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La comunicazione politica ai tempi di Twitter

vota-antonio
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Arrivo, arrivo! Era il 21 febbraio 2014 quando Matteo Renzi, futuro primo ministro, faceva sapere con un tweet che stava salendo al Quirinale per presentare a Giorgio Napolitano la lista dei ministri. L’hashtag #lavoltabuona metteva un ‘suggello’ all’entusiasmo di quel momento e inaugurava moltissime altre comunicazioni future sotto lo stesso slogan.
La comunicazione politica è, negli ultimi anni, decisamente cambiata nei tempi, nei modi e nei contenuti. Il politico apre una pagina facebook, crea un profilo twitter, interviene sui fatti del giorno, li commenta e li anticipa. Si fotografa e diffonde, si mette a disposizione nella rete, che, per definizione, amplifica e moltiplica.
La battuta del presidente del consiglio Renzi sul Rolex indossato da una ragazza durante le devastazioni di Milano all’apertura dell’Expo, ha creato una reazione a catena che ha investito il web e i media, incrociando gli interessi di un’azienda internazionale alla società dei consumi e aprendo una nuova lettura del fatto di cronaca in sé. Il teatro dello scontro è andato oltre le vie di Milano, è diventato quello dei media, dove l’azienda ha acquistato uno spazio per chiedere un intervento riparatore da parte del presidente del consiglio.
L’agenda quotidiana del giornalista viene ormai dettata da come e cosa scrive chi ha un ruolo istituzionale e lo fa attraverso canali che di istituzionale hanno ben poco. E nella rete anche il giornalista deve esserci perchè il tweet arriva prima di un comunicato stampa ufficiale, una foto può arrivare a dire molto di più di una conferenza stampa. Per quanto la politica non rinunci agli strumenti tradizionali, il web e i social network primeggiano. È cambiato, infatti, il sistema dei media, la convergenza fra più piattaforme dà modo, al giornalista e alle testate, di attingere a più fonti scritte e visive che, tuttavia, vanno maneggiate con cura.
Sul desk giunge di tutto senza nemmeno andarlo a cercare ed è per questo che la verifica delle fonti vale oggi più che mai, soprattutto perchè la troppa informazione può rischiare di diventare, per il cittadino, disinformazione. Il ruolo del giornalista, pertanto, rimane quello di intermediazione tra l’istituzione, la politica, il fatto e il destinatario della notizia. I media sono, appunto, ancora medium, mezzo di connessione e agorà pubblica privilegiata per la formazione della pubblica opinione.
La velocità e l’immediatezza di internet o la sintesi a effetto di un tweet, per quanto utili e pervasive, non potranno mai sostiuire la ricerca, la selezione e l’approfondimento che devono continuare a distinguere la professione giornalistica dal chiacchiericcio, che nulla ha a che fare con la notizia e i suoi inderogabili valori.

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