Home > ALTRI SGUARDI > La gioventù che ‘gioca’ con la bellezza
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La nebbia stancamente accompagna il calare del sole mentre varco il portone del Museo Archeologico di Spina; salgo lo scalone col ritmo agiato offerto dai gradini di marmo istoriato; infilo il breve corridoio ed ecco spalancarsi il grande salone.
Palazzo Costabili, Palazzo di Ludovico il Moro, Museo Archeologico, tappe e momenti di un falso d’autore affascinante dove le carte geografiche che adornano le pareti hanno come fregio i versi gonfi di classicità dell’ode carducciana “Alla città di Ferrara”. Il podio è posto accanto al muro più lungo della sala, custodito da un enorme cratere rosso a figure nere. Le seggiole bianche abbracciano la pedana coperta da una moquette azzurro scura; sopra, una seggiola dallo schienale diritto e un pianoforte gran coda quasi addossato alla parete. Brusio di voci e lento riempirsi della sala. Mi accompagnano alla prima fila: mai in lunghi anni di frequentazione musicale mi son trovato così vicino agli esecutori.

Ed eccole le artiste: Caterina Demetz, la violinista, alta slanciata in pantaloni neri, maglietta nera sbracciata con un piccolo tatuaggio al braccio sinistro; Federica Bortoluzzi meno alta, completamente vestita di nero e i capelli tirati a coda di cavallo: sono due belle ragazze che potresti incontrare a percorrere la “vasca”, il sabato sera, tra i portici del Duomo e via Bersaglieri del Po. Il concerto è organizzato dalla benemerita associazione Bal’danza, in collaborazione con la rivista “Amadeus” per rendere omaggio al venticinquennio della nascita della rivista musicale che, proprio l’anno prossimo, offrirà ai lettori il cd di questo concerto composto da quattro sonate per violino e pianoforte di Mozart: quelle comprese tra il 1778 e il 1781, anno in cui Mozart si trasferirà definitivamente a Vienna.

Caterina Demetz al violino, Federica Bortoluzzi al pianoforte

Caterina Demetz al violino, Federica Bortoluzzi al pianoforte

Caterina abbraccia il piccolo violino, Federica si stringe nelle spalle e sparisce quasi; la testa a un centimetro dallo spartito. Nell’aria cominciano a diffondersi le note della bellezza pura. E le giovani, ormai bellissime, “giocano” con la bellezza, nel senso etimologico di jouer: suonare. Nel viso infantile di Federica aleggia quel sorriso misterioso, come un segreto, che talvolta si vede aleggiare tra gli esecutori e i direttori d’orchestra. Un’intesa unica tra loro e l’autore. Il labbro inferiore della pianista viene leggermente morsicato, la testa s’infossa ancor più tra le spalle.
Frattanto, regalmente, Caterina alza imperiosa il braccio che impugna l’archetto e il riflesso si staglia per un gioco di luci sulla superficie lucida del pianoforte. La testa si alza fieramente e sgorga limpida e grave, a volte pizzicata, la voce della bellezza.

Alla fine della prima sonata il mio vicino di posto, un importante ginecologo che è anche poeta e romanziere, mi sussurra: “Pensa la felicità di quel bambino che nasce tra suoni divini e giunge alla luce alimentato di bellezza!” Sbalordito guardo meglio e capisco la battuta. Una rotondità inequivocabile rende ancor più bella la figura di Caterina. E penso alla fortuna di quel bambino che ascolta nel caldo materno quei suoni divini in un luogo che custodisce una sapienza antica fatta figura, colore, materia.

Quel che maggiormente mi colpisce è la suprema naturalezza di quel suono, la sua compenetrazione con la vita, il senso di un’agiatezza delle forme che diventano vita e verità.

Perché la bellezza è verità. E’ la realtà suprema.

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Le concertiste ricevono i meritati applausi

Ascolto Daniel Barenboim la stessa sera che parla in televisione e che spiega la semplicità della musica che diventa o dovrebbe diventare necessaria come il latte materno. E la sciagurata e miope decisione della politica italiana – ma non solo – di escludere quasi del tutto dalle scuole, se non quelle specializzate, la musica che è il ritmo della bellezza.
Mentre il concerto s’avvia alla fine le guance di Caterina s’arrossano nel tentativo di svelare tutta la fragorosa bellezza dell’ultimo movimento della Sonata 26 e sembra di ritrovarsi in paradiso. Quel paradiso che è il giardino da cui siamo stati cacciati e che incessantemente lo spirito umano, come ci spiega Rudolf Borckardt nel suo “Il giardiniere appassionato” tenta di riconquistare.

Così Amadeus tramite le due ragazze che “giocano” con la sua musica ci indica la via per riconquistarlo e per renderci – almeno per un’ora – felici.

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