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È finita. Visti gli esiti della consultazione referendaria, con affluenze record che hanno superato il 70%, che hanno evidenziato una bocciatura assolutamente evidente della proposta di revisione costituzionale detta “Renzi-Boschi”, il premier, pochi minuti dopo mezzanotte annuncia ciò che aveva promesso: dimissioni. Domani Matteo Renzi andrà dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e consegnerà le sue dimissioni. Nel suo ultimo discorso da premier il fiorentino, consegna un testimone impegnativo alle opposizioni, che dovranno in breve tempo assicurare un governo o, come auspica la maggior parte dei sostenitori del No, che si vada ad elezioni subito. C’è un piccolo, grande problema da affrontare: la legge elettorale. A nessuno va bene “l’italicum” sebbene non sia mai stato provato. Quindi starà all’ “accozzaglia” (termine usato da Renzi per descrivere il fronte del No), trovare la soluzione a questo problema. Se non altro per avere una legittimazione reale a livello popolare, che quindi venga dalle urne, dal voto degli italiani. La legittimazione popolare è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia degli “anti-renziani”, troppo spesso dimenticandosi che il presidente del consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica. Per cui ora per forza di cose, si dovrà  passare per il vaglio del popolo. Che oggi ha dato prova di essere paladino della Costituzione così com’è, ma non per forza starà dalla parte di chi ha difeso le ragioni del no. Forse ha semplicemente vinto la costituzione. Forse non ha vinto Salvini, non ha vinto il M5s, non ha vinto Berlusconi, non ha vinto Travaglio. In ogni caso di Renzi tutto si può dire, ma non che  non sia stato coerente. Ha perso e se ne andrà. Salvo colpi di scena. Siamo pur sempre nel Bel Paese, dove tutto è possibile e tutto è concesso. Ci rimane solo da aspettare.

 

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