone non neutrale che filtra la realtà attraverso il proprio punto di vista. “Il fotografo lo fa scegliendo il taglio dell’inquadratura, e così interpreta e suggerisce il percorso di lettura e comprensione dei fatti”.

Un sistema di regole che possa disciplinarne l’abuso non è facile da definire. “Il fondamento etico è ‘non si può mentire’. In America la menzogna dei giornalisti è sanzionata severamente. In fotografia è molto semplice mentire, basta girare l’obiettivo per vedere e documentare cose diverse. Per non parlare poi delle manipolazioni digitali”. Dalle quali, come anticipato, il confronto si è tenuto al largo per concentrarsi – ha spiegato Arianna Ribaudo – sul ruolo del fotogiornalismo in quanto tale, del suo rapporto con il fatto attraverso il suo strumento di lavoro: la macchina fotografica”.

Aggiuinge Caujolle: “Menzogna è non dire al lettore cosa sta guardando: ad esempio se una foto è stata preventivamente vistata dalla censura questo va dichiarato. Il lettore deve conoscere in quali condizioni il lavoro è stato realizzato. La manipolazione è il grande dramma del giornalismo, ma a parte questo deliberato intervento c’è sempre inevitabilmente e a volte inconsapevolmente il suo filtro condizionante perché già l’inquadratura è una scelta che condiziona la comprensione. Peraltro il fotomontaggio ha una grande tradizione, io lo pratico ma va dichiarato e ne vanno dichiarate le intenzioni”.

Infine ancora Zizola: “Le regole ci regalano la credibilità, la possibilità di affermare che non tutto è indiscriminato arbitrio. Ma ricordiamoci sempre che la fotografia è figlia del l’intenzione del fotografo. Il quale è obbligato a scegliere un punto di vista. E l’alterazione della realtà è duplice: il punto di vista dell’autore la rielaborazione finale del lettore”.

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