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In quanti modi puoi chiamare Dio? In mille modi, direbbe Corrado Guzzanti: “… tanto non ti risponde”.
In effetti, le domande che Gian Pietro Testa rivolge a Dio nelle sue “Interviste infedeli” (Este Edition, 2014) non trovano risposta, fatto evidente anche dalla forma narrativa – una lettera, sorta di carta di richiesta burocratica rifiutata. Cosa che non succede alla controparte diabolica, che di diabolico sembra avere solo il nome, che si presta invece al dialogo. Presentato il 23 dicembre alla Sala Estense nell’ambito della rassegna Autori a Corte, il libro è stato raccontato al pubblico attraverso alcuni brani letti da Elena Felloni, e una chiacchierata tra Testa, Sergio Gessi (ferraraitalia) e Riccarda Dalbuoni.

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La presentazione, da sinistra, Gessi, Dalbuoni, Testa, Felloni

Dio è muto, assente e un po’ distratto. Una fidanzata in coma, per dirla con Bill Emmott. Un bambino abituato a essere riverito dai genitori adoranti, la ballerina che dà buca al fidanzato rimasto ad aspettarla sotto la pioggia nella canzone di De Gregori. Completamente sordo, o peggio ancora indifferente, alle domande che in fondo ogni cristiano (nel senso popolare del termine) si pone, affrontate impugnando l’arma e lo scudo dell’ironia. Affondando le mani in qualche pezzo di storia particolarmente ricco di Dio – come lo intenderebbe Buzzati – scoprendo che il susseguirsi di questi momenti è un flusso ininterrotto: crociate, guerre, assurdo ordini biblici e una verità assoluta che si scontra con tanti nomi, tutti credibili, di come definirla questa verità, senza peraltro averne certezza; e ancora la tristezza e la cattiveria di un genere umano che ruba, uccide, falsifica e rifiuta, usando anche la religione come strumento di potere, fino a quando la domanda arriva: l’uomo è davvero plasmato a somiglianza di Dio, o Dio è stato immaginato a sua immagine?

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Presentazione nell’ambito della rassegna ‘Autori a corte’

Nelle due chiacchierate non c’è un punto di arrivo, non c’è la possibilità di un accordo. Né con Dio, né con la sua controparte. Ma “Con Satana è stato più facile, perché ogni giorno uscendo di casa ne incontro centinaia”, precisa Testa. É più conoscibile, lo si ritrova in un volto, un gesto, una voce; si materializza, prende forma, è reale più del barbuto vecchio che dirige impassibile il bene e il male, seduto oltre le nuvole. Perché alla fine attira più simpatia di Dio, mettendosi in gioco e rivelandosi umano troppo umano negli aspetti migliori, dissacrante nella sua evidenza. Allo stesso modo, sembra più facile identificarsi con Paperino, sfigato paperastro rassegnato al suo destino sempre uguale, che con Topolino, pelouche al posto d’onore con le pile scariche al momento di pronunciare la frase registrata.

Satana è conciliante, serioso, stufo marcio di stupidità e cattiveria del capro espiatorio toccato a lui che, del glorioso e temibile Mefistofele descritto da Marlowe, conserva solo l’indole seria e cerebrale non restandogli che quello di Goethe, condannato non a essere l’angelo caduto, con la sua aura di bellezza e dannazione, ma a fare il becchino dei divini avanzi. Una creazione e uno scarto di Dio, un esodato senza cassa integrazione costretto a districarsi tra arrivi di massa e santi farlocchi, strenuo difensore della libertà di pensiero, anarchico interlocutore e forse specchio del curioso, machiavellico osservatore dell’Aldiqua e Aldilà, saggio dispensatore di consigli e crudo osservatore di professioni e saperi umani che gli uomini hanno reso vizi (filosofia, poesia, teologia, politica), bisognoso di essere ascoltato e capito, tornato in terra solo per deridere l’idiota genere umano.

Un povero diavolo come qualche miliardo di persone sulla faccia della Terra.

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