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Come un libro aperto

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Come un libro aperto

Quando giro paesi e città tendo ad attribuire loro una forma nello spazio, una dimensione geometrica. Figure rotonde, ovali e sinuose, luoghi quadrati, rettangolari o pentagonali.
Associando il toponimo al gioco delle linee cerco di archiviare nella mia mente la loro identità. Il tutto per sottrarmi ai nostri tempi di “usa e getta”, di “mordi e fuggi”. Così consumiamo costruzioni complesse, che non sono solo architetture urbanistiche, ma forme che hanno preso corpo nella storia, nate dal genio di uomini e donne, vissute dalle persone, che lì hanno lasciato i loro segni, hanno patito i loro dolori e goduto delle loro gioie.
Le città non sono agglomerati di centri e di periferie, l’insieme degli scatoloni entro i quali spendiamo le nostre esistenze più o meno anonime. Le città sono famiglie allargate dove ci si prende cura dell’altro e, nella cura, l’altro ti diviene famigliare, sia che lo medichi, sia che lo istruisci e lo aiuti a crescere. La cittadinanza serve a questo, a socializzare, ad allargare la tua sfera di umanità. Per questo è assurdo che qualcuno avanzi diritti di primogenitura sulla famiglia e sulla genitorialità. Tutto è troppo mescolato per distinguere e la miscela l’ha mischiata la storia e i progressi dei nostri pensieri e del nostro essere civili.
La città è un libro aperto, le piazze e le vie ne sono le pagine illustrate, l’architettura il linguaggio. La città è opera collettiva, è opera corale. Che va scritta insieme, riconoscendoci gli uni negli altri, compagni di strada nella stesura del libro della città.
È nelle città che la solidarietà dell’altro corre a darti una mano per curare le ferite dei terremoti e delle alluvioni. Sono questo le nostre città, la conservazione di inestimabili valori umani.
Le civiltà si sono fatte sempre nelle città. Le città sono i luoghi della civiltà.
Le città non necessitano né di podestà né di capitani del popolo. Hanno bisogno di amicizia, di sentimenti di affetto, di simpatia, di solidarietà, di stima coltivati dalla dimestichezza e dalla familiarità del vivere una comune dimensione urbana. Non ci sono problemi di una parte contro un’altra, i problemi sono sempre di tutti, come scriveva con sano pragmatismo John Dewey, e la loro risoluzione ha sempre bisogno di un più di cultura condivisa. Soprattutto il futuro della città non sarà fatto da quello che accadrà, ma da quello che ciascuno di noi saprà fare accadere.
Pare invece che le città siano divenute il luogo degli inquinamenti umani. Che i flussi delle immigrazioni abbiano prodotto ferite profonde, abbiano violato i patti della convivenza sociale, che le multiculture anziché divenire una ricchezza si siano tradotte in minacce alla cultura che conserviamo. Come se le nostre città da tempo non fossero disgregate, slabbrate, frantumate e non avessimo riservato, ai nuovi arrivati, solo gli interstizi di questa decomposizione che da tempo lavora.
Nessuno che si rechi a visitare una città è interessato alle sue periferie, il polo d’attrazione sono i centri storici, spesso ridotti a musei senza vita, dove occorre regolare con il numero chiuso la calca dei turisti.
Centri calpestati dagli eventi, anziché risorti negli avvenimenti. Centri da cui sono banditi il silenzio, l’ascolto e la riflessione. E quando ciò accade è sempre con troppo rumore.
Abbiamo commercializzato le nostre città, spesso lacerandone il tessuto per via della desocializzazzione, delle violenze, delle droghe. Città dove lo spirito di cura si è perduto, come la capacità di ritessere comunità disperse.
Cos’è la qualità della vita delle città? È l’emigrato che ruba spazio e minaccia la sicurezza o il principio di quantità che ha consumato perfino le nostre facoltà razionali?
Il “disagio della civiltà” di Freud, oggi rischia di tradursi nel “disagio di inciviltà”, nella incapacità di prospettare una “civiltà possibile”. La quantità può contenere non solo l’infelicità, ma anche superare il limite di sopportabilità esistenziale mandando in pezzi uomini e donne.
La città vive di qualità civili, urbane e ambientali. Il rischio è che si scrivano pagine avendo smarrito queste dimensioni, insieme allo scopo della narrazione, alla sua sintassi e alla sua semantica.
Oggi sappiamo di non volere che a prendere la mano nella scrittura siano le tensioni sociali, sia il vivere in continua competizione con gli altri, in una sorta di “bellum omnium contra omnes”.
Non ci sono città ideali o utopiche da disegnare, ma città concrete da raccontare nel loro quotidiano di umanità e di qualità delle persone, ed è ciò che dovrà continuare a fare la differenza.

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