29 Maggio 2019

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
C’è in giro un potente odore di Stato pedagogo

Giovanni Fioravanti

Tempo di lettura: 5 minuti

Popolo è termine collettivo, ma quando viene in uso ai populisti perde immediatamente il suo carattere erga omnes, iniziando con l’escludere i nemici del popolo, che pure a quel collettivo appartengono, le élites e i radical chic, per fare un esempio, o chi nel populismo semplicemente non si riconosce.
Dunque, quando si parla di popolo occorre sempre circoscrivere l’area, ridurre l’abbraccio con un’apposizione. I populisti sostengono che il popolo è sovrano, intendendo che è sovrano solo il popolo che pretendono di rappresentare, perché tutto il resto si deve adattare a essere suddito, vale a dire messo sotto. Ecco svelato l’inganno.

La nostra Costituzione, all’articolo uno, non dichiara che il popolo è sovrano, ma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Nonostante i tempi siano di inimicizia nei confronti della conoscenza, dovrebbe essere facilmente intuibile la sfumatura semantica che intercorre tra “sovrano” e “sovranità”. Pertanto al centro della nostra Costituzione non c’è il popolo, ma i diritti e i doveri di ogni persona.
Lo spirito primitivo dei pentastellati, aveva optato più robespierrianamente a riesumare il “cittadino” in salsa brumaio, tanto da aborrire per i suoi deputati il titolo onorevole di “onorevole”, già in questo tradendo la vocazione pedagogica dei nuovi inquilini di palazzo Chigi, pronti a pedagogizzare popolo e politica al grido di onestà, abolizione della povertà e decreti dignità.
Il popolo è comunque un artefatto, non di Dio come pretendeva Fichte, ma del potere e, dunque, è necessario in qualche modo fornirsi di una propria strategia didattica.

C’è in giro, infatti, un potente odore di Stato pedagogo. Pensare che il popolo debba essere educato è un vizio antico dei populisti che ben sanno che al popolo, per essere tale, è necessario fornire un’identità e un destino comune.
Così i leghisti si affidano ai modelli pedagogici più consolidati nei secoli, mentre i pentastellati puntano sul futuribile fantascientifico, modello Gaia della Casaleggio e associati.
Le due culture offerte alla nazione coesistono l’una nell’indifferenza dell’altra, senza essere né umanistiche né, tanto meno, scientifiche.
Dio, patria, famiglia, caramella e grembiulino dei raduni veronesi e dei comizi salviniani propiziano il ritorno agli edulcorati quadretti famigliari dei libri di lettura e dei sussidiari della mia infanzia, semmai con la benedizione del ripristino della religione cattolica “a fondamento e coronamento dell’istruzione”.
È la cultura degli esorcismi intesi a liberare dalla forza occulta e malefica del genitore uno e del genitore due, della libertà di insegnamento da sorvegliare e punire. Ignoranti del fatto che uno dei più accaniti sostenitori della libertà di insegnamento contro lo stato laico fu, agli albori del secolo scorso, un cattolico, non certo di vedute aperte, che potrebbe agevolmente trovare posto nel loro pantheon, come padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; si leggessero il suo “Lo stato pedagogo” e si troverebbero subito in sintonia.
Con zelo educativo nazionale, è pure caldeggiato il ripristino della leva obbligatoria per raddrizzare la schiena a questa gioventù sedentaria e obesa, affetta da digitalismo compulsivo.
Su tutto domina la cultura della Lega Santa. Ricordate la tela di Paolo Veronese ‘La battaglia di Lepanto’, custodita nelle gallerie dell’Accademia di Venezia? Ecco quella allegoria pervade di sé la predicazione pedagogica del leader leghista.
I santi e la madonna, la Vergine del rosario, quello che bacia nei suoi comizi, che ha propiziato la vittoria sui musulmani.
Come un pontefice alla Pio XII, sebbene non costruisca ponti e chiuda i porti, il nostro ministro degli interni firma la cambiale della sicurezza di fronte al popolo affidando l’Europa ai santi e l’Italia al cuore immacolato di Maria. E qui si ha il sentore della sua pedagogia popolare marcescente che va dai Segreti di Fatima alla consacrazione della Russia alla madonna. La promessa di un ritorno al passato a cui mancano solo le madonne piangenti e quelle fosforescenti con dentro l’acqua di Lourdes.

Per i Cinque Stelle, più giocherelloni, cresciuti a Commodore 64, Nintendo e Super Mario, la didattica populista della Lega è solo un’accozzaglia di stronzate e di Medioevo.
Loro, nativi digitali, ora hanno un nuovo giochino: la tv di Stato, grande e potente mass media divulgativo. Così tutte le sere quando le famiglie sono riunite intorno al desco per la cena con il televisore sintonizzato sul tg1, ambiente, salute, digitale e fantascienza entrano nelle nostre case. Un po’ di politica, notizie dall’interno e dall’estero, poi via con il telegiornale stile teleNature, teleFocus e con gli avanzi di teleQuark. Fioriture d’ambrosia, diete dna, conquiste dello spazio, navi stellari e connessione internet ultraveloce in ogni angolo del pianeta.
Dall’oscurantismo della Lega al futuro che non c’è. Se la Lega di Salvini coniuga la didattica del popolo al passato, i pentastellati la loro pedagogia popolare la recitano attingendo alle pagine di Gaia del visionario Casaleggio padre.
L’importante che i sottoscrittori del contratto di governo siano tutti concordi nell’evitare che il popolo possa presidiare il presente, in modo che a loro riesca di educarlo più facilmente.



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L’autore

Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.
Giovanni Fioravanti

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