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La lunga marcia contro le discriminazioni di genere, razziali e generazionali

Tempo di lettura: 3 minuti

di Roberta Trucco

“Questa è una lotta tra una generazione giovane, diversa, femminista, contro una minoranza maschile, bianca, vecchia, disperata, che si aggrappa al potere”. E’ l’incipit di un articolo molto interessante scritto da Jessica Valenti sul Guardian dal titolo ‘Il dibattito sulle armi è una guerra culturale. E i giovani la vinceranno’.
La tesi, molto ben argomentata, è che oggi le contraddizioni di un patriarcato esacerbato dalle impellenze capitaliste stanno deflagrando. Non sfugge più agli occhi di molti, in particolare dei giovani nativi digitali che hanno accesso a molte informazioni provenienti da diverse fonti, l’arroganza di pochi, maschi, bianchi appartenenti a certe élite.
Alla marcia “in difesa della nostra vita” del 24 marzo scorso, organizzata da un movimento di giovanissimi, promossa per rivendicare il diritto a una regolamentazione dell’uso delle armi dopo la terribile strage di adolescenti nella scuola a Parkland in Florida, spiccavano slogan del tipo “Dovrei scrivere il mio saggio universitario, non le mie ultima volontà”, “Le pistole hanno più diritti della mia vagina”, “L’abbigliamento delle ragazze a scuola è più regolamentato delle armi in America”.
Nell’articolo la giornalista riporta che “solo il 3% degli americani possiede metà delle armi che si trovano in America”. E quel 3% non sono chiunque. Secondo uno studio fatto ad Harvard pubblicato su ‘Scientific American’ di questo mese, la persona che con maggiore probabilità accumulerebbe armi negli Usa è un anziano, maschio, bianco proveniente da un’area rurale conservatrice. “Una ricerca allarmante mostra che sono motivati ​​dall’ansia della razza e dalla paura di perdere la loro mascolinità”, continua Valenti e aggiunge: “Uno studio della Baylor University del 2017, ad esempio, ha scoperto che l’attaccamento degli uomini alle armi da fuoco deriva spesso da guai economici e dalla paura di perdere lo status di “capofamiglia” tradizionale”.

C’è un filo ormai, neanche più tanto invisibile, che lega il dibattito sulle armi alle questioni di discriminazioni di genere, razziali e generazionali. Il secondo emendamento della Carta Costituzionale degli Stati Uniti d’America dice che: “Essendo una milizia ben organizzata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. Sembra, alla luce delle tragiche stragi nelle scuole americane degli ultimi 15 anni, contraddire il senso stesso di Stato Libero. Libero per chi?
I cambiamenti delle nostre società ci obbligano a una riflessione profonda. È sempre più evidente che le carte costituzionali su cui sono scritti i fondamenti per una sana convivenza tra le persone che vivono in una stessa comunità non tengono conto della spaventosa accelerazione nel cambiamento sociale. Le leggi, il cui punto di riferimento è sempre la carta costituzionale, oggi sembrano fatte esclusivamente a beneficio di una minoranza di pochi, per lo più maschi bianchi, a scapito di una maggioranza fatta di giovani, bianchi e neri, di femministe/i, la cui diversità di estrazioni culturali diventano un collante e un punto di forza e non più una debolezza. La libertà solo teorica, vessillo del capitalismo, si rivela in tutta la sua fallacia e la democrazia che si fonda su un concetto ideologico di libertà e autodeterminazione, vacilla. Ma questo è un fenomeno solo americano o la contraddizione potente e innegabile della strenua difesa di un concetto di libertà individuale, astratta, neutra e non calata nella realtà di tutti i giorni riguarda tutte e tutti noi e tutte le democrazie occidentali?

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