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La città è un palcoscenico vuoto, i suoi attori si sono ritirati. Sembra di vivere un film che credevamo appartenere solo alla fantascienza. Coprifuoco e sirene spiegate delle autoambulanze. Ognuno è solo, fuori dalla scena, perché la regola è la distanza tra noi e tra noi e i luoghi che eravamo soliti frequentare.
Era necessario fare l’esperienza della lotta alla contaminazione per scoprire l’evidenza che in tempi normali sta ogni giorno sotto i nostri occhi ma che non vediamo.

L’ha scritto Edward Glaeser, autore del Trionfo della città: “Dobbiamo liberarci dalla tendenza a considerare le città come l’insieme dei loro edifici, e ricordare che la città reale è fatta di carne, non di calcestruzzo”. Quella carne che il virus insidia e spaventa, quella carne il cui brulicare oggi ci manca.

Nel 2011 l’Unione Europea, con il documento Le città del futuro. Sfide, idee, anticipazioni, traguardava al 2020 scrivendo che: “Guardare avanti – a tutti i livelli – e sviluppare idee sulle città del futuro diventa sempre più importante. Sarà infatti lo sviluppo delle nostre città a determinare il futuro dell’Europa.”
L’Europa muoveva dalla convinzione che l’urbanizzazione dell’esperienza umana fosse il fenomeno dominante la realtà del nuovo millennio.

Del resto Francisco Javier Carrillo, presidente del World Capital Institute, introduceva il suo Knowledge cities, pubblicato nel 2006, con queste parole: “Nel 1980 meno del 30% della popolazione umana totale era urbanizzata, ora la popolazione mondiale che vive nelle città supera il 50% ed è destinata a diventare il 75% entro il 2025, una percentuale già raggiunta dalla maggior parte dei paesi sviluppati. Quindi, l’urbanizzazione definitiva dell’umanità sta avvenendo proprio ora, dopo 40 mila anni dalla comparsa della nostra specie.”

Ancora, nel 2018, solo due anni fa, il Revision of World Urbanization Prospects delle Nazioni Unite riportava che in Italia vivono in città sette persone su dieci e che la corsa verso le zone urbane era destinata a continuare, anzi ad accelerare, tanto da prevedere che entro il 2050 anche nel nostro Paese l’80% delle persone vivrà in città.

Poi arrivarono il Covid e lo smart working a sconvolgere statistiche e previsioni.
Siamo un popolo in decrescita, secondo i dati Istat del Rapporto sul territorio 2020, nel 2018 -2,1 per mille, mentre nell’insieme l’Unione europea è cresciuta del +2,1 per mille.
Non siamo neppure particolarmente amanti di urbanesimo e di urbanizzazione, nel nostro paese l’incidenza della popolazione urbana sul totale nazionale è inferiore di otto punti alla media dell’Ue e di oltre dieci punti rispetto a Francia, Spagna e regno Unito.

Le città si spopolano, ma contemporaneamente cresce il magnetismo degli ipermercati, come potenti poli di attrazione ai confini urbani. Cattedrali dei non luoghi dove celebrare i riti del consumo. Pure gli ospedali, come i grandi magazzini, sono divenuti a loro volta ‘non luoghi’ di cura, che includono ed escludono corpi anonimi, la cui unica identità è la malattia. Corpi da manipolare in sale ipertecnologiche da personale appositamente paludato.

Gli occhi stanno fotografando quello che non avevano mai fotografato prima. Una esistenza che ci sembra altra dalla nostra, sequenze che crediamo appartenere solo a questo tempo sospeso, che poi, pensiamo, scompariranno, saranno lontane dai nostri quotidiani, dalle nostre angosce, dal nostro dolore.

Eppure è questa la vera immagine della vita, non quella che fino a ieri non volevamo vedere.

Ma la minaccia della contaminazione ci consente anche di sottrarci a questo incubo, di fuggire portandoci appresso il nostro smart working, ci legittima a vivere l’immagine virtuale del nostro essere, quella che ci possiamo disegnare e che ci aiuta a schivare la vista di quella reale.

Si lascia la città, la sua spoliazione, i suoni acuti delle sirene, per disperdersi nei villaggi, in nome della distanza, del contatto salutare con la natura, della purificazione e depurazione. A scrivere il nostro ‘Decameron’ connessi a banda larga, a lavorare smart che fa molto smart, a intrecciare relazioni dalla nostra bolla rifugio chattando sui social.

E non ci rendiamo conto di cosa sta per accadere. Che la lotta contro il male ci lascerà cambiati, ma non come avremmo immaginato. Forse sconfiggeremo il nemico, ma non ne usciremo vittoriosi.

Lontano dalla città se possibile, dove star bene con se stessi e con la natura, con appresso il nostro lavoro, che ci chiede di lavorare ma non di partecipare, l’assenza anziché la presenza, di farci da parte, di ritirarci come tante monadi tra loro distanti. Essere attivi allo smart working, ma lasciare fare ad altri la predisposizione del nostro futuro, quello che sarà dopo il Covid.

Non ci rendiamo conto delle conseguenze di abbandonare il campo e che il campo potrà non essere più quello di prima, perché anziché presidiarlo abbiamo lasciato che altri lo potessero occupare.

Di fronte alla minaccia è forse umano il ‘ritorno al sé’, al grembo materno, al rassicurante focolare domestico. Ma l’illusione della fuga come liberazione, come ritorno al paradiso perduto,  lascia alle spalle la disgregazione sociale e umana, apre la strada ad ogni incognita. La politica viene meno, se abbandoniamo la polis e il suo agorà, se decidiamo di sottrarci al pubblico per privilegiare il nostro privato. Viene meno la civitas e la cittadinanza con i suoi diritti e doveri. Dal distanziamento potremmo uscire ritrovandoci senza città e senza territorio, abitanti un paese di luoghi, privati del cuore della vita politica, sociale, economica e culturale.

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