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Nel 1972 usciva un libro del sociologo canadese Marshall McLuhan intitolato La città come aula. McLuhan invitava gli insegnanti e gli educatori a usare proprio la città come mezzo didattico. La città come luogo investito dalla responsabilità dell’apprendimento.
Invece abbiamo assistito all’afasia totale. Si è balbettato di patti educativi di territorio, svaniti come neve al sole. Si è rimasti stritolati tra apprendimento digitale e apprendimento orale in presenza. Senza aver mai pensato prima alle politiche per l’istruzione, alla loro organizzazione e diffusione di massa per mezzi, risorse e spazi.

È la responsabilità grave di una generazione di adulti che ora farisaicamente piange quanto hanno perduto in questo anno di pandemia le nostre ragazze e i nostri ragazzi, le bambine e i bambini.  Una generazione di adulti, verrebbe da dire, di ignoranti e incompetenti in materia di istruzione e apprendimento, perché le idee e le possibilità non mancavano, bastava studiare, bastava pensare che non era sufficiente cavarsi fuori dai piedi figlie e figli mandandoli a scuola, per poi colpevolizzare la scuola della propria irresponsabilità. L’istruzione doveva avere la “I” maiuscola, perché lo sapevamo tutti che era la chiave per affrontare il futuro, per attrezzare i nostri giovani a misurarsi con le sfide nuove. Invece no, tutto come prima, andava bene la scuola di Casati e di Giovanni Gentile, cosa ci facessero poi veramente studentesse e studenti non era poi rilevante, l’importante era uscirne con un titolo di studio, a prescindere dal suo valore.

Nel 1972 l’UNESCO pubblicava il rapporto Faure: Learning to be, apprendere per “essere”, per vivere, per crescere, per realizzarsi, ma apprendere sempre in ogni momento e in ogni luogo. Sì in ogni luogo, anche a casa davanti al computer per la Dad. Smettiamola con la retorica che la Dad non è scuola, certo che non è scuola, ma può essere studio, anche migliore di quello fatto a scuola, e di studio oggi abbiamo sempre più bisogno a qualunque età.

Mi sembra che sia sotto gli occhi di tutti, molto chiaramente, che se non ci attrezziamo ad apprendere cose nuove, saperi nuovi, l’uso di strumenti nuovi, ci mancano i mezzi per comprendere, per esse attivi, per vivere pienamente la nostra vita. Learning to be, cinquant’anni sono trascorsi nell’indifferenza e nell’irresponsabilità generale. Spaventoso se si pensa che il mondo della cultura e della scuola, responsabile dell’istruzione del paese è rimasto indifferente, ripiegato su se stesso, afasico, non ha mai suggerito idee nuove, non ha mai proferito parola, se non per lamentare il declino della lingua italiana nei nostri studenti, come nella lettera appello firmata qualche anno fa da seicento docenti universitari.

Eppure sollecitazioni e opportunità non sono mancate. L’Europa nel 1995 pubblica il Libro bianco di Cresson dove viene coniato il termine lifelong learning e si sviluppa il concetto di knowledge society, passando, con un salto significativo, da ‘educazione’ a ‘apprendimento’. Nel 2000 la strategia di Lisbona pone l’obiettivo di adattare l’istruzione e la formazione ai bisogni dei cittadini in tutte le fasi della loro vita, per promuovere l’occupabilità e l’inclusione sociale, nel 2002, l’educazione permanente diviene a tutti gli effetti lifelong e lifewide learning, apprendimento continuo per tutta la vita, possibile in ogni contesto. Un’idea poi neanche tanto originale, che era già stata nel secolo XVII° del polacco Giovanni Amos Comenio: “Tutti siano educati in tutto totalmente”.

Istruzione come utopia necessaria è il titolo del Rapporto Delors dell’Unesco relativo all’Educazione per il ventunesimo secolo. Nel documento del 1996 già si sottolineava come il tema dell’istruzione avrebbe investito  i bambini e i giovani “che succederanno all’attuale generazione di adulti, troppo inclini a concentrasi sui loro problemi.” L’invito era quello di aprire all’istruzione tutta la società, le comunità locali, ben oltre il sistema educativo, l’intera nazione, senza alcuna riserva, in particolare ai bambini e ai giovani, restituendogli il posto che appartiene loro di diritto.

Non ci sono giustificazioni. Il nervo che ha scoperto la pandemia è che avremmo dovuto essere preparati, a partire dalle nostre città, sul terreno dell’istruzione permanente, con una pluralità di luoghi attrezzati e predisposti per questo, anziché i soli Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, relegati unicamente alla alfabetizzazione degli stranieri e al recupero del titolo di studio non conseguito a suo tempo. La miopia totale. Istituzioni che potevano essere il centro di politiche di istruzione permanente su tutto il territorio e per tutte le generazioni, che avrebbero permesso di scomporre classi, di distribuire per i luoghi della città i nostri giovani perché continuassero a poter studiare in tanti spazi diversi, utilizzando tutte le risorse strumentali e umane possibili, perché per studiare non c’è bisogno della scuola, ma dei mezzi e di qualcuno che ti accolga, che ti stia accanto e ti guidi.

Non si tratta di utopia, ma di preparazione e di volontà politiche, di non essere abbandonati nelle mani di amministratori improvvisati e incompetenti, di un paese che da almeno quarant’anni a questa parte ha smesso di essere un paese. Passata la stagione delle grandi conquiste degli anni settanta, per la scuola e per il welfare, c’è stato il riflusso, si sono alzate le barriere degli anni ottanta che hanno arrestato un processo di progresso sociale. Da allora tutto si è fermato, con le Destre alfiere del neoliberalismo impegnate ad abbattere le conquiste sociali ottenute e le Sinistre costrette alla difensiva. La cosa spaventosa è che non ci si renda conto di quanto è effettivamente accaduto, come la superficialità domini i pensieri della maggioranza delle persone. Come le sensibilità siano distanti dalle preoccupazioni del terreno che dobbiamo recuperare in materia di istruzione.

Non lamentiamoci del clamoroso e vergognoso fiasco compiuto con la didattica a distanza, con l’incapacità di organizzare lo studio di un’intera generazione colpita dalla pandemia. Chi è causa del suo male pianga se stesso dice il proverbio. E il male è stato continuare a trastullarsi con l’idea che solo a scuola si apprende e che è sufficiente intervenire a mettere una toppa a un tetto o una pezza al soffitto pericolante di un’aula che tutto procede come prima, affidando le cattedre alla sacca del precariato.

Questa è l’istruzione per il nostro paese. Mentre ci sono città nel mondo che dell’apprendimento hanno fatto il centro delle loro politiche amministrative, aderendo alla rete Unesco delle “Learning city”. Invece di piagnistei la prima cosa da fare subito, prima che sia troppo tardi, per la nostra città e per tutte le altre, sarebbe di aderire immediatamente a questa rete e farsi carico degli impegni che questo comporta. Del resto non ci sono alibi all’ignoranza di chi ci ha governato e ci governa sia a livello centrale che locale. Gli strumenti e le conoscenze c’erano tutte. Qui ci troviamo di fronte a una colpevole insipienza.

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