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Ecco Lynus, 19 anni, uno degli ‘invasori’ che fa tremare l’Europa

“Io fuggito da Boko Haram e poi venduto dalla polizia agli scafisti”
Ecco Lynus, 19 anni, uno degli ‘invasori’ che fa tremare l’Europa

“Gli agenti della polizia libica facevano affari con gli scafisti. Una notte mi hanno detto: Svegliati, vai in Italia. Io avevo paura di salire sulla barca perché non sapevo nuotare. Poi mio fratello mi ha preso per mano’. Qui il racconto di Lynus Efosa, nigeriano di 19 anni, in Italia da due, si interrompe per l’emozione, il dolore ancora vivo del ricordo. Un’altra pausa quando parla di sua madre, Gladys, e di sua sorella, Fatima. Gli occhi si fanno lucidi. Sempre fieri però. Coraggiosi. A una settimana dai fatti di Gorino abbiamo scelto di vedere quella che è stata definita “invasione” dal punto di vista opposto. Con Lynus abbiamo ripercorso le tappe di un viaggio disperato, da quando iniziò a entrare nella milizia a nove anni fino al suo affidamento a Camelot, che si è occupata di lui insieme all’istituto don Calabria di Ferrara.

Lynus, è molto giovane, quanti anni aveva quando è arrivato in Italia?
Ero minorenne, circa 17 anni, è stato nel luglio del 2014.

Le piaceva stare in Nigeria?
No, non mi piaceva molto. Certo la Nigeria è una terra ricca, ma la ricchezza è nelle mani di pochi che con quel tesoro possono fare tutto, permettersi ogni tipo di sopruso sugli altri, cioè la maggioranza povera. Chi ha i soldi in Nigeria, compra la politica, le istituzioni, persino la polizia.

Anche la polizia?
Se vai in Nigeria con i soldi ti trattano come un re. Sei bianco, sei ricco, la polizia ti fa da guardia del corpo costantemente. Ma se non puoi pagare, anche se uccido una persona a te cara non puoi fare niente, specialmente se chi l’ha uccisa ha amici ricchi. I soldi significano sicurezza.

Tutto è iniziato quando sua madre è stata uccisa, giusto?
Sì.

Capisco che è difficile parlarne, ma può essere importante per inquadrare meglio quello che sta avvenendo in Italia. Se non se la sente andiamo oltre.
No va bene. Mia madre lavorava in una zona del villaggio di Dogo Na Hawa, nel nord della Nigeria, abitata soprattutto da cristiani, infatti lì c’era una chiesa cristiana. Era il 7 marzo del 2010. L’anno in cui è arrivato il gruppo di Boko Haram (il soprannome dell’organizzazione terroristica di matrice islamica ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e per la Jihad’, significa letteralemente ‘Educazione occidentale vietata’, ndr). Mia madre stava lavorando. Tutto andava normalmente e nessuno sospettava niente. Finché non è esplosa una bomba potente. Mia madre è morta. Avevo circa 13 anni.

Poche ore dopo l'attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro ripete in inglese: "Dove sei? Dove sei andato?" Non sappiamo a chi sia indirizzata la domanda. Forse a Dio. L'Occidente quanto ha ascoltato quell'urlo?

Poche ore dopo l’attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro, ripresa da un cellulare, ripeteva in inglese: “Dove sei? Dove sei andato?”. Non sappiamo a chi fosse indirizzata la domanda. Forse a Dio. L’Occidente quanto ha ascoltato quell’urlo?

Dove si trovava quando è successo?
Ero fuori paese a comprare roba da mangiare con mio fratello. Mia sorella invece era in giro a vendere cibarie.

Lei è il più piccolo di tre fratelli, giusto?
Sì, piccolo ma coraggioso.

Perché dice coraggioso?
Perché quando avevo dieci anni sono entrato in un gruppo paramilitare per la difesa del mio Paese. Non avevamo le armi, ma controllavamo notte e giorno la nostra zona e sorvegliavamo che tutto andasse bene.

Ha deciso liberamente di entrare nell’organizzazione?
Sì perché quando eri uno di loro, la gente ti rispettava, nessuno poteva farti niente. Ti sentivi sicuro.

Ma non andava a scuola?
Sì ma ho smesso a nove anni.

Perché?
Problemi economici. Mio padre Emanuel è morto quando avevo tre anni. Ha avuto un incidente stradale. Faceva il camionista per la Guiness, la birra. Dopo questo fatto, mia madre è stata costretta ad andare a lavorare e ha aperto un negozietto di alimentari, mia sorella l’aiutava a vendere.

Quando una donna con bambini rimane vedova come può vivere, non c’è nessuno che l’aiuta?
Sì di solito i parenti del marito e i suoi genitori. Ma nel nostro caso non è stato così perché per potersi sposare i miei si sono dovuti mettere contro le rispettive famiglie. I parenti di mio padre non volevano perché mia madre veniva dal nord. Una volta il nord e il sud non erano amici.

Pare che questo avvenga in tutti gli Stati del mondo. Ma torniamo alla sua storia. Chi vi ha avvisato dell’accaduto?
Nostro zio. Noi lo chiamavamo zio, ma era un vicino di casa che ci aiutava. Era musulmano. È venuto da noi, ci ha presi con sé, ci ha portati a casa e ci ha detto: “E’ finita. Qui non è più sicuro per voi. Partiamo e andiamo in Niger, lì conosco qualcuno”.

Il 7 marzo sembra un giorno come tanti. Invece in un batter d’occhio per lei è cambiato tutto. Cosa è avvenuto immediatamente dopo l’attentato?
Sì ho perso mia madre, si chiamava Gladys. E sia io che mio fratello abbiamo perso i contatti con mia sorella Fatima. Da allora non sappiamo cosa le sia successo, se sia viva o no, o dove sia andata. Fatima è un nome musulmano. Prima vivevamo vicini cristiani e musulmani. Il giorno della bomba è scoppiata una guerra civile, perché dopo sono arrivati i militari nigeriani con i fucili e sono iniziate le sparatorie.

Da qui in poi comincia un viaggio di quattro anni che culmina con la salvezza, che ha il volto della Marina Militare Italiana. Prima di arrivare a questo però, Lynus dovrà affrontare un viaggio di più di due anni dalla Nigeria alla Libia, poi la prigionia nelle carceri libiche. Infine verrà venduto dalla polizia agli scafisti e verrà portato in alto mare, a pochi chilometri da Lampedusa, dove non sbarcherà mai a causa dell’enorme quantità di profughi presenti sull’isola. Lui e il fratello Erik saranno condotti direttamente a Napoli. È il giugno del 2014. Ma facciamo un passo indietro.

La persona che voi chiamavate zio vi ha portati da alcuni amici in Niger, giusto?
Sì, siamo rimasti lì parecchio più di un anno, credo, non ricordo bene. Davamo una mano in campagna. Ma eravamo stranieri in mezzo a stranieri e la situazione del Niger non era buona. Un giorno lo zio ci ha detto che in Libia c’era possibilità di lavorare e che là c’erano molti nigeriani. Così ci siamo aggregati, questa volta da soli, ad un gruppo di persone che con jeep e camion stava attraversando l’Africa per andare in Libia. Su quei camion c’era gente di ogni nazionalità e gruppo etnico, tutti stipati. C’era gente dalla Costa d’Avorio, dal Cameroon, dal Mali, eccetera.

Quindi finalmente arrivate in Libia.
Sì, ma quando siamo arrivati, gli autisti ci hanno chiesto i soldi del viaggio. Noi non ne sapevamo nulla. Non sapevamo se nostro zio li avesse già pagati. E in più non avevamo niente di niente. E quelli ci hanno detto: Se non pagate chiamiamo la polizia. I poliziotti sono arrivati e ci hanno portato subito in prigione.

Qui il racconto si interrompe, le parole faticano ad uscire, sono bloccate da un nuovo nodo di dolore.

Se la sente di parlarci del periodo della prigione?
È stato molto brutto. Ci hanno divisi, io con i piccoli e mio fratello con i grandi, anche se abbiamo solo due anni di differenza. A me hanno trattato abbastanza bene perché ero piccolo per loro, a mio fratello no.

Ha subito violenze?
Mio fratello non è stato fortunato come me.

Quanto siete rimasti in prigione?
Circa un anno e mezzo. Mese più mese meno.

Lei aveva circa 15/16 anni. Perché vi hanno tenuto così tanto?
Perché aspettavano che qualcuno ci reclamasse. C’erano molti ragazzi in prigione, quando le famiglie se ne accorgevano, pagavano per farci uscire. Ma per noi nessuno ha pagato.

Quindi cosa è successo?
Un giorno un poliziotto viene e parla con me e mio fratello. Ci chiede cosa ci facciamo lì dentro e poi ci dice: Ok, trovo il modo di mandarvi fuori. Ma noi abbiamo risposto: Non sappiamo dove andare. Nessun problema, dice lui, vi aiuto io.

E vi ha aiutato?
Ci ha aiutato. Ci ha portato a casa sua. Poi una notte ci ha detto venite con me. Ci ha portato in una città che non conoscevamo, di nome Tripoli. Siamo andati sul mare. Diceva: “Vi faccio vedere una cosa”. Noi avevamo paura, ma non avevamo scelta.

Cosa c’era là sul mare?
Un gruppo di persone e una barca. Ha detto: “Vedete quelle persone lì? Vanno in Italia. Voi andrete con loro”. Ma io non volevo andare e piangevo. Piangevo perché non sapevo nuotare e avevo paura. Ma mio fratello mi ha preso per mano e mi ha fatto coraggio. Così mi sono ricordato che io ero quel ragazzo piccolo, ma coraggioso.

Ma chi ha pagato?
Non lo sappiamo. Ma abbiamo capito che la polizia dà agli scafisti gente sempre nuova per il viaggio. E molti sono reclutati dalla galera.

Come è stata la traversata in barca?
Per fortuna il mare era calmo, anche se comunque io non ho fatto altro che vomitare. Da dove ci avevano messi non vedevamo fuori. Ad un certo punto ci siamo accorti che non c’era nessuno a comandare, c’eravamo solo noi. Non ho mai capito chi guidasse. Infatti quando è arrivata la Marina Italiana non ha trovato nessuno a guidare. Qualcuno ci deve essere stato, poi si sarà confuso tra la gente.

Quanto siete stati in mare?
Ci siamo imbarcati la notte, tutto il giorno abbiamo navigato e alla notte successiva è spuntata la nave italiana.

Cosa ha provato?
Mi sono sentito contento. All’inizio piangevo e avevo paura perché ero rimasto da solo, mi avevano portato in salvo e mio fratello era rimasto in barca, ma poi nel giro successivo è arrivato anche lui. Siamo rimasti tre giorni nella nave militare: ci hanno detto che bisognava andare a Napoli perché a Lampedusa c’era troppa gente.

Poi una volta a Napoli qualcuno si è occupato di voi?
Sì, siamo stati subito trasferiti a Bologna. Siamo rimasti lì una settimana e poi siamo arrivati a Ferrara con Camelot. Siamo stati sistemati alla Città del Ragazzo, istituto don Calabria.

Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo

Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo

Sentire che ci sono problemi con gli stranieri, sapere i fatti di Gorino e tutto quello che si dice come la fa sentire? La fa arrabbiare?
No, mi dispiace che la gente ha paura. Però penso alla questione del grattacielo: la gente ha ragione. È normale non volere nella tua città cose come droga e violenza. Ed è vero che molti nigeriani gestiscono il traffico di droga. È una cosa che fa male anche a me. Mi danno fastidio spesso.

In che senso?
Mi capita spesso che qualche signore italiano mi fermi per strada e mi chieda: “hai la droga?”. Io mi arrabbio moltissimo, rispondo: “Cosa credi che siccome siamo nigeriani siamo tutti uguali?”

E loro?
Loro mi mandano a quel paese e se ne vanno.

Qual è il suo sogno, Lynus?
Vorrei lavorare, magari fare il parrucchiere, un lavoro che facevo anche da piccolo in Nigeria e per cui ho fatto anche un corso qui in Italia. Poi con il tempo una donna e una famiglia.

Non vuole tornare in Africa?
No assolutamente. Prima devono morire tutti i presidenti corrotti, deve cambiare la situazione. E credo che anche se sono giovane non farò in tempo a vederla cambiare.

Lei è stato accolto come minore alla Città del Ragazzo, poi sempre sotto Camelot è passato in una comunità per neo maggiorenni a Tresigallo. E ora?
Ora sono in scadenza. Dopo Natale dovrò lasciare la comunità, ma non so cosa farò, dove andrò ad abitare. Per pagare l’affitto mi servono un po’ di soldi. Al momento grazie all’aiuto di Camelot sto facendo il servizio civile nella biblioteca di Tresigallo, e sono molto contento di lavorare lì, ma ovviamente se dovessi pagarmi vitto e alloggio i soldi non basterebbero.

C’è stato un momento felice, spensierato nella sua vita?
Quando ero bambino e giocavo, prima di dover andare a lavorare a nove anni. Ero troppo piccolo per capire cosa succedeva, ed ero felice.

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