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Israele. Bisogna stare attenti ad esprimere un’opinione fortemente critica verso un governo che è l’espressione di uno Stato, quando questo Stato costituisce il frutto (amarissimo) di una pianta del risarcimento per la cattiva coscienza dell’Occidente nei confronti della più atroce, sistematica e pianificata strategia di distruzione di un popolo: quello ebraico. Strategia nata e prosperata nel cuore dell’Europa. Stato risarcitorio piazzato a tavolino, nel 1947, con risoluzione delle Nazioni Unite concretizzatasi in una spartizione da cartina geografica tra la Palestina (sotto protettorato inglese) e il nuovo stato di Israele, sulla terra di una ipotetica (e dall’esistenza mai dimostrata) “Grande Israele”, tra la Siria, il Libano, La Giordania e l’Egitto, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che Israele ha progressivamente occupato, espropriando terreni, cacciando dalle proprie case le famiglie residenti, prevalentemente arabe, che già abitavano quelle terre, con una politica di espansione militare e violenta ispirata alla dottrina sionista.

Bisogna stare attenti, perché parlare contro Israele è percepito ancora come un tabù, come se essere antisionisti significasse essere antisemiti. Allora, ad evitare equivoci, conviene usare le parole di un semita.

“I nazisti mi hanno fatto provare la paura di essere ebreo, e gli israeliani mi hanno fatto provare la vergogna di essere ebreo”
Israel Shahak

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