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Liberi di filosofare

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Liberi di filosofare

Sono trascorsi parecchi anni dall’ultima volta che sono entrato in carcere per insegnare ai detenuti nella mia città. E l’idea di ritornarci da pensionato non mi è proprio dispiaciuta. Si trattava di non tradire la fiducia degli amici e colleghi del Cpia, Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, di Ferrara, e le aspettative del gruppo di detenuti che hanno accolto la proposta della loro insegnante.
C’è un rapporto importante tra il Carcere e la città che è segno di sensibilità, attenzione e maturità, numerose sono le attività e le iniziative animate da tante organizzazioni e da tanti volontari che fanno della nostra città una città differente, bella e avanti sul piano umano.
Ci mancava la filosofia, non per fare lezione ma per provare a pensare insieme, a pensare i pensieri. I pensieri che non sono sempre quelli che crediamo, che mutano aspetto e consistenza appena da un angolo ci spostiamo ad un altro e la prospettiva non è più quella di prima. Aiutano a capire che la libertà che ci manca non è solo quella preclusa dal carcere, ma anche quella che credevamo di avere e che forse ci è sempre mancata.
Filosofia e libertà vanno insieme, perché la filosofia nasce come atto fondamentale di libertà nei confronti della tradizione, dei costumi e di ogni credenza accettata come tale.
Sembra facile dirlo, ma non lo è più se la popolazione che hai davanti proviene da culture diverse e della propria cultura si fa testimone. Qualcuno difende la superiorità del sacro sulla natura e sulle sue cause, qualcun altro non esita a osservare che se loro hanno un problema ce l’hanno proprio con la libertà.
Ecco, devo stare attento alle parole, lasciare aperti i significati, entrare nei territori con il piede leggero. Ma poi rifletto, che di questi tempi forse le reazioni sarebbero pressoché le stesse anche fuori di qui.
Gli presento come compagna dei nostri incontri la nottola di Minerva, che “spicca il volo sul far del tramonto” ci ricorda Hegel, è come dire che finiamo sempre per capire quando ormai è troppo tardi, monito di un certo peso che accomuna tutti dentro e fuori dal carcere.
Per la filosofia siamo tutti uguali, detenuti o meno, perché nessun uomo possiede la sapienza, deve cercarsela e la filosofia è uno strumento che si offre per aiutarci in questo. La filosofia è l’amicizia con il sapere, scegliere di avere il sapere come amico. È un amico non facile da trovare, ma l’uso del pensiero e della ragione possono aiutarci a cercarlo. Allora ecco le parole che all’inizio della sua “Metafisica” Aristotele mette a nostra disposizione: “Tutti gli uomini tendono per natura al sapere”, dove “tendono” vuol dire che non solo lo desiderano, ma possono conseguirlo.
Può capitare di sentirci come un coniglio bianco estratto dal cilindro di un prestigiatore, di solito è la sensazione che si prova quando si inizia a filosofare. Bisogna farsi prendere dallo stupore. Stupore è una parola filosofica per eccellenza. Si ripete sempre che agli inizi della filosofia ci sia lo stupore, la meraviglia.
Lo affermano sia Platone che Aristotele, ed è da loro che l’abbiamo appreso. Il meravigliarsi, l’improvvisa sorpresa, il repentino non più comprendere il proprio essere e quello del mondo stimolano a porsi domande che sfociano nella ricerca delle risposte.
Nel dialogo “Teeteto” Platone fa dire a Socrate: “…è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia: né altro inizio ha il filosofare che questo”.
Credo che sia stato lo stupore, lo stato di chi rimane attonito che abbia accompagnato il viaggio compiuto da nocchiero con i miei compagni di avventura, ogni volta presi dal fascino di una narrazione che si è snodata tra mito, cosmologia e ragione. Per poi misurarsi con il conflitto tra ragione e percezione all’interno della caverna platonica di Eros e, in fine, per ritrovare la luce nella logica di Aristotele, fondamento di ogni scienza.
Ai nostri incontri sono mancati altri porti a cui avrei voluto attraccare: l’ Etica: L’arte di vivere; Libertà e necessità: Quanto siamo responsabili?; e, in fine, Felicità ti scrivo: Lettera di Epicuro a Meneceo.
I tempi, le routine della vita in carcere non l’hanno concesso.
Io mi auguro di sostare alla rada in attesa di riprendere il largo, se non io qualche altro nocchiero, perché il viaggio è ricco di promesse.

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