Home > IL DOSSIER SETTIMANALE > La forza di sfuggire alla spirale dell’odio

La forza di sfuggire alla spirale dell’odio

Io non sono in guerra. Semplicemente perché credo che non ci sia una guerra anche se si fa di tutto per convincerci del contrario. Tantomeno che ci sia una guerra tra religioni, se pur tanti morti storicamente, ieri come oggi, ci siano stati in suo nome. E poi, se la guerra è in Siria, perché si inaugurano sei nuove basi Nato nell’Est Europa? Problemi con la geografia? La guerra è dappertutto, qualcuno decide luogo e nemico e lancia la crociata usando telegiornali e salotti televisivi. La massa segue.
Che invece stiamo subendo gli effetti di una minaccia asimmetrica non c’è dubbio alcuno e purtroppo episodi come quelli di Parigi ce lo ricordano, ma ce lo ricordano anche quello che succede in Mali, in Afghanistan e l’intifada dei coltelli in Palestina, per esempio.

Una volta c’erano degli eserciti che si schieravano uno contro l’altro in campo aperto, con le loro belle divise in ordine, le spade degli ufficiali in prima fila a ordinare la carica e, sulla collinetta, il comandante supremo a verificare l’andamento delle battaglie e a mandare i suoi attendenti a dare ordini ai comandanti degli schieramenti.
Poi fu la guerra di secessione americana a cominciare a cambiare quell’orientamento, ma la guerra che segnò lo spartiacque tra l’antico e il moderno fu la Prima Guerra Mondiale: dopo un primo approccio in cui si continuò a considerare le truppe carne da macello, si passò a un atteggiamento diverso, più rispettoso per chi comunque doveva morire con un fucile in mano.
Anche nella Seconda Guerra Mondiale si ricordano episodi antichi in uno scenario di modernità. Nella campagna di Russia l’esercito italiano portò la sua cavalleria e il bel libro di Arrigo Petacco “L’Armata Scomparsa” ci racconta di ufficiali che dopo aver consumato la loro colazione davanti alla loro tenda, come se fossero stati al circolo ufficiali di Roma, salivano a cavallo e ordinavano la carica contro i carri armati sovietici, andando incontro alla morte con quell’eroismo, quella noncuranza e quella fierezza tutta italiana, sempre troppo poco celebrata.

Oggi siamo preparati alle minacce del terzo millennio? Hollande dichiara guerra all’Isis e manda i suoi bombardieri a Raqqa a sganciare bombe dall’alto, incontrastati perché quei terroristi non hanno aerei. Lo avevano fatto anche i giordani per vendicarsi dell’uccisione del loro pilota, da tempo dicono di farlo gli americani e i turchi e da un po’ lo stanno facendo anche i russi con rinnovata potenza di fuoco. A questo si aggiungono i missili lanciati dalle portaerei parcheggiate nel Mediterraneo.
Mio Dio. Domando a me stesso cosa mai ci possa essere ancora da distruggere in quelle cittadine e se quelli che stanno subendo i bombardamenti siano tutti terroristi o magari anche persone come noi, con il desiderio di alzarsi la mattina e andare a lavorare o accompagnare i figli a scuola. E bambini che stanno forgiando il loro carattere tra i bombardamenti che certo portano la libertà e magari la democrazia.
Mi viene da pensare a un risultato immediato che di sicuro si sta raggiungendo: lo svuotamento degli arsenali alleati alla guerra, arsenali che poi bisognerà riempire di nuovo per la gioia di chi quelle bombe le produce. Ed è questa la vendetta che i nostri fratelli francesi vogliono? I terroristi che hanno compiuto le stragi sono stati quasi tutti uccisi o catturati e la polizia è sulle tracce di quelli che mancano. Hanno aumentato gli stanziamenti per le forze dell’ordine per rafforzare la sicurezza interna, questo credo vada bene. In Italia invece si sono rifiutati sei milioni di euro per l’addestramento degli operatori di polizia, quelli di strada, i primi a dover dare una risposta in caso di ‘minaccia asimmetrica’, ma si sono invece confermati gli acquisti in F-35. Strategia di attacco più che di difesa dunque, prendiamo atto delle intenzioni e soprattutto delle priorità del governo.

I terroristi non hanno aerei o missili a lungo raggio per cui la loro guerra è asimmetrica, lo sappiamo, ma continuiamo a lanciare la cavalleria contro i carri armati. Israele, per esempio, ha l’arma atomica in spregio di trattati e convenzioni internazionali. Lo sappiamo, ma tant’è. Ha un esercito efficiente e armi adeguate per difendersi dalle pretese arabe del circondario e, da oramai un secolo, tiene segregati i palestinesi in situazioni che difficilmente una mente occidentale potrebbe tollerare se non ci fosse il ricordo delle barbarie naziste. Anche lì la guerra è asimmetrica per chiara sproporzione delle forze e degli interessi in campo, nazionali ma soprattutto internazionali. Non ci sono eserciti che si fronteggiano sul campo, ma pietre contro hummer blindati e coltelli contro caccia supersonici. E poi terrorismo, minaccia asimmetrica.
Il terrorismo si è evoluto. Non più azioni per attirare l’attenzione dei media e portare alla ribalta realtà sconosciute ai più, ma vendetta, ricerca della strage, assassinii a caso tra la popolazione, nei bistrot, negli stadi. L’invasione della quotidianità di un Occidente distratto, facile all’isterismo, alle convinzioni di massa e più urlate che ragionate.
Bisognerebbe dare un senso alla nostra indignazione, far sì che sia vera indignazione e totale rifiuto delle logiche terroristiche, da dovunque provengano. Un bombardamento aereo nella guerra asimmetrica non serve a niente. Le bombe intelligenti non esistono se non nella propaganda di chi le sgancia, basterebbe guardare a quante scuole, ospedali, abitazioni civili sono state distrutte con il loro contenuto di vite umane e innocenza.

Dovremmo chiedere più polizia addestrata e ben pagata che vegli sui nostri locali notturni e che commissariati e caserme non vengano accorpati e ‘razionalizzati’, piuttosto che bombe su città sconosciute o vendette indiscriminate. Potremmo chiedere che gli ‘Stati canaglia’ siano quelli che forniscono finanziamenti, armi e addestramento al terrore, non quelli che non accettano la nostra idea di democrazia o il nostro sistema economico, e che con i primi si interrompano tutte le relazioni diplomatiche ed economiche, anche se ci dovesse costare in termini di Pil. Con questa finalità di politica estera forse avremmo avuto i nostri marò indietro ben tre anni fa.
Individuiamo poi quei Paesi che lasciano passare petrolio e opere d’arte dai loro confini, i cui ricavi servono per progettare altre stragi e allontaniamoli dal tavolo delle persone per bene, senza bombardarli.
E, soprattutto, impariamo a comprendere l’odio, perché tanto odio non è gratuito, ha una fonte, una ragione, e la vendetta non lo attenuerà. Dimostriamo di essere all’altezza di quella cavalleria distrutta nelle steppe dai carri armati sovietici, quegli uomini sapevano che sarebbero morti, ma scelsero tra dignità e disonore, e il secondo non era una scelta accettabile. Anche noi siamo chiamati a scegliere tra odio e ricostruzione di una dignità occidentale e di una democrazia matura, non urlata o di massa, e la prima non è una scelta accettabile.

Commenta

Ti potrebbe interessare:
Odio e panchine:
in questa Ferrara non c’è posto per Marcovaldo
L’uguaglianza disuguale
Libertà
Una vita in un film

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi