21 Maggio 2015

La chiesa che dialoga.
Quando c’era don Franco

Francesco Lavezzi

Tempo di lettura: 9 minuti

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Casa Cini era sempre aperta ed entrando si avvertiva il fervore di un atelier, si respirava il profumo di un laboratorio di cultura, di una fucina di idee. L’animatore di quello straordinario contenitore in cui ci si incontrava e si dialogava senza steccati era don Franco Patruno. Potevi trovarlo dietro la sua scrivania ingombra di carte e di libri, seduto a leggere un passo del vangelo come un romanzo di Dostoevskij o di Musil, oppure una rivista d’arte o di sociologia. O intento a disegnare. O al cavalletto a dipingere. Ti accoglieva sempre con un sorriso sincero, con una luce benevola che gli illuminava lo sguardo. Scherzava volentieri, amava la battuta, il ‘calembour’, la barzelletta. Comprendeva al volo lo stato d’animo di chi gli stava di fronte, senza necessità che gli spiegasse nulla. Riusciva a essere profondo senza essere pedante. Sapeva dire e, dote più rara, sapeva anche ascoltare.
Di lui abbiamo chiesto a Francesco Lavezzi, che ne è stato allievo, poi amico e stretto collaboratore, di tracciare un ricordo che vivifichi il significato della sua esperienza. (s.g.)

Don Franco morì in un letto dell’ospedale Sant’Anna il 17 gennaio 2007. Amava dire di essere della classe di ferro del ’38 (nato il 29 novembre di quell’anno). Le nostre strade s’incrociarono alla ripartenza di Casa Cini quando, terminata la presenza dei gesuiti a Ferrara (che inaugurarono l’istituto nel 1950), l’allora arcivescovo Luigi Maverna ne affidò nel 1984 la responsabilità a lui e a don Francesco Forini.

Prima di quell’incarico don Franco era già stato tante cose: prete nella parrocchia di Santa Maria Nuova, direttore del Centro missionario diocesano, assistente dei giovani dell’Azione cattolica, fondatore del Servizio comunicazioni sociali (il mitico Scs). E poi artista, scrittore, docente, critico d’arte e cinematografico, fino a far parte della commissione per i Beni culturali e artistici della Conferenza episcopale italiana e, successivamente, firma della terza pagina dell’Osservatore Romano e collaboratore di Raisat, con interviste importanti, fra i tanti, a Ermanno Olmi, Mario Luzi, Dacia Maraini, Ezio Raimondi, Andrea Emiliani, Pompilio Mandelli, Pupi Avati.

Si potrebbe continuare a elencare altre esperienze di un’esistenza non comune, per talento, intensità umana e religiosa, cultura e impegno, come altrettanti sarebbero i ricordi di undici anni condivisi a Casa Cini. Ma forse è più interessante mettere a fuoco la cifra stilistica intima di don Franco. Almeno provarci.
Raccontava che all’uscita del film televisivo “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli (1977) il vescovo di allora, mons. Filippo Franceschi, gli disse: “Franco, non dire niente”. L’amico pastore, conosciuto negli anni del centro nazionale dell’Azione cattolica, sapeva bene che l’esigente e raffinata estetica di don Franco era più vicina al volto mediterraneo del Cristo nel filologico “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, che ai tratti somatici dell’attore Robert Powell, fedele omaggio ai canoni delle raffigurazioni del Redentore stile “Dolce cuor del mio Gesù”.

Don Filippo conosceva bene le ragioni e i tempi della politica ecclesiastica, avendo per anni frequentato gli ambienti romani Oltretevere, e Franco capì subito, rispondendo con un sorriso della sua indimenticabile bocca asimmetrica.
Proprio qui probabilmente si tocca uno dei punti chiave del suo essere e dei suoi approdi intellettuali e spirituali.
Che cos’è arte sacra? E, soprattutto, ha senso continuare a parlare di questa distinzione? La risposta la scrisse egli stesso in un articolo sull’Osservatore Romano nel dicembre 1999. Il punto di partenza è teologico e cioè il prologo del Vangelo di Giovanni: il Verbo che si fa carne. Da qui il parallelo che Franco disegna per intendere il cammino delle forme d’arte come “segno offertoriale della creatività umana”.
Qui c’è uno snodo che, mi sembra, sia sempre stato per lui cruciale: l’arte stessa, in sé (non solo quella “sacra”), “riflette quell’immagine e somiglianza – testuale – che il Creatore ha partecipato all’uomo e al suo destino”. In questo si ravvisa, in fondo, la sua anima essenzialmente tomista, piuttosto che agostiniana (come direbbe lo storico Massimo Faggioli), che lo porterà a vedere nell’uomo, in qualunque uomo, la vocazione creaturale, a costo di pagare dazio sul terreno di slanci di generosità spesso sconfinati in un’inguaribile ingenuità. Tanto che una volta disse di lui monsignor Giulio Zerbini (suo rettore in seminario e poi vicario generale della diocesi): “Don Franco è nato senza il peccato originale”.

Una luce, quasi caravaggesca, che egli si ostinava a vedere, innanzitutto teologicamente, riflessa in ogni essere umano, si badi bene, pur non essendogli sconosciuta – per sensibilità, esperienza e cultura – la dimensione platonicamente tragica della vita. Lo si vede bene in tanti suoi disegni, volti e corpi, spigolosamente scolpiti con un carboncino impietosamente nero come la notte.
E così si comprende anche l’ironia, talvolta equivocata, spinta fino all’autodissacrazione, riflesso chiarissimo della lezione dell’amato Woody Allen: “Non è tanto Dio, quanto il suo fan club che a volte mi spaventa”.

Ma la riflessione di Patruno, che si portava dentro geneticamente la poetica del segno e che probabilmente provò un sussulto emotivo di sintonia con la teologia dei segni dei tempi di papa Giovanni, non si ferma qui.
Distante da ogni finalismo illuministico e storicistico del cammino dell’arte verso il necessario compimento del bello, egli dichiara il proprio debito col pensiero estetico di Luigi Pareyson, che fu maestro di calibri come Gianni Vattimo e Umberto Eco.

Alla luce di questa lezione don Franco vede il gesto creativo dell’artista sempre “in via di formazione verso la riuscita”. Come un’originalità che fiorisce dalla continuità. Esattamente come Botticelli e Leonardo fuoriescono dal loro maestro Verrocchio: “l’imitazione del maestro – scrive soppesando i termini – già suppone una metamorfosi”.
E non c’è solo il cammino delle opere, ma anche della fruizione, dell’interpretazione, in un gioco ermeneutico non necessariamente parallelo o simmetrico dei due piani, che rende palsticamente il concetto contemporaneo della complessità.

Il divenire dell’arte, dunque, coincide con altre opere che ancora non sono, nel senso che l’anticipo è presente nell’apertura dell’opera stessa, puntualizza don Franco, in un’ennesima sutura tra piano estetico e teologico, nel quale forte è l’eco dell’economia cristologica del già e del non ancora e della Teologia della speranza del teologo protestante Oscar Cullmann.
Ho ancora vivo il ricordo della sua riflessione sull’Action painting.
Tanto la gestualità di Jackson Pollock è legittimamente riconducibile a una casualità postmoderna che esclude l’idea stessa di progetto e di orizzonte, quanto il segno di William Congdon è analogo gesto aperto all’ispirazione, alla trascendenza, fino all’essenzialità di un segno (ancora il suo segno) in cui don Franco seppe vedere un parallelismo nella folgorante missione di Matisse nella Cappella del Rosario di Vence. Il segno condotto all’essenzialità estrema, fino alla sacralità della linea, in una sorta di esperienza ascetica e mistica, come scrisse nel 1992 nel catalogo “La Bibbia di Chagall”, quando Casa Cini ospitò l’omonima opera del pittore di Vitebsk che contemporaneamente era esposto in una celebre mostra a palazzo Diamanti.

Fu quello un altro frutto del legame con Franco Farina, non senza un tragicomico risvolto degno della migliore tradizione della commedia all’italiana, dopo un rocambolesco trasporto delle 105 acqueforti di Chagall nel baule della duna di don Franco (guidata da un obiettore di coscienza), incurante di qualsiasi copertura assicurativa per l’inestimabile valore del trasporto.

Per don Franco non era concepibile riflettere senza illustrare. Il comprendere, per lui, passava necessariamente per il vedere e in questo, azzardo, sta il legame stretto e reciprocamente virtuoso fra estetica, poetica e teologia.
Da questo originalissimo percorso prende forma l’idea di una luce veritativa che non si possiede (in quanto dono), ma che diventa, che si fa cammino, incontro, dialogo. Per lui ecclesiologicamente la linea di confine del vero, come direbbe il teologo Severino Dianich, non passa lungo il perimetro della Chiesa istituzione quanto nel cuore di ciascun uomo.

Per questo, secondo lui, con Casa Cini la Chiesa si doveva fare spazio d’incontro e di dialogo, perché ogni esperienza culturale, senza necessariamente l’aggettivo cristiana, antropologicamente riflette anche solo una scintilla del mistero divino, in una visione dell’uomo ontologicamente creato ad immagine e somiglianza del Padre.

Per questo era comprensibile quando diceva che l’uscita della Costituzione conciliare Gaudium et Spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (attenzione: non la Chiesa e il mondo contemporaneo), lo aveva commosso. Quel proemio nel quale l’ecclesia fa proprie le ansie, le gioie e le speranze dell’uomo, credo lo facessero pensare, quasi istintivamente, ai giocolieri medievali de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, dove il più semplice saltimbanco vede la Vergine, oppure all’episodio pasoliniano “Che cosa sono le nuvole” (episodio del film “Capriccio all’italiana”, 1968), nel quale Totò (Jago) e Ninetto Davoli (Otello) riescono vedere il cielo azzurro e le nuvole solo quando finiscono in una discarica di rifiuti.

Il suo essere, dunque, pienamente uomo di chiesa non gl’impediva di essere pienamente persona, ma significava anche non giudicare il proprio tempo dall’alto di uno scalino sacro, ma mettersi in cammino al suo fianco senza per questo perdere l’autorevolezza di una vita che, nella ricerca e sapienza, era consapevole di essere un segno-sacramento nel “mondo – sono ancora sue parole – uscito buono dalle mani di Dio”.

Può darsi che, oggi, il suo sguardo possa risultare ad alcuni eccessivamente ottimista, magari un po’ datato, per quanto teologicamente ancorato, ma forse questo tempo così inquieto, incerto e privo di bussole, avrebbe più bisogno di cucire ferite, di ponti per ridurre distanze, differenze e inequità, come le chiama papa Francesco che non a caso ha usato l’immagine poco trionfale dell’ospedale da campo per la Chiesa.
E credo che questo pontefice sarebbe piaciuto molto a don Franco.



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L’autore

Francesco Lavezzi

Laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, insegna Sociologia della religione all’Istituto di scienze religiose di Ferrara. Giornalista pubblicista, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia di Ferrara. Pubblicazioni recenti: “La partecipazione di mons. Natale Mosconi al Concilio Vaticano II” (Ferrara 2013) e “Pepito Sbazzeguti. Cronache semiserie dei nostri tempi” (Ferrara 2013).
Francesco Lavezzi

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