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“Life is sacred”: la rivoluzione gentile di Antanas Mockus

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“Life is sacred”: la rivoluzione gentile di Antanas Mockus

life is sacred

Può una matita spuntarla contro la canna di una pistola? Memori di quello che è diventato un simbolo della libertà di espressione dopo gli attentati alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, la risposta non può che essere sì. Anche se la matita deve essere lasciata in un cassetto per quattro anni, prima di poterne adoperare la grafite.

Non è un caso se il documentario “Life is sacred” dell’antropologo e regista danese Andreas Dalsgaard è suddiviso in due parti, titolate rispettivamente Pace e Speranza. Dalsgaard ha avuto accesso ad aspetti della vita unici di Antanas Mockus, professore di matematica e filosofia, e rettore universitario, poi sindaco di Bogotà e candidato alle elezioni presidenziali colombiane nel 2010, è un intellettuale e politico in grado di insegnare alle persona a riutilizzare le parole pace e speranza.
Amato dai suoi studenti prima, dai suoi concittadini poi, non è tipo che si risparmia battute risposte salaci, quando meritate; né riflessività apparentemente passiva nelle conferenze stampa dove è incalzato da giornalisti. Soprannominato “l’uomo dei pantaloni” per avere candidamente mostrato il sedere durante una protesta pacifica degli studenti contro l’aumento delle tasse, e inventore del vaccino contro la violenza che somministra a entusiasti bambini.
Si maschera da supereroe ed esorta ogni cittadino a proteggere e aiutare l’altro, come se fossero tutti fratelli. O compagni. Alla base, l’idea utopica di una società in cui educarsi a vicenda, quasi trasformando la città in una gigantesca aula universitaria, in cui giocolieri gentili fermano autobus con un gesto della mano.
“La tua vita è sacra”, “L’unione fa la forza”, sono le frasi che ci si scambia agli incontri di partito.
Slogan sussurrati prima a bassa voce da un uomo solo, poi a voce un pò più alta da una piazza gremita. Un incitamento cauto, quasi una litania, un mantra. Che esplode grazie all’improvvisazione e l’energia di un flashmob, alle margherite di carta sventolate dai bambini durante le manifestazioni, alle magliette verdi, come il colore del partito che rappresentano, indossate da sostenitori entusiasti, al calore e alla forza che trae dalle persone che lo sostengono, ai colori che accompagnano la vita dell’uomo che conosce ombre e dispiaceri, calunnie e minacce, che vive sotto scorta.

E’ la voce di Katherine, studentessa ventiduenne e volontaria del partito verde, che ci introduce al panorama della Colombia. Un Paese dominato dalla violenza, che ne è ormai prepotente mezzo comunicativo, dal sistema del narcotraffico ideato da Pablo Escobar negli anni Settanta; da una élite economica e politica che non ha mai disdegnato gruppi paramilitari.
Un Paese che vive una situazione sociale e politica agli opposti: da una parte l’idealismo ottimista di giovani e studenti che credono in una possibile trasformazione del Paese; dall’altro tentazioni golpiste, corruzione e prevaricazione.
Un Paese in cui più di cinquemila giovani risultano desaparecidos, uccisi da paramilitari e mascherati da guerriglieri, con il duplice scopo (spesso ottenuto) di intimorire i cittadini ed eliminare i dissidenti.
Il documentario, girato in quattro anni di riprese e presentato in occasione della rassegna Mondovisioni al Festival Internazionale, ripercorre la campagna elettorale delle presidenziali del 2010 in cui Mockus era candidato leader con il Partito Verde, per poi terminare nel 2014 con la vittoria di Juan Manuel Santos, che per ironia del destino (o forse grazie a esso) era leader dell’opposizione di Mockus quattro anni prima.
Santos nel 2010 vince comprando voti, corrompendo cittadini e diffondendo voci false (il “rumor” e lo “humour”) di cui è maestro il consulente J. J. Réndon.
Mockus è a conoscenza dei brogli ma tiene una linea dura, per qualcuno dei suoi inaccettabile: sceglie di non denunciare le irregolarità. Molti dei suoi lo abbandonano, cercando di portare avanti le sue idee ma non considerandolo più come leader.
Quattro anni trascorrono, il prof. (come molti lo chiamano) si ritira dalla politica e per molti aficionados resta l’unica persona che poteva cambiare dentro e fuori la Colombia. Scrive, insegna, si ammala di Parkinson, si confronta con la madre artista intransigente e con la propria famiglia.
Nel frattempo, in quattro anni accade la rottura tra Santos e il suo predecessore liberale Alvaro Uribe, – il primo, ormai moderato, caldeggia un dialogo con le Farc, il secondo propugna tolleranza zero nei confronti dei guerriglieri estremisti. Uribe sostiene ora la candidatura di Zuluaga, che arrivato al ballottaggio con Santos perde. Ma in strada tutti festeggiano Mockus: quello che sa farsi da parte, quello che risponde pacatamente,
quello che continua a credere che le cose possono cambiare.

Un viaggio nell’uomo, prima ancora che nel politico, che perde con dignità pur sapendo che perde ingiustamente; che accetta la sconfitta e si congratula con l’avversario, pur sapendo che ha vinto in maniera disonesta; che si fa da parte senza smettere di essere de facto l’uomo che ha cambiato la mentalità intrisa di paura e rassegnazione.
Perché servono buoni perdenti alla democrazia, rammenta Mockus alla radio durante un appello per il voto a Sudarsky, il politico che prende le redini di ciò che è rimasto del suo partito verde di qualche anno prima. Di cui nessuno in realtà si è dimenticato, perché per strada è lui che fermano, dopo che Santos vince nel 2014; è a lui che stringono la mano imbrattata allegramente di inchiostro nero a formare una parola sola, quella “Paz!” a cui lui credeva quattro anni prima e che ha sempre evangelizzato.
Al di là del voltairiano “Non sono d’accordo con la tua idea ma farò di tutto perché tu possa esprimerla”. Al di là dell’umano troppo umano di Nietzsche.

Al di là dei sogni, come recitava il titolo italiano di un film onirico e terribile.
Diceva Kapuscinski che “il cinico non è adattto a questo mestiere”, riferendosi al giornalismo.
Non è adatto neppure al mestiere di politico, viene da dire al termine del documentario:
Mockus ci insegna che aspettare non è sbagliato, e che quando sei un grande uomo arriverà sempre il momento in cui un nano guarderà il mondo arrampicato sulle tue spalle di gigante.

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