17 Luglio 2016

INTERNAZIONALE
Il futuro mondo del lavoro è digitale, ma l’Italia non è ancora pronta

Andrea Vincenzi

Tempo di lettura: 5 minuti

(Pubblicato il 3 ottobre 2015)

Le nuove tecnologie e soprattutto la rete sono un bene o un male per il futuro mercato del lavoro? A che punto è la digitalizzazione in Italia e in Europa, in un mondo sempre più connesso? Quale futuro per quelle professioni destinate a scomparire a causa di internet?
Queste le tematiche principali dell’evento “Mercato digitale” nell’ambito del Festival di Internazionale 2015 moderato dal giornalista de Il Fatto Quotidiano Stefano Feltri, abile a gestire gli interventi di quattro ospiti esperti del settore.

Il ricercatore e giornalista Nicolò Cavalli è andato dritto al nocciolo della tematica affermando che “se si stima che l’investimento per acquistare un robot in sostituzione di un addetto alla friggitrice di un fast food sia intorno a 25 mila dollari, e se si considera anche che nei prossimi anni il costo e la manutenzione di questo robot saranno destinati a diminuire, è facile intuire che l’essere umano verrà soppiantato dal robot stesso”. Oggi bisogna quindi fare i conti con il cosiddetto ‘capitale digitale’ poiché “si pensi al numero di nuovi software in costante crescita – ha continuato Cavalli – servizi che costano relativamente poco e con una percentuale di riproducibilità elevatissima. In ottica futura l’aumento dei software è destinato anche a moltiplicare il numero di lavoratori impiegati nell’utilizzo dei software stessi; ciò in Italia ancora non si vede ma non c’è da stupirsi, dato che i finanziamenti alle aziende innovative sono in perenne diminuzione”.
Un’Italia che in questo settore si dimostra particolarmente arretrata quindi, anche se Cavalli specifica che “qua qualche cambiamento sta avvenendo anche se lentamente e sottovoce. Ciò che manca soprattutto al nostro Paese è un modello educativo culturale sull’innovazione. Si continua a sentir parlare della possibilità di insediare nel sud Italia una nuova Silicon Valley, ma se le premesse sono queste…”

I protagonisti dell'evento
I protagonisti dell’evento

Dino Pesole, giornalista de ‘Il Sole 24 Ore’, ha rincarato la dose sui temi di educazione e mancanza di finanziamenti in Italia, affermando che “nel dibattito pubblico italiano persiste una drammatica assenza delle tematiche riguardanti l’innovazione; a differenza di noi, Germania e Francia hanno saputo investire sul loro futuro digitale anche durante gli anni della crisi. L’Italia al contrario è un Paese ancora estremamente arretrato e non in linea con i tempi imposti dall’Agenda digitale, dal digital divide altissimo (solo il 60% della popolazione frequenta la rete a differenza del 72% della media europea, così come solo il 20% dei siti internet hanno un proprio store nella rete a differenza del 40% europeo), incapace di trovare finanziamenti ma anzi perennemente impegnato nell’istituire tagli alla spesa pubblica”.
Per Pesole il problema principale è riconducibile soprattutto a precise scelte politiche, poiché “un Paese che brinda per l’aumento del Pil di soli due punti percentuali è un paese che non ha capito che se dietro questa micro-crescita non c’è un investimento sull’innovazione non c’è neppure un investimento sul futuro”.

Il membro della commissione europea Lucillia Sioli ha invece precisato come “le politiche europee non rappresentano un freno allo sviluppo innovativo quanto piuttosto una risorsa da utilizzare, come per esempio i fondi per la banda larga. Sono sempre stati invece i governi italiani – ha continuato – a faticare nel disegnare modelli di investimento sull’innovazione adeguati. Quello dell’Italia è un male cronico, una nazione indietro su ogni fronte”.
Agganciandosi ai precedenti interventi relativi alla mancanza di educazione digitale, la Sioli ha anche lanciato un monito degno di considerazione: “É fondamentale che aumentino le competenze digitali, poiché nel mercato del lavoro futuro queste carenze avranno un effetto disastroso. Ecco perché sarebbe veramente fondamentale un avvicinamento delle università al mondo del lavoro, in modo tale che i luoghi accademici abbiano maggiore consapevolezza di quello che accade all’esterno delle sue mura e possa preparare corsi maggiormente adeguati a formare i futuri lavoratori”.

Ha preso infine la parola Derrick de Kerckhove dell’Università di Napoli, il quale ha convintamente affermato che “stiamo vivendo un grandissimo periodo di transizione destinato a provocare numerosi cambiamenti. Innanzitutto grazie alla rete stiamo andando sempre più verso una ‘trasparenza irresistibile’, collegata al fatto che stiamo diventando prigionieri della rete stessa. Viviamo in un mondo sempre più visibile e con sempre più problemi”.
Secondo de Kerckhove questa transizione “è sì un rischio ma anche un potenziale investimento: stiamo passando dagli Ugc (User generated content) agli Uge (User generated employment), una transizione che ha portato fenomeni nuovi come la sharing economy e il crowdfounding, strumenti ancora neonati ma dall’enorme prospettiva di diffusione futura. Importantissima anche la questione dei ‘big data’ – ha continuato – che ci aprono un mondo di possibilità, così come le stampanti 3d”.
Spazio infine per un’ultima (e ancora una volta pessimista) considerazione sull’Italia, a detta di de Kerckhove “da sempre brava nel rimembrare il passato, pessima nel gestire il presente e ancora peggio il futuro. Se questo Paese non sarà in grado di staccarsi dalle proprie origini ed innovarsi, non bisognerà stupirsi se le persone continueranno ad andarsene”.



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Andrea Vincenzi

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