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Io, rifugiata pakistana, denuncio il rischio dei falsi profughi

di Meera Jamal*

Secondo i dati dell’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nel 2015 circa 47.840 pakistani hanno presentato domanda di asilo in Europa e la maggior parte di loro ha trovato sistemazione in Germania. Il Pakistan non è al primo posto nella graduatoria delle richieste di asilo. La maggioranza degli esuli in Europa proviene dalla Siria (362.775), seguita da Afghanistan (178.230) e Iraq (121.535). Ma questi stati sono teatro di guerre o conflitti interni. Poi ci sono flussi di migrazione interni al continente, dovuti a ragioni di natura economica, alimentati da cittadini extracomunitari, primi fra tutti quelli del Kosovo e dell’Albania. Quello del Pakistan, che si colloca al sesto posto e sopravanza nazioni come Eritrea e Nigeria, è un caso particolare degno di attenzione. Il Pakistan, dal quale io stessa provengo, non è un paese devastato dalla guerra, benché sia scosso da persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose: sorge spontaneo, allora, chiedersi perché vi sono così tante persone che vogliono venire in Europa. Posso testimoniare infatti per diretta conoscenza che molti dei richiedenti asilo non sono vittime di persecuzioni di alcun tipo.

L’Europa, continente in cui vivo da otto anni, è ormai frequentemente oggetto di attacchi compiuti da rifugiati che generano morti, feriti, dolore e paura. Nonostante io stessa sia una rifugiata, credo ci sia molto di più del cercare un asilo nei cosiddetti “cercatori di rifugio”.
Ciò che spaventa, per esempio, è che, da una conversazione che ho avuto con un conoscente pakistano, ho scoperto che – proprio come l’aggressore tunisino Anis Amiri, il terrorista tunisino ritenuto l’autore della strage di Berlino del dicembre scorso, morto nel milanese a seguito di un conflitto a fuoco con la polizia – anche molti dei rifugiati pakistani arrivati in Germania, hanno presentato la domanda di asilo (alcuni di loro anche quattro o cinque volte), utilizzando pseudonimi diversi. Si dirà: questa situazione potrebbe essere evitata semplicemente prendendo le impronte digitali, ma capisco che, con un numero così elevato di rifugiati, l’amministrazione abbia difficoltà a farlo.
Ciò che finora è stato preso così “alla leggera”, potrebbe però facilmente trasformarsi in un rischio alla sicurezza, dal momento che sappiamo che i talebani e altre organizzazioni islamiche dilagano in Pakistan. E’ solo una questione di tempo prima che anche loro trovino il modo di combattere la battaglia dell’Islam nei paesi europei.
Non dimentichiamo che lo stesso Osama bin Laden visse in Pakistan per parecchi anni. In Pakistan ci sono ancora studenti che predicano apertamente l’odio e incitano a quella violenza che, negli ultimi due decenni, ha stroncato tante vite preziose.

La realtà è che il Pakistan ha molte regioni e alcune, come il Balochistan, sono quasi zone di guerra; nonostante ciò, durante i miei otto anni di esilio in Germania, non ho quasi mai visto dei balochistani fare domanda di asilo (a parte per quelli arrestati, per errore, dalla polizia tedesca nel corso delle indagine relative all’attacco di Berlino). Inoltre, le minoranze religiose in Pakistan, sono state brutalmente prese di mira nel corso degli ultimi anni. Vi sono stati molti atti di persecuzione contro i cristiani e gli ahmadi (propaggine della religione islamica); molti induisti sono stati convertiti con la forza, resi vittime di violenza carnale e assassinati.
Ciò nonostante, non ho mai incontrato un rifugiato pakistano che non appartenesse ad altra minoranza religiosa se non a quella ahmadiyya. Questo avviene perché circa il 90% di queste persone appartiene alla classe medio-bassa e non può permettersi di pagare tra i 13.000 e i 18.000 euro ad un agente, per ottenere un visto per un qualunque paese europeo.
Il paradosso sta nel fatto che lo stesso Pakistan ospita circa 1.621.525 di rifugiati afgani; alcuni di loro sono anche riusciti ad ottenere un passaporto pakistano con le buone o le cattive maniere e, dal momento che vi sono pochi controlli alle frontiere, molti di questi passaporti potrebbero essere opera dei talebani afgani.
Quindi, chi è la maggioranza delle persone che riesce a oltrepassare il confine e arrivare in un paese così lontano dal proprio? Stando alle mie osservazioni, la maggior parte di chi cerca asilo proviene dal Punjab. Dal momento che non è facile trovare lavoro e l’educazione non è un punto di forza della regione, la maggior parte degli uomini della classe medio-alta aspira a raggiungere paesi europei, dove sa di poter fare fortuna anche facendo mestieri “bizzarri” (che nella mentalità pakistana sono considerati degradanti). Molti di loro infatti hanno parenti che abitano in Europa o in America e sono attratti dalle migliori condizioni di vita in cui vivono.

Lusingati da tale prospettiva, questi uomini si mettono in contatto con trafficanti noti come ‘agenti’, i quali hanno avviato business e instaurato contatti con le industrie di diversi paesi come la Polonia, l’Italia o la Spagna, riuscendo così a procurare ai pakistani diversi tipi di visti, in base a quanto denaro sono disposti a spendere. Solitamente si tratta di visti di viaggio, visita o lavoro. Una volta che la persona giunge nel paese europeo assegnato, l’agente non ha più alcun tipo di responsabilità e occuparsi del resto del viaggio spetta al rifugiato o ai familiari che si trovano già nel paese dell’Ue. Coloro che desiderano spendere meno, raggiungono la Grecia in barca.
Una volta in Europa, non contattano un avvocato, ma vanno direttamente in un campo profughi, dove fare domanda di asilo. L’aspetto più interessante è che per paura di venire rispediti nel proprio paese appena il proprio caso viene respinto, usano un nome falso e una finta identità nella carta d’asilo, cosicché le proprie radici non possano essere rintracciate. Inoltre, dato che le loro identità non possono essere verificate dal database nazionale del paese, anche l’ambasciata pakistana non è in grado di rilasciare un passaporto per loro o di rintracciarli nel proprio database. Siccome il governo pakistano non è in grado d’identificarli, il governo tedesco non sa cosa fare e molti continuano così a vivere in Germania nonostante le loro richieste di asilo siano state rifiutate.

Durante il soggiorno nel campo profughi, i familiari consigliano loro di parlare il meno possibile e raccontare che sono fuggiti dal paese perché attaccati da un gruppo di talebani.
Quel che accade successivamente è più o meno uguale per tutti loro. Una volta acquisito il Doldung (accettazione) vanno a vivere con le proprie famiglie o negli ostelli per i rifugiati, in varie città. Dal momento che quasi a tutti viene negato il diritto di ottenere un lavoro, non perdono tempo a trovare ciò che localmente viene chiamato ‘schwarzarbeit’ (lavoro in nero) con il quale guadagnano circa 5 euro all’ora, nonostante il minimo salariale sia di 8,50. Inoltre, approfittando della frequente apertura delle frontiere italiane, questi pakistani si dirigono verso l’Italia e, attraverso la corruzione, ottengono un visto sul passaporto che però nascondono alle autorità, così da poter tornare a casa ogni volta che lo desiderano.

Bisogna prendere in considerazione il fatto che la maggior parte di questi uomini rende difficile anche la vita dei rifugiati effettivi.
Conosco una famiglia pakistana che viveva a Brema che perse due membri della propria famiglia; questi individui dovettero chiudere la propria attività e mettersi in salvo poiché la polizia non era in grado di proteggerli. Tuttavia non falsificarono la loro identità, né evitarono di fornire le prove di ciò che era loro accaduto: la loro domanda di asilo venne chiaramente approvata dal governo.
Anche nel mio caso, non ho mai usato una falsa identità; fornii tutte le informazioni relative alla mia famiglia e alla mia posizione e l’inviato Ohne Grenzen verificò la mia situazione di pericolo in Pakistan.

Ciò che più mi spaventa è che il Pakistan è stato, ed è tuttora, terreno fertile per i gruppi militanti religiosi che hanno preso di mira il popolo pakistano. Inoltre, da 30 anni o più, l’estremismo religioso è ormai incorporato nel terreno pakistano e la ricerca del paradiso e delle 70 vergini rende gli estremisti più pericolosi che mai. Dal momento che il problema dei rifugiati è già molto rilevante, penso che quei pakistani e afghani a cui sono stati rifiutate le richieste d’asilo dovrebbero essere rispediti a casa. I dati relativi alle impronte digitali dovrebbero venir condivisi tra i paesi dell’Ue per evitare casi di falsa identità, poiché la maggior parte di loro entra nell’Ue richiedendo un visto.

Il mio cuore è con le famiglie di coloro che hanno perso la vita e coloro che sono stati feriti nei vari attentati. E’ un modo triste e ingiusto di vivere, che genera lutti e paura in tutto il mondo.

* giornalista pakistana attualmente residente in Germania. Traduzione dall’inglese di Silvia Malacarne

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