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La concezione proprietaria della Fiat

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Questa storia della Fiat – pardon, la Fca – che fa impacchettare le macchine straniere dei propri dipendenti mettendo sopra al cellophane un cuore spezzato (diciamo: quello della mamma che si vede tradita dai propri figli, ma che li ama ancora ed è pronta perdonali se non sbagliano più) è veramente singolare. Il dottor Marchionne e il suo staff vorrebbero vendere qualche auto in più e per questo hanno ordinato una campagna di marketing negli stabilimenti italiani – Mirafiori e Pomigliano i primi – invitandoli a comprare veicoli del gruppo “con una apposita promozione”.
L’iniziativa ha destato più di un commento che non vorrei ripetere; molti dipendenti hanno rifiutato. Del resto, da tempo i parcheggi interni della Fiat erano off limits per le auto di marche diverse, tranne che per i mezzi utilizzati per i disabili. Come avviene anche per la Vm di Cento.
L’organizzazione commerciale della Fiat evidentemente è un po’ a corto di idee per raggiungere il traguardo di vendita di 6 milioni di veicoli fissato dal dottor Marchionne nella recente assemblea di bilancio, e l’iniziativa appare quanto meno bizzarra.
La mossa appare in verità – almeno per me – come l’ennesimo frutto della concezione proprietaria della Fiat – che ha radici antiche – non solo del lavoro, ma anche della vita dei dipendenti: per molte persone l’auto ha una carica simbolica e simbiotica non ancora appiattito dalla globalizzazione.
Insomma, è tornata in una nuova veste il paternalismo che da Valletta in poi è parte integrante dell’azienda. Quando si varcano i cancelli sei un numero: ti si può anche coccolare, ma devi fare quel che dice chi comanda, oltre il tuo dovere. Se no spezzi il cuore, e questo non sta bene.

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