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Il clima delle persone

La creatività si nasconde nelle vie silenziose della Ferrara che tace. I creativi sono schivi, lavorano in silenzio, ma se hai l’occasione di incontrarli sono ricchi di parola, d’anima, di suggestioni e di energia da donarti. Quella che scopri ti sembra un’altra Ferrara, ma per te, che da anni scrivi di città della conoscenza, non certo inaspettata.
Varchi una porta davanti alla quale sei passato per anni del tutto ignaro e scopri che lì una volta c’era un forno per cuocere le coppie di pane ferrarese, con la sua rivendita accanto.
Il locale è rimasto qual era, con le sue bocche da fuoco che si aprono su una parete di maioliche bianche. Ora non ci fanno più il pane, ora lo spazio è il luogo in cui lavora un’intelligenza creativa della città, come una presenza in disparte, da non disturbare, perché possa sfornare le sue sorprese: una scultrice del legno. Sì perché a Ferrara, terra della bassa e dei filari di pioppi, si dà vita all’acero, al tiglio, al cirmolo, al rovere e al frassino, come nelle nostre dolomiti, dalla Val Gardena al Bleggio Superiore.
Pare un teatro questo atelier, dove forme e oggetti del tempo sostano solo apparentemente in silenzio come quella parte di città che li ospita, ma in realtà attendono di tornare ad essere vivi nel loro forno di una volta appena tu te ne sarai andato, non senza aver compreso il segreto della loro magia.
Noi ferraresi con la terra, intendo la malta, l’argilla, abbiamo un rapporto particolare perché ci sentiamo costituiti di quella fanghiglia che fa il fiume quando lambisce i suoi argini e poi c’è la nebbia che la bagna e le dà forma. Il racconto del Genesi, quando il dio alitò la vita nel fango, doveva essere ambientato qui da noi.
La ceramica ferrarese ha un’antica tradizione, ora da scoprire è quella reinventata nelle botteghe che ormai capita di incontrare sempre più spesso nella nostra città. Tane della creatività dove si impasta l’argilla in nuove forme e nuovi colori, come nella città si lavora il plexiglass, si fanno vetrate, si dipinge con la carta reinventando i grandi gialli e verdi dei campi di girasole di Van Gogh.
Nel silenzio Ferrara custodisce un sapere tacito che nutre i luoghi del “fare creativo”. Crediamo di essere nella società dell’informazione e della conoscenza, ma la creatività resta come in ogni epoca il fattore chiave dell’economia e della società, nel lavoro come in altre sfere della nostra vita. L’impulso creativo è quello che distingue l’umanità dalle altre specie. Di questa creatività brulica la nostra città.
L’abbiamo scoperta la scorsa settimana, il 23 e il 24 marzo, accompagnati dai bravissimi studenti del nostro Liceo Artistico, Dosso Dossi, che ci hanno guidati per gli itinerari di “Cardini” alla scoperta degli atelier di 23 artisti ferraresi, iniziativa promossa dal CNA e patrocinata dall’amministrazione comunale.
Artisti e giovani che si preparano all’arte, una cura, un’attenzione, una solidarietà tra generazioni, bella, nuova e importante. Vorremmo che non fossero occasioni, ma il fare quotidiano proprio di una città della conoscenza, di una città che apprende. Di una città che fermenta di pensieri, di idee, di creazione, di apprendimenti che passano di mano in mano, di testa in testa.
Vorremmo che fosse il clima della città, la sua linea di fondo, la sua colonna sonora, quello che Richard Florida nel suo ‘The rise of the creative class’ definisce come “people climate” contro il “business climate”, il clima delle persone anziché degli affari che invece ancora ispirano l’idea di Ferrara “città della cultura”.
Un clima capace di formare, attrarre e trattenere persone speciali, non solo creative. Perché il futuro si gioca sull’intelligenza e sul sapere, sulle competenze e sulla qualità delle persone, più che sugli affari, più sulle botteghe della creatività che sulle retrobotteghe, a partire dalle città, i nuovi hub del millennio.
Scoprire la creatività che scaturisce dal lavoro delle mani dei giovani studenti del Dosso Dossi impegnati a dare corpo e colore alle loro fantasie sui pannelli di legno che circondano il cantiere delle case dell’Acer in via Fiume, a dimostrare che la scuola può uscire dalle sue mura.
Che è possibile una scuola senza mura che liberi il potenziale di intelligenze giovani che tiene in ostaggio nelle aule tra cattedre, banchi e programmi da condurre in porto.
Che le nostre scuole brulicano di potenzialità preziose che non devono attendere il domani per esprimersi, ma che hanno il diritto già oggi di dare il loro contributo alla città che è loro come di tutti noi. Ed è compito di noi adulti fornire loro più di un’occasione.
Luci, bagliori, flash che contrastano con il grigio squallore della balbettante campagna dei candidati a governare la città, che già mostra d’essere più intelligente di loro. Più intelligente delle paure, più intelligente delle soluzioni che ciascuno presume di tenere in tasca, più intelligente delle assemblee civiche che si guardano dentro anziché apprendere a guardare fuori.
Nessuno si mostra capace di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, di accendere il futuro, di illuminare d’entusiasmo il grigiore delle nostre nebbie.
Intanto per fortuna la città, nel silenzio, continua a palpitare dentro.

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