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Presumo di sapere a cosa state pensando, ma vi sbagliate. Berlusconi e la sua Casa delle Libertà, non c’entrano nulla. Ma quando si dice che il mondo è piccolo! Guarda questi dove sono andati a pescare l’idea.
‘Freedom House’ è una organizzazione non governativa internazionale, fondata a Washington nel 1941, con lo scopo di condurre attività di ricerca e di sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche, e diritti umani. Ogni anno pubblica un rapporto relativo al grado di libertà democratiche percepito dai cittadini di ogni Paese. Per il 2014 l’Italia occupa il 64° posto nella classifica internazionale della libertà di informazione, perché Freedom House giudica l’Italia un Paese semi-libero.
Allora cerchiamo di capire questa “Casa della Libertà” d’oltreoceano cosa intenda per ‘libertà’ e ‘democrazia’. A leggere i testi, consultabili nel sito [vedi], non c’è ombra di dubbio. La definizione di democrazia si focalizza sulle forme di governo rappresentativo, come opposto ad altre forme che enfatizzano la demagogia e la partecipazione diretta delle masse, definita con il termine inglese ‘mobocracy’, che non ha il suo corrispettivo in italiano, se non in ‘oclocrazia’, dal greco, appunto, governo delle masse.
La democrazia come mobocracy fu un’idea largamente diffusa negli Stati Uniti d’America con l’edizione del 1798 dello “Spelling Book” di Noah Webster, che conteneva il “Catechismo Federale” e, in particolare, le possibili deformazioni della democrazia, che i lettori erano invitati a memorizzare.
Per farla breve, tutti i movimenti e le organizzazioni politiche che in qualche modo cavalcano l’idea della demagogia e del governo diretto delle masse, non rientrerebbero nella definizione né di libertà né di democrazia per i fondatori della Freedom House.
Si fa presto a dire democrazia e libertà, più difficile è comprendere l’implicazione che la democrazia rappresentativa ha per la vita, non di un paese in generale, ma per le singole persone.
Da questo punto di vista è interessante dare un’occhiata agli studi condotti da Ronald Inglehart dell’Istituto di ricerche Sociali dell’Università del Michigan e da Hans Dieter Klingemann del Centro di Ricerche Sociali di Berlino.
I due ricercatori hanno usato la definizione di democrazia, fornita dalla Casa delle Libertà, per determinare la relazione tra democrazia e benessere come percepito individualmente. E i risultati sono davvero sorprendenti. Dai loro studi transnazionali emerge la mancanza di relazione tra democrazia e felicità personale, tanto che ad esprimere il maggior grado di soddisfazione personale sono oggi i cittadini di paesi con governi autoritari come la Cina e Singapore. Per cui, relativamente al benessere individuale, il livello di democrazia di una società sarebbe marginale, se non insignificante. Il problema non è che democrazia e benessere non siano strettamente collegati, ma che piuttosto non sta in piedi l’interpretazione secondo la quale la democrazia determina il benessere e la felicità dei cittadini. Altri fattori giocano un ruolo ben più rilevante, a partire dal livello di sviluppo economico di un paese.
Ce n’è quanto basta per riflettere sulle vicende di casa nostra, in particolare su come l’acuirsi della crisi economica metta sempre più a repentaglio la pratica della democrazia così come definita dalla Casa della Libertà, per dar sfogo a spinte verso quella mobocracy che sarebbe il suicidio della democrazia stessa.
Poiché la democrazia è collegata allo sviluppo economico, il quale contribuisce alla felicità, può accadere che ad essere più felici siano proprio i cittadini di stati a regimi autoritari, ma con un sostenuto sviluppo economico, come è dimostrato dal caso della Cina e di Singapore.
Le istituzioni democratiche, dunque, non necessariamente rendono le persone più felici, da questo punto di vista non mancano esempi convincenti da parte della storia. È sufficiente pensare alla Germania di Weimar, o alla Russia all’indomani delle libere elezioni del 1991, dove il benessere delle singole persone non è cresciuto rispetto a prima.
Anche Ruut Veenhoven, sociologo, docente alla Università Erasmus di Rotterdam, fondatore del ‘World database of happiness’, usando la definizione di libertà politiche offerta dalla Casa della Libertà, è giunto alle stesse conclusioni dei ricercatori precedentemente citati. Tuttavia, se la libertà non sempre contribuisce alla felicità, da questa non si può prescindere.
La definizione di libertà di Veenhoven include l’economia, la politica e le libertà personali, la libertà di impresa, tasse basse, e la circolazione dei capitali. La lista delle libertà personali enumera le pratiche religiose, la libertà di viaggiare, di matrimonio e sessuale.
C’è un interrogativo inquietante che emerge da tutto questo. Ed è il peso che il benessere economico, la civiltà dei beni di consumo hanno assunto nella vita delle persone, tanto che saremmo disposti a rinunciare a parte delle nostre libertà politiche pur di possedere.
La mente mi corre a quella economia, materia di studio che il governo Renzi, con il progetto della Buona scuola, intende implementare nel curricoli di studio del nostro sistema scolastico.
Di fronte alle politiche di austerità che oggi ci vengono imposte, il tema vero, se non vogliamo mettere a repentaglio le fondamenta della Casa della Libertà che abitiamo, è indagare la relazione tra organizzazione economica, libertà e istituzioni democratiche. Ci sono altri modi possibili di pensare l’economica per accrescere la felicità umana, che non mettano a repentaglio le libertà personali, il diritto di voto e i principi della democrazia rappresentativa?
Le scuole dovrebbero affrontare, a partire dalla loro organizzazione, la più democratica possibile, l’insegnamento di come le istituzioni politiche possono contribuire alla crescita della felicità umana.
Sono tempi questi nei quali, se non si riflette attentamente su tutto ciò e non si attrezzano i giovani ad affrontare il futuro, ne può andare a rischio il loro domani, oltre al nostro.

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