2 Ottobre 2016

INTERNAZIONALE
Se l’Occidente non riconosce più i suoi nemici

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 4 minuti

Ci sono giornalisti che si trovano a loro agio solo sotto i riflettori di uno studio televisivo, fra politici e opinion makers che parlano di niente, accavallandosi e accapigliandosi gli uni sugli altri. E poi ci sono giornalisti che trovano ancora la voglia e alcune volte il coraggio, di andarle a cercare le storie da raccontare da dietro quelle telecamere.
Corrado Formigli, due volte vincitore del Premio Ilaria Alpi, che tutti conoscono come autore e animatore di Piazza Pulita su La7, appartiene a questa seconda ‘specie’ e ha appena pubblicato un volume che racconta il suo viaggio, primo giornalista italiano, nell’inferno dell’assedio di Kobane e nelle zone di guerra occupate dagli uomini del califfo Al-Baghdadi. Il titolo del libro è “Il falso nemico. Perché non sconfiggiamo il califfato nero” (edito da Rizzoli) e Corrado lo ha presentato sabato pomeriggio a Palazzo Roverella durante il Festival di Internazionale a Ferrara.

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Perché e per chi l’Isis è il ‘falso nemico’?
Lo è, o lo è stato per la Turchia, che per lungo tempo “ha chiuso uno, due, tre occhi sui jihadisti che attraversavano il confine per diventare foreign fighters perché l’Isis serviva per combattere Assad e i Curdi”. Lo è per i Sauditi, anzi secondo Formigli, l’Isis sarebbe addirittura il loro “ fratello pazzo”, sfuggito al loro controllo. Il califfato però è forse soprattutto il falso nemico dell’Occidente che, a ben vedere, lo ha creato. Mettendo insieme i pezzi dello scomposto quadro mediorientale degli ultimi anni, come fa Corrado, emergono una serie di errori di Europa e Stati Uniti: “lo Stato Islamico è stato creato e potenziato dagli errori occidentali”. Al-Baghdadi ha creato l’organizzazione e ne è diventato il leader nella prigione statunitense di Camp Bucca, nell’Iraq meridionale, dove tutti i jihadisti “dormivano insieme all’aperto ed erano lasciati liberi di avere contatti fra loro”. Nel frattempo Paul Bremer, nominato governatore dell’Iraq da George Bush, aveva sciolto e messo al bando il partito Baʿth di Saddam, e “ex ufficiali e burocrati laici che si erano formati in Occidente hanno deciso di offrire le proprie competenze al Califfato”. Se poi si aggiunge che il ritiro dal territorio iracheno è avvenuto “senza sapere cosa sarebbe successo dopo e, peggio ancora, lasciando gli arsenali delle armi dell’invasione in mano a un esercito allo sbando e corrotto”, il quadro è completo. Anzi no. Corrado una cosa non è ancora riuscito a capirla: il mistero riguarda la Highway 47, l’unica strada che porta da Mosul alla Siria, l’unica arteria di collegamento fra le due capitali dello Stato Islamico, “costantemente sorvolata dai droni della coalizione e sorvegliata da terra dai curdi, ma mai toccata”. “Io detesto i complottisti – spiega Corrado – ma in questo caso ho dovuto combattere il complottista che è nato in me, perché non sono riuscito a capire come mai per due anni nessuno ha bombardato quella strada. E quando abbiamo provato a chiedere, i comandanti curdi ci hanno risposto che loro dovevano sentire il comando americano, che li ha sempre fermati dicendo che si rischiavano vittime civili”. Forse si riferivano agli autisti dei tir che trasportano le cisterne di petrolio.

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C’è però un altro falso nemico, questa volta agli occhi di un’Europa miope, che fa accordi con la Turchia di Erdoğan e ne prepara altri con l’Egitto di Al-Sisi: sono “i rifugiati”, anche se “statisticamente non c’è un autore di un attentato in Europa che sia arrivato qui su un barcone”, si arrabbia Corrado. Questo libro, confessa, lo ha scritto “per far conoscere le loro storie, per far capire cosa c’è dietro, cosa hanno vissuto”. “I rifugiati dovrebbero essere i nostri primi alleati perché hanno vissuto la guerra sulla propria pelle, hanno visto i propri cari perdere la vita, quindi credono nella libertà e nella democrazia molto più di noi, che spesso le diamo per scontate”.



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L’autore

Federica Pezzoli

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