14 Agosto 2022

La lingua corrotta della campagna elettorale

Nicola Cavallini

Tempo di lettura: 15 minuti

Michele Ronchi Stefanati, sulle colonne di Periscopio (qui), fa una estesa disamina delle ragioni per cui il PD non riscuote consenso soprattutto tra le persone che hanno maggiori problemi sociali. Ciò all’interno di un più generale ragionamento, che utilizza le prossime elezioni come “gancio” per parlare della crisi della rappresentanza politica, soprattutto a sinistra.

Concordando con molte delle sue argomentazioni, mi limito ad invitare alla lettura del suo pezzo. Rispetto al tema (salvo una postilla finale) cerco di offrire un contributo leggero, augurandomi che la “leggerezza” cui mi ispiro possa essere intesa nell’accezione che le dava Italo Calvino nelle sue “Lezioni Americane”. In questo piccolo esperimento ferragostano mi faccio aiutare da alcune tra le peggiori locuzioni della politica, cercando di conferire loro un senso possibile, forse l’unico: quello di mostrare come il deterioramento della prassi politica si manifesti anzitutto nella corruzione del suo lessico.

L’Interesse del Paese
La cosa in sè, contrapposta al fenomeno. In effetti farsi aiutare da Kant permette un’affermazione apodittica, ma non priva di una sua dignità: l’ “interesse del Paese” è qualche cosa di cui ammettiamo che non è oggetto di esperienza possibile, ma non possiamo negare che esista, solo perché abbiamo la presunzione di spacciare la nostra esperienza per l’unico modo possibile di conoscere le cose. E’ vero: nella nostra esperienza non si è mai dato qualcuno che abbia dichiarato di agire “nell’interesse del Paese” e che poi lo abbia fatto per davvero. Eppure tutti lo affermano, ma proprio tutti, e questo vorrà pur dire qualcosa. Anche i credenti non hanno mai visto il loro Dio – tranne qualcuno che ne ha fatto conoscenza mistica – eppure tutti i credenti non mettono in dubbio che il loro Dio esista (a parte il Papa in The Young Pope, ma quello era un film). Io non ho mai visto un UFO, ma questo non può bastarmi ad affermare con tracotanza che gli alieni non esistono.

A volte, peraltro, vengo sfiorato da un atroce sospetto, una malevola folgorazione: e se ci fosse di mezzo un gigantesco equivoco? Non nel senso che quando citano questo interesse, tutti intendano un’altra cosa. Ma alcuni sì, e questi la perseguono, ed è possibile anche averne kantianamente esperienza. L’interesse del Paese potrebbe essere in effetti l’interesse del proprio paese, con la lettera minuscola, quello che ci ha dato i natali, oppure quello che ci ha dato i voti. Dentro questo gruppo potremmo annoverare allora i meno ipocriti? Forse, anche se la franchezza delle intenzioni non è la sola delle qualità da soppesare: atteso che di questo stesso gruppo, di chi ha voluto fare l’interesse del proprio paese, potrebbero far parte un Marcello Dell’Utri, un Antonio Razzi o un Mimmo Lucano.

Convintamente
In questo caso assistiamo ad un duplice degrado del lessico. Il primo è da condividere con altri linguaggi, e riguarda l’abuso degli avverbi di modo. Ogni volta che si usa un avverbio di modo, bisognerebbe essere consapevoli che si potrebbe esprimere lo stesso “modo” senza usare quell’avverbio, e la frase suonerebbe meglio. Quando poi l’avverbio di modo appartiene al novero di quelli che finiscono con “…mente”, entriamo nella categoria della depravazione. Il personaggio comico che la mostra con mirabile efficacia è Cetto La Qualunque – non a caso una caricatura di uomo politico – che infarcisce i suoi discorsi di “senzadubbiamente”, “qualunquemente” e “convintamente”. Qui si innesta il secondo degrado: gli uomini politici reali comprendono che i primi due avverbi non esistono e se ne tengono alla larga, mentre abbracciano con trasporto il terzo. In realtà fanno tutti parte della stessa depravazione, della quale il primo ed il secondo avverbio rappresentano, attraverso l’invenzione di una parola senza senso, l’esasperazione satirica. Ma l’essenza della depravazione risiede nel terzo avverbio: “convintamente” infatti non stravolge il senso di una parola fino a renderla assurda, ma opera un abbruttimento fonematico che finisce per corromperne la semantica, fino a farla debordare nella excusatio non petita, accusatio manifesta.

Proviamo a concentrare l’attenzione sopra una delle frasi tipiche dell’ultimo uomo politico: “appoggiare convintamente questo provvedimento”, “muoversi convintamente nella direzione della transizione…”, “lavorare convintamente alla prospettiva di una grande coalizione”. Sarebbe possibile per un politico dichiarare di appoggiare un provvedimento senza convinzione, muoversi senza convinzione verso una transizione ecologica, lavorare senza convinzione ad una coalizione? No. Allora perchè c’è bisogno di dichiarare che si è proprio convinti di fare una cosa? Dietro questa dichiarazione compare, a caratteri cubitali, il suo contrario. Quando un politico dichiara che fa una cosa convintamente, vuole convincere prima di tutto se stesso. Ma per mentire bene a se stessi, premessa necessaria per mentire bene agli altri, occorre sobrietà nel linguaggio. Verrebbe da dire: chi usa avverbi che finiscono in “mente”, in effetti mente.

Prima vengono le idee, dopo vengono le persone
Questa è la frase di risposta (alternata alla variazione “prima si condivide un progetto, poi vengono le persone”) alla domanda “quanto vi state accoltellando per spartirvi le poltrone?”, formulata in termini meno brutali ma dal senso inequivocabile: quello.

In questo caso l’ipocrisia lessicale tocca vette tanto elevate quanto controproducenti. Nella politica non credo sia malsano, o derubricabile a gossip da rotocalco, a scambio da retrobottega, voler sapere chi si occuperà di quel problema o chi occuperà quel ruolo. Questo non ha nulla a che fare con la personalizzazione dei movimenti politici. Essa dà luogo a fenomeni di culto della personalità che in larga parte sono di culto della propria personalità, visto che l’enfatizzazione di una persona trae origine precisamente da un input di quella stessa persona. Ma queste sono derive ridicole o patetiche, anche se purtroppo a volte efficaci (vedi alla voce Silvio Berlusconi).

Non ha a che fare nemmeno, se non per una coincidenza possibile ma non necessaria di fattori, con una spartizione di cariche alla “manuale Cencelli”, espressione spregiativa che fa riferimento ad una pratica democratica utilizzata con piena legittimità (del resto non si capisce perchè un partito che ha preso il dieci per cento dovrebbe esprimere novanta politici ed uno che ha preso il novanta per cento dovrebbe esprimerne dieci).

Ha a che fare con: sarebbe stato indifferente se al dodicesimo Congresso del PCI fosse stato eletto segretario Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano o Armando Cossutta? Le sorti di quel partito e delle vicende storiche con cui quelle sorti si sono intrecciate sarebbero state le stesse? E’ stato indifferente per l’evoluzione della Russia, comprese le tragiche vicende attuali, che Michail Gorbaciov sia stato avvicendato da Boris Eltsin? Non cambia niente se il Ministro dell’Economia è Pierluigi Bersani o Carlo Calenda? Cambia, eccome se cambia. Non sto dicendo chi è meglio (per me), sto dicendo che ho bisogno di saperlo, e non c’è proprio niente di sporco o di perverso in questo. Le idee camminano sulle gambe delle persone: per quanto io non creda che la sinistra storica in Italia sia morta solo a causa della morte prematura di Berlinguer, sono però sicuro che la sua scomparsa ha lasciato un vuoto che non è mai stato colmato; e non è stato solo un vuoto di inadeguatezza ideologica di fronte alla rivoluzione geopolitica ed economica scoppiata nel 1989, è stato anche un vuoto di elaborazione, passione e capacità di guida personale. Una perdita enorme.

Non è vero che le persone vengono dopo le idee, e non c’è alcun bisogno di difendersi dall'”accusa” di spartirsi le poltrone con una risposta così falsa. Sarei orgoglioso di quel politico che alla domanda fatidica rispondesse “stiamo pensando alla persona giusta per quel ruolo, perchè la persona è più importante dell’idea: anzi, la persona è l’idea”.

Conosco l’obiezione: guarda che ci sono forze che la pensano esattamente così, al punto che il loro programma è (è stato, e forse sarà) Mario Draghi.  Infatti il loro ragionamento è corretto, e del tutto rispettabile. Ma la leadership dimostrata nel passato non può diventare autorizzazione alla gestione autocratica di un potere, che è uno degli effetti collaterali di una idea (la scelta dell’uomo) che diventa idolatria (la deferenza acritica per il “migliore”). Detto questo, se il cosiddetto front runner di una coalizione che dovrebbe chiedere il voto ai ceti popolari è Enrico Letta, temo che non riporterà alle urne folle entusiaste.

Democratico e/o Repubblicano
Dal punto di vista della deriva lessicale, ecco due aggettivi paradigmatici di cui abusa buona parte dell’arco costituzionale. C’era una volta il Partito Comunista, poi il Partito Democratico di Sinistra, poi i Democratici di Sinistra, infine (infine?) il Partito Democratico. Il rosso sempre più stemperato dentro un brodo di margherite, fino a scomparire dalla vista, dall’olfatto e dal gusto. Anche negli Stati Uniti esiste il Democratic Party – una delle fonti ispirative tradizionalmente attribuite a Walter Veltroni –  le cui origini e scelte non hanno nulla a che vedere con una parvenza di socialismo. Ecco infatti dove siamo arrivati: sensibilità liberal sulle libertà civili, assottigliamento dell’analisi sociale fino alla scomparsa della terza dimensione, lo spessore. Flat and pale: piatto e pallido – in questo caso il suono dell’inglese rende bene il tenore del manufatto. Inoltre, democratico cosa qualifica di peculiare? Forse che in lizza c’è un partito che si dichiara assolutista, tirannico, che non riconosce il valore del metodo democratico, basato sul libero consenso? Nemmeno Casa Pound, che anzi si lamenta del fatto di avere sbarramenti democratici (quindi, in fondo, antidemocratici) all’ingresso.

Lo stesso discorso, con accenti ancora più parodistici, vale per “repubblicano”, che designerebbe una forma di Stato. Ho sentito alcuni esponenti politici denominare il tentativo di coalizione al quale stavano lavorando come unione “repubblicana”. Per caso c’è un rischio monarchico in Italia? La sciatteria lessicale di questo modo di esprimersi è tale che si usa “repubblicano” per intendere “costituzionale” o forse “antifascista”.  La sciatteria istituzionale invece denomina come “repubblicana” oppure “costituzionale” un’ alleanza che non ha come ragione fondativa la riproposizione di un Comitato di Liberazione Nazionale 2022  – alias tutti coloro che non stanno coi post fascisti. Anzi, ognuno gareggia da solo, in un’allegra corsa verso il precipizio. Quindi a sciatteria si somma sciatteria.

La grande ammucchiata/accozzaglia vs. coalizione di programma
S
i tratta dello stesso aggregato, visto e descritto rispettivamente da chi non ha potuto farne parte, o da chi è riuscito a ritagliarsi uno spazio al suo interno. Chi non ha potuto farne parte descrive l’agglomerato come una gang-bang di fanatici che, dopo aver descritto i loro avversari come abitanti di Sodoma e Gomorra, scoprono adesso assieme a loro le gioie dell’ omo o bisessualità. Chi è riuscito ad entrarci invece passa le giornate a derubricare le proprie passate fatwa a episodi di buffo folklore caratteriale, esaltando il sistema di “valori comuni” che affratella i Caino e Abele di una volta, foss’anche due settimane orsono. Essendo caratterizzate entrambe le definizioni da un’analoga ipocrisia descrittiva, accadrà ancora che un integralista duro e puro si trasformi in un neo seguace dell’amore libero. Sotto questo profilo, rischia di brillare per linearità chi si richiama alla trinità Dio, Patria e Famiglia: anche se è divorziato, o non si è mai sposato, e ha figli concepiti fuori dal matrimonio, l’incoerenza tra le sue scelte personali e i principi dichiarati è storicamente acclarata, al punto da apparire come una sorta di paradossale coerenza, alla maniera del musulmano osservante che oltrepassa il confine dello Stato islamico per andare a puttane ubriaco di gin.

Populisti vs. persone serie
“Populismo” indica in origine un movimento politico russo dell’inizio xx secolo, antizarista e mirante all’instaurazione di una società socialista rurale. La parola deriva dalla traduzione in inglese di narodnicestvo, vocabolo russo. Cito dal sito dell’Accademia della Crusca: “All’inizio del Novecento i due termini passarono dall’inglese all’italiano, diventando populismo e populista; si diffusero, in particolare, dopo la seconda guerra mondiale, quando furono adoperati per qualificare il tipo di politica attuata da Juan Domingo Peron in Argentina dal 1946 al 1955: da allora in poi le due parole hanno indicato in senso spregiativo l’atteggiamento di chi da una parte esalta in modo velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi, dall’altra cerca di conquistarne il favore con proposte irrealizzabili ma di facile presa: cioè, come si dice, demagogiche. …”.

Alcuni politici affermano di ergersi ad argine contro i due populismi, uno di destra e uno di sinistra. Costoro si accreditano come quelli che fanno proposte serie contro i populisti che fanno promesse irrealizzabili. Non nutro alcun dubbio sul fatto che promettere di alzare la pensione minima a mille euro sia una proposta poco seria, soprattutto se fatta da uno che ha avuto 25 anni di tempo per attuarla e non lo ha mai fatto. Non ho dubbi che la cosiddetta flat tax sia irrealizzabile, oltre che profondamente ingiusta. Però poi sento i “seri” dire che ci vuole un rigassificatore a Piombino, altrimenti quest’inverno restiamo tutti al freddo. Mi informo su quanto tempo, ottimisticamente, occorre per renderlo operativo, e il ministro della Transizione Ecologica dice “dai 12 ai 18 mesi”. L’inverno prossimo inizia fra quattro mesi. Sento i “seri” proporre di abolire Irap e Ires. Ma una finanzia il Servizio Sanitario Nazionale (per finanziare il quale in cambio dovremmo indebitarci con il MES), l’altra comunque garantisce entrate fiscali di rilievo. Sento i “seri” premere per fare un inceneritore a Roma dopo aver firmato un programma di governo che diceva stop agli inceneritori. Scendendo nel triviale, ho visto un “serio” firmare un patto elettorale (scritto da lui) nel quale c’era scritto che l’altro contraente avrebbe firmato patti anche con altri. Quattro giorni dopo, lo stesso “serio” ha ritirato la sua firma lamentandosi che l’altro contraente aveva firmato patti anche con altri. Allora mi domando: quali sono i populisti?  Chi accusa di demagogia gli altri è sicuro di non essere come il bue che dice cornuto all’asino? La patente di serietà si attribuisce su basi fisiognomiche, censuarie, residenziali (chi abita ai Parioli è serio, chi sta al Prenestino è un populista, oltre che uno sfigato)? 

PS
Michele Ronchi Stefanati chiede di esprimersi sulla sua proposta: “togliere il quorum dai referendum (in modo da favorire la partecipazione) e metterlo alle politiche (in modo che risultino non valide e dunque da ripetere quando non rappresentative di almeno il 50% degli aventi diritto).” Sui referendum: già lo strumento mi sembra abusato. Se gli togli il quorum favorisci in teoria i favorevoli al quesito, per cui i contrari potrebbero opporsi solo andando a votare “no”, anziché avere anche l’opzione di stare a casa facendo mancare il quorum stesso.  Potrei essere d’accordo, a patto di introdurre il contrappeso di un maggior numero di firme da raccogliere: 750.000 anziché 500.000. Sull’introdurre un quorum di validità alle politiche: col 50% comunque sarebbero valide (alle ultime politiche ha votato quasi il 73% degli aventi diritto). Introdurre un quorum maggiore  – tipo che deve votare almeno il 60% degli aventi diritto – mi sembra addirittura più hard dell’idea, che a volte accarezzo nei momenti di sconforto, di sottoporre i cittadini a un test preliminare di accesso al voto. In conclusione: apprezzo lo spirito, ma per ottenere lo scopo si dovrebbe introdurre un quorum altissimo. Mentre è facile peggiorare le proposte politiche con cattive leggi elettorali, trovo illusorio cercare di cambiare i partiti per via regolamentare.


Commenti (2)

  • Sacrosante e “leggere” considerazioni per descrivere un quadro a dir poco avvilente. Vorrei poter sorridere Nicola alla tua, come sempre, brillante disamina… ma non ci riesco e ormai vorrei solo fuggire da questo (bel?) Paese.

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L’autore

Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.
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