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Educazione permanente, un capitolo che non sappiamo scrivere

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Educazione permanente, un capitolo che non sappiamo scrivere

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Il forte impatto che i cambiamenti economici hanno prodotto sulla struttura del tessuto occupazionale di settori come l’industria e l’agricoltura avrebbe dovuto collocare il tema dell’educazione permanente al centro dell’agenda politica ed economica del nostro Paese con l’obiettivo di riconnettere tra loro istruzione, formazione, occupazione e lavoro. Di fronte a un tasso di disoccupazione del 12,7% in Italia contro il 4,8% della Germania è urgente riappropriarsi di un tema così gravemente trascurato come quello dell’educazione degli adulti, perché pare che questo sia ampiamente sconosciuto al mondo politico e sindacale.

Eppure gli strumenti legislativi per avviare politiche innovative in questo campo non mancano, a partire dalla tanto vituperata riforma del lavoro Fornero. Mi riferisco all’articolo 4 e ai commi dal 51 al 58 di questa legge, che come minimo dovrebbero indurre il Parlamento a rimettere mano all’istituzione dei Cpia, cioè i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti di mero impianto scolastico.
Educazione degli adulti e formazione permanente significano disporre di una forza lavoro qualificata come condizione indispensabile per sbloccare la paludosa stasi economica e occupazionale in cui versa il Paese. Più i livelli di istruzione sono alti, più crescono i redditi e l’occupazione. Lo dicono i dati dell’Ocse, in media il tasso di occupazione delle persone con alti livelli di qualificazione è di circa l’80%, contro meno del 50% per le persone con livelli bassi. I benefici derivanti da un’elevata qualificazione sono incrementali: al crescere di conoscenze e competenze aumenta la capacità di acquisirne nuove, di partecipare ad ulteriori attività formative. Inoltre l’istruzione permanente ha ripercussioni importantissime sulla vita sociale delle persone; gli individui istruiti sanno gestire meglio le proprie condizioni di salute, sono attivi nella vita sociale, politica e culturale.
Le cause della crisi del nostro Paese sono prodotte anche dall’incapacità dei governi di misurarsi con queste questioni. I nuovi fabbisogni professionali, le nuove e le future competenze richieste dal mercato del lavoro e dal mondo delle imprese, le veloci innovazioni tecnologiche dovrebbero indurre ad archiviare vecchi profili professionali senza mercato e un sistema di istruzione e formazione professionale ormai inadeguato non solo per i tempi, ma pure rispetto al dettato legislativo.

Con la legge Fornero del 2012 per la prima volta l’Italia si pone in linea con le indicazioni dell’Unione europea in materia di ‘lifelong learning’. Ciò che nel nostro Paese è sempre stato considerato come recupero scolastico, qualcosa di meramente accessorio e secondario, diviene la chiave per ripensare radicalmente il nostro sistema di istruzione, non solo nell’interesse del diritto allo studio di ogni singola persona, ma per le istituzioni pubbliche e per il mondo delle imprese che ne trarrebbe notevoli vantaggi in termini di competitività, innovazione, produttività.
Secondo la legge, per apprendimento permanente si intende qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale. Finalmente anche il nostro Paese riconosce ufficialmente, ciò che da decenni numerosi Paesi dell’Europa e del mondo hanno già fatto, il ‘life wide learning’, l’apprendimento per l’intero arco della vita. Ma allora se non c’è più un tempo per lo studio, uno per il lavoro, uno per la pensione, se questa scansione così rigida non ha più ragione d’essere, è possibile che tutto continui come prima? È possibile che il nostro sistema di istruzione resti identico a se stesso? Credo che nessuno in questo Paese si sia accorto di proposte avanzate dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, come pure la legge prevede. Neppure le parti sociali, a partire dai sindacati, mi sembra che abbiano battuto un colpo.

Tutto continua come prima. Invece di provvedere, come prescrive la legge, alla individuazione e al riconoscimento del patrimonio culturale e professionale comunque accumulato dai cittadini e dai lavoratori nella loro storia personale e professionale, nel nostro Paese si persiste a ritenere che l’apprendimento si faccia solo a scuola. Così si istituiscono i Cpia per l’alfabetizzazione e il recupero scolastico degli adulti, niente più che una versione aggiornata delle scuole popolari di un tempo.
Centri, invece, che dovrebbero essere radicalmente ripensati alla luce di quanto la legge Fornero prescrive, a partire dal riconoscimento dei crediti formativi, dalla certificazione degli apprendimenti comunque acquisiti, da documentare attraverso la realizzazione di una dorsale informatica unica. Ma su questo terreno neppure gli enti locali sono attivi, così non si realizzano le reti territoriali indispensabili per tenere insieme istruzione, formazione e lavoro, per collegarli organicamente alle strategie per la crescita economica, per l’accesso dei giovani al lavoro, per l’invecchiamento attivo, per l’esercizio della cittadinanza attiva, anche da parte degli immigrati.

Un’intenzione legislativa, di ispirazione europea, che colloca l’apprendimento permanente come strumento ‘princeps’ per una vera crescita personale, civica, sociale e occupazionale, finisce ancora una volta per essere sacrificata dall’insipienza di chi ci governa. Stiamo in Europa come ci pare evidentemente, o in Europa non ci sappiamo stare. Dovremmo chiedere ragione del ‘Life Learning Programme’, strategico per l’Europa 2020, che punta a creare un’economia con un più alto tasso di occupazione attraverso una crescita intelligente, solidale, sostenibile: intelligente innanzitutto con investimenti più efficaci nell’istruzione, la ricerca e l’innovazione. L’iniziativa lanciata dall’Unione europea si propone di migliorare la cooperazione tra il mondo del lavoro e quello dell’istruzione con l’obiettivo di “ritagliare su misura” le competenze necessarie alle persone e al mondo professionale, ma passa per le politiche dell’educazione permanente, dell’educazione degli adulti: un capitolo che il nostro Paese non ha ancora imparato a scrivere.

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