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Italiani del deserto

LA STORIA
Italiani del deserto

277_sahara3Il Sahara è Dio senza gli uomini, H. de Balzac

Chi di noi non ricorda il “Piccolo Principe” di Saint-Exupéry e il suo piccolo aereo precipitato nel deserto? Chi di noi non ha avuto voglia, almeno una volta nella sua vita, di ripercorrere quelle magnifiche avventure? Tanti di noi hanno attraversato il deserto, e non solo con la fantasia…Avventuriamoci allora insieme in questo deserto, passiamo per il Sahara, per riscoprire noi stessi oltre a parte delle nostre radici. Per riscoprire la vita. Strano ma vero, vedrete…

Ghibli

Vi domanderete come sono arrivata all’idea di portarvi con me alla ricerca degli “italiani del deserto” che non sono pochi, credetemi. E’ una bella scoperta.

Qualche anno fa mi trovavo a Tripoli, in tempi migliori e tranquilli, con uno sguardo perso e avido, conquistato e diviso fra la bellezza del litorale mediterraneo e i colori e odori della Medina. Soffiava il Ghibli, il vento caldo del sud, proveniente dal deserto e la sabbia arrivava ovunque, immancabilmente e ostinatamente. Entrava di soppiatto sotto le fessure delle finestre dell’albergo, che fischiavano clamorosamente e rumorosamente per tutta la notte, quasi fossero disturbate, penetrava nelle scarpe, si infilava sotto i vestiti e fra le pieghe delle gonne, sgattaiolava fra le maglie delle mie leggere calze. Mi ritrovavo quella sabbia rossa anche in bocca, masticavo granelli piccoli piccoli, le mie lenti a contatto soffrivano terribilmente. Non ero ancora andata nel deserto, che mi ha sempre attirato per la sua dimensione d’immensità e di eternità, ma mi pareva di esserci. E c’ero, con l’immaginazione che galoppava, c’ero con i sensi e con il cuore. Con la voglia di scoprire un mondo unico, magico, misterioso e avvolgente. Stranissima sensazione quella sabbia, una sensazione che si ripeteva ogni giorno, passeggiando per il centro della città ove bazar colorati, vocianti e allegri attiravano l’attenzione dei nuovi turisti. La Piazza Verde, oggi Piazza della Rivoluzione, mi riportava immediatamente al passato coloniale italiano, quella Piazza con la sua libreria italiana; lo stesso dicasi per la pasticceria libica vicino all’antica Cattedrale ora trasformata in moschea, ove un anziano signore mi raccontava di essere nato all’epoca degli italiani. Una simpatica guida libico-italiana mi introduceva alla vita e alla storia della moschea, dove mi sono silenziosamente introdotta insieme a un collega. Le tracce del passato italiano erano ovunque, anche nelle pavimentazioni stradali, con curiosi tombini di memoria mussoliniana. Nessuna compiacenza in questo, solo un pezzo di storia. Siate rassicurati. Nella Medina compravo per mia madre quattro bicchieri di vetro colorato per il tè da un simpatico e disponibile negoziante libico dall’italiano quasi perfetto.

Le anfore in vendita – copie o reperti di dubbia provenienza? – ricordavano il passaggio nella regione degli antichi romani e l’impronta da essi lasciata un po’ ovunque. Avrei voluto incontrare e parlare con tante persone, preparare piccole interviste con tante fotografie particolari, dettagliate e variopinte ma mi mancava il tempo. Ero a Tripoli per lavoro e non potevo andare oltre, potevo solo registrare le mie impressioni e sensazioni con la ferma volontà di trasmetterle una volta di rientro a Milano. Passeggiando per il lungomare con un collega, discutendo di tantissime cose e condividendo con lui molte sensazioni, mi ricordavo anche di aver intravisto sugli scaffali di una vetrina di una libreria milanese un libro intitolato “Ghibli”. Tornata a casa l’avrei acquistato, letto-divorato e condiviso con amici: ve lo consiglio, l’autrice è Luciana Capretti. Descrive la cacciata degli italiani dalla Libia nel 1970, dopo l’avvento di Gheddafi nel settembre 1969. E’ triste nella descrizione del giorno in cui molti connazionali lasciano Tripoli al soffiare del Ghibli (l’esilio è sempre triste, per chiunque, soprattutto quando si lascia una terra che si ama e dove si è vissuto a lungo, magari anche nati…) ma va letto per comprendere come anche noi, accompagnati da quello stesso vento, apparteniamo a quella parte di storia. Indipendentemente dai giudizi, abbiamo un legame con quella terra, allora come ora. Siamo popoli del Mediterraneo, due sponde non tanto lontane unite da un grande mare. Ritorniamo quindi su alcune tracce del nostro passato…comune denominatore: il deserto. E il suo fascino.

Dagli antichi romani agli esploratori ottocenteschi

Solo poche significative parole per ricordare la Libia parte della nostra storia più lontana, quella portatrice di novità, comprensione e integrazione: Leptis Magna, le “navi del deserto”, lo “scatolone di sabbia” e la “litania delle dune”. Leptis Magna e le “navi del deserto” ci riportano alle memorie dell’antica Roma.

Durante il dominio romano Leptis, acquisito l’appellativo di “Magna”, divenne ben presto una delle principali città romane d’Africa grazie al fiorente commercio marittimo di spezie, oro e animali provenienti dall’Africa subsahariana. Con oltre 100.000 abitanti, la città raggiunse il suo apogeo nel 193 a.C. quando Settimio Severo, nativo leptitano, divenne imperatore. Negli anni successivi Settimio Severo fu un munifico propulsore dell’abbellimento della propria città natale, che in quanto a sfarzo giunse a rivaleggiare con Cartagine e Alessandria. Nel 205 Settimio Severo visitò la città, che gli tributò grandi onori. Distrutta Cartagine, i Romani si interessarono maggiormente ai traffici del e dal deserto tanto da inviarvi due spedizioni: una nel 19 a.C. guidata da Cornelio Balbo e un’altra sotto Domiziano, condotta da Giulio Materno, che, varcando il Sahara, si era spinta fino al fiume Niger. E sono i Romani ad apportare un’innovazione che farà del Sahara il ponte commerciale fra Mediterraneo e Sudan: l’introduzione del dromedario, o la “nave del deserto”, portato dall’Asia. Passano i secoli e le prime notizie di italiani che si avventurano in queste zone risalgono al 1300, notizie rimaste per secoli sepolte negli archivi. Proprio quell’anno, un anonimo trafficante genovese arriva a Sigilmassa, sulla soglia marocchina del Sahara, ed è il primo a parlare dei Tuareg, gli “uomini blu” del deserto. Da questi uomini velati resta profondamente impressionato anche un altro genovese, Antonio Malfante, che, nel 1447, visita il Tuat. Con le navigazioni portoghesi lungo la costa africana e la scoperta delle Americhe l’attenzione si sposta altrove: il Sahara dovrà aspettare l’inizio dell’Ottocento per veder approdare sulle sue sabbie vellutate i primi curiosi esploratori.

“Lo scatolone di sabbia”

Con l’occupazione della Libia, chiamata lo “scatolone di sabbia”, anche l’Italia inizia a percorrere il Sahara, in lungo e in largo, con spedizioni scientifiche alla ricerca di ricchezze minerarie. Fra i protagonisti di queste spedizioni vi è il geologo Ardito Desio che raccoglie le sue esperienze del deserto in “Le vie della sete. Esplorazioni sahariane” (1950).

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Abbiamo percorso alcune pagine di queste avventure scritte, chissà, dall’alto di una duna o sotto una piccola tenda piantata profondamente nella sabbia (ci piace immaginare così…). Vi abbiamo ritrovato le vicissitudini di una strana e divertente carovana su cui una mummia, sottratta al sonno eterno, pare esercitare la sua aspra vendetta. E’ il viaggio di un’autocolonna partita da Porto Bardia e diretta a Giarabub, guidata da un giovane ufficiale. Al gruppo si unisce un archeologo, deciso a trasportare a Benghasi una mummia proveniente dalle tombe scoperte a Melfa. La superstizione fa pensare che quella mummia voglia vendicarsi per essere stata sottratta al meritato riposo. E allora, alla carovana, succede di tutto: chi si sloga un piede caricando la mummia, chi soffre di perenni disturbi intestinali, chi si sveglia nel cuore della notte per le improvvise raffiche di vento, l’arrivo improvviso e sconvolgente delle tempeste di sabbia, l’archeologo rimasto quasi soffocato sotto la tenda con i piedi nudi imbrattati d’inchiostro (nella mischia notturna dovuta alla sabbia, un calamaio si era rovesciato…), l’improvviso e devastante acquazzone. Tutti convinti dell’influenza malefica della mummia: ma il racconto è comunque divertente. E qui sembra di riconoscere una potente dimensione soprannaturale che, credetemi, si percepisce quando ci si ritrova, nudi, davanti al deserto: altro che luogo “desertus” (nel senso di “abbandonato”…), immense forze della natura, animali e anime abitano questo luogo incredibile, in un profondo, rispettoso e timoroso silenzio.

La “litania delle dune”, culla dei sogni

E allora eccoci fra le dune, insieme all’avventuroso e curioso giornalista Paolo Zappa che, nel 1932, viaggia per il Sahara. Proprio lui ci descrive la vita del deserto, le pernici delle sabbie (le kanga), esili e di colore rossastro, che, al passaggio delle carovane, si levano in stormi per posarsi sulle groppe dei cammelli per poi scapparsene rapidamente. I fuochi per il tè, le tende, i datteri secchi che incollano i denti come mastice, l’acqua salmastra, i cammelli che corrono inseguiti solo da ombre. C’è vita, vita di uomini ed animali che avanzano a stento, ma c’è. E poi le dune e i mauri della carovana che salmodiano la “litania delle dune” …

“Dune, grandi dune ondulate come l’acqua del mare, / Dune dalla fronte calva, / Dune, che il vento lavora e tormenta senza tregua, / Dune, che una goccia d’acqua rinfresca una volta ogni cent’anni, / Dune, che vedete passare le carovane, / Dune melodiose, che cantate al levare del sole, / Dune dal burnus d’oro e dal burnus di neve, / Dune, dai fianchi sollevati come quelli di una donna prossima a partorire, / Dune, nostro sudario quando il simum soffia e ci travolge, / Dune, grandi dune del deserto, rendeteci dolce la strada, / E fate che arriviamo alla meta”.

scortecci

Allora, dove si intravvede comunque la vita, è difficile condividere l’etimologia di “desertus”… Una vita che, come ci insegna il naturalista del deserto Giuseppe Scortecci, nel 1939, esiste, laddove si avverte l’arrivo del vento del sud dall’inquietudine degli animali: cammelli che muggiscono, uccelli che trillano, stridono, cantano e gorgheggiano, insetti diurni che scompaiono, stormi di farfallette, di formiche e coleotteri che accorrono alla luce delle lampade. Le foglie di palma frusciano e si piegano, l’aria diventa color ocra e caldissima, il vento aumenta di violenza. La natura si scatena e si fa sentire. “Immersi nella caligine turbinante si ha l’impressione di essere isolati, lontani dal mondo, divenuti preda di un’incorporea, maligna, invisibile, onnipossente deità che voglia torturarci”. Vita che avverte e richiama vita. E la sabbia appare ovunque, meravigliosa trasmettitrice di suoni.

I Tuareg, uomini blu e fiabe

Dio ha creato paesi ricchi d’acqua perché gli uomini vi vivano, i deserti perché vi ritrovino la propria anima (proverbio targhi*)

* targhi = dei tuareg

Fra questa vita ed energia quasi nascosta, spuntano lontano anche “anime” del deserto, anime nel senso di essenza profondamente legata e radicata alla sabbia ed alle sue morbide ma impervie dune. Sono gli uomini misteriosi del deserto, i Tuareg che tanto affascinano l’immaginazione collettiva, un popolo meravigliosamente ricco di storie e tradizioni. Chi non ne ha sentito parlare almeno una volta?

E’ nel 1928, esercitando la sua professione di medico nelle oasi sahariane della Libia abitate dai Tuareg, che un medico italiano guadagna stima e confidenza di tale popolo diffidente. Alberto Denti di Pirajino impara a conoscerne usanze e tradizioni, ad apprendere storie e vicende degne del più fantasioso ed avvincente romanzo.

un medico in Africa

Scorrendo il suo libro “Un medico in Africa” apprendiamo molte cose su questa “famiglia del velo” unica al mondo. La suddivisione in tribù nobili e tribù vassalle e la supremazia delle donne nella società targhia, un primato incredibile della funzione della donna, al punto che tutta la collettività gravita intorno alla sua femminilità come strumento d’amore. A questo si affiancano dolcissime fiabe tuareg, fonte di serenità e di comunione segreta con la natura. Le leggende degli uomini del deserto, degli uomini liberi, sono tante. Ve ne ricordo una per tutte, quella che amo di più: la fiaba della “gazzella dalle corna di smeraldo”. Un ragazzino di 12 anni racconta il viaggio, con la sua famiglia, verso il Sudan, attraverso il Teneré. Durante la traversata, il gruppo si imbatte in un branco di gazzelle, preda ambita dagli abitanti del deserto: ne vengono uccise dieci. Accortosi della presenza di una ghazla, una femmina che stava per avere i piccoli, il giovane chiede al padre di risparmiarla. Il magnanimo genitore acconsente. Durante la notte due puntini verde chiaro avvolti da un’aureola luminosa svegliano il ragazzino: il cerchio formato da un fumo blu che si dipana da quei puntini lascia passare una gazzella graziosa e leggera dalle corna color smeraldo. L’animale si rivolge al giovane e parla con lui, che senza alcun stupore ne ascolta la voce melodiosa: lo avverte dell’imminente tragedia che sta per imbattersi sulla carovana, sete e fame, e che, nonostante le difficoltà dovrà spronare il gruppo a continuare il cammino. Perché il Teneré non è completamente privo di acqua… Allo stesso tempo, batte su una pietra le corna di smeraldo e ne lascia cadere un pezzetto, indicando allo stupito interlocutore di raccoglierlo: il frammento sarà il suo potente talismano, che gli impedirà di morire di sete. Il giorno seguente le riserve d’acqua finiscono improvvisamente, ma la marcia continua fra preghiere ed ansie. La pietra caduta dal sogno nelle tasche del giovane indicherà poi, in una notte del deserto illuminata solo dalle stelle, il luogo da cui si udirà un leggero ed inaspettato gorgoglio proveniente dalle viscere della terra: una sorgente d’acqua. Tutti i bambini del mondo dovrebbero conoscere queste fiabe… o almeno qualcuna di esse.

Per saperne di piu’ …

Ardito Desio

Nato a Palmanova nel 1897, è fin da giovane un abile e conosciuto geologo e scalatore. Fra il 1926 e il 1940 è più volte nel Sahara libico alla ricerca di minerali. Dal 1937, sempre per ricerche geologiche, si trova in Etiopia e nel 1940 in Albania, Grecia, Turchia, Libano, Siria, India e Pakistan.

Alberto Denti di Pirajino

Nasce nel 1886, da antica famiglia nobile siciliana, a La Spezia. Laureatosi in medicina a Firenze, parte per l’Africa nel 1924, come medico personale del duca d’Aosta, per passare nell’amministrazione coloniale fino al 1943 quando, in qualità di Governatore di Tripoli, deve consegnare la città al vittorioso maresciallo Montgomery. Dopo tre anni di prigionia rientra in patria nel 1946. Muore a Roma nel 1968. Fra le sue opere: “Ippolita” e “Un medico in Africa”.

Da vedere…

Marrakech Express, di Gabriele Salvatores (1989), Il tè nel deserto, di Bernardo Bertolucci (1990)

 

 

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