16 Aprile 2019

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Prima è meglio studiare

Giovanni Fioravanti

Tempo di lettura: 5 minuti

Destra e sinistra dovevano pur essere rimpiazzati da qualcosa. Non esistono i vuoti in politica e allora eccovi il governo dell’ossimoro, termine che di questi tempi potrebbe risultare ai più di difficile comprensione, diciamo che è come tenere i piedi in due staffe, tipico della commedia all’italiana.
Poiché la logica è un vecchio arnese delle élite, ecco l’obbligo flessibile, la tassa piatta ma progressiva, l’euro brutto e cattivo ma buono da spendere, la Costituzione fondamentale ma la democrazia parlamentare da archiviare. Ora si aggiunge: scuola inclusiva, ma prima gli italiani.
Incredibili non sono le varie performance dei membri di questo governo, a cui si aggiungono quelle del ministro della pubblica istruzione, da non credere è come abbiamo potuto cadere in una simile condizione.
Così dal governo della “Buona scuola”, siamo traghettati al governo della “scuola cattiva”, della scuola matrigna e discriminatrice.
Il tutto in un paese frastornato, stordito, incapace di pensare e di reagire. Sfiancati dai roboanti proclami dell’armata Brancaleone al governo, impegnata in storiche quanto palingenetiche crociate, mentre ogni giorno che passa provvedono a chiudere le porte di casa e pure le finestre, costringendo il paese a consumare ciò che resta delle scorte in dispensa, in attesa che il vento cambi.
Il futuro è stato sostituito dal ritorno al passato. Questo è il grande, megagalattico ossimoro del governo: il futuro sarà il passato!
Quando si ritiene che è meglio chiudersi in casa propria si finisce per pensare in piccolo, come il piccolo mondo antico, si usa un codice ristretto anziché allargato, tanto tutto resta in famiglia.
È la promessa di una vita trascorsa in serenità tra le quattro pareti domestiche, con il conforto della tradizione, della famiglia e dei figli secondo i progetti che il ministro dell’istruzione Marco Bussetti accarezza per i giovani rigorosamente italiani. Non c’è girare il mondo, viaggiare, farsi una cultura, ma stare a casa tua, a costruire la tua famiglia e “fuori dalle scatole” tutti gli altri.
Si è presi dalla claustrofobia. L’aria resa irrespirabile dai porti chiusi, dai disegni di legge Pillon, dai convegni veronesi del ministro Fontana, ora si appesantisce delle esternazioni del ministro Bussetti. Tutto si tiene. La Polonia pare essere il nostro punto di riferimento. Anche noi riscriveremo i libri di storia e i programmi didattici delle scuole in chiave patriottico-nazionalista.
Del resto riscrivere i libri di storia è una aspirazione, più volte esternata, anche di questo governo.
Mentre la scienza in una catena di collaborazioni mondiali riesce a immortalare il buco nero, noi rischiamo di precipitare nel nostro di buchi neri. Soprattutto quello dei cervelli.
Ormai un’onda lunga affida da tempo la risorsa centrale del paese, l’istruzione, a un susseguirsi di ministri sempre più sconsolanti.
È possibile che il “prima i giovani italiani”, dal sen fuggito al ministro, più che un proclama sovranista sia una necessità per recuperare il gap di ignoranza con gli altri paesi.
Il dato interessante, infatti, è che il grado di istruzione della popolazione immigrata non è troppo diverso rispetto alla popolazione autoctona.
Circa la metà della popolazione straniera tra i 15 e i 64 anni ha una licenza media, il 40,5% un diploma di scuola superiore, il 9,7% una laurea. I dati migliorano per le donne, il 42,1% ha un diploma, contro il 41,5% delle donne italiane. Inoltre, mentre in Italia più alta è la fascia di età, più basso è il titolo di studio, il 12,8% degli immigrati tra i 45 e i 54 anni ha un diploma contro il 12,2 degli italiani, e il 15,3% di chi ha tra i 55 e i 64 anni possiede un diploma di laurea contro l’11,3 degli italiani.
Del resto la politica scolastica con il 4% del Pil fa del nostro paese il fanalino di coda dell’Europa. Ovvio che, anche senza essere dei geni, bastano queste differenze per far comprendere l’abisso di futuro e di qualità scolastica del nostro paese, che avrebbe bisogno di più studio e di più cultura per risollevarsi economicamente e umanamente.
Il volto della scuola sta cambiando e cambierà ulteriormente, il consistente calo demografico, il blocco dell’immigrazione porteranno a liberare risorse da investire e utilizzare in modi nuovi. I bisogni della scuola del paese da tempo sono stati evidenziati da tutti gli indicatori nazionali e internazionali. Ma se mancano la cultura, lo studio, la ricerca, la sperimentazione e le competenze non potremo mai progredire neppure nel rinnovamento del nostro sistema formativo. Ecco perché è ammesso avere un ministro dell’istruzione che è la personificazione di un ossimoro, tanto da non accorgersene neppure e da permettersi di dichiarare “prima i giovani italiani”, un po’ come “i figli della lupa”. Se l’economia è in recessione tecnica, l’istruzione del paese è, oggi, in recessione conclamata.



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L’autore

Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.
Giovanni Fioravanti

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