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Da: Giorgio Fabbri

“Sono stato fascista e non me ne vergogno”. Andrea Camilleri, poco piu’ che ragazzino, scrisse a Benito Mussolini per chiedere di partire volontario in Africa. Alla fine degli anni Trenta, alla vigilia prese carta e penna e dalla natia Porto Empedocle (Agrigento), mando’ una lettera al Duce facendogli presente il suo desiderio di partecipare alla guerra in Abissinia. E’ stato lo stesso scrittore, da poco scomparso, a rivelare questo suo “peccato” di gioventu’ durante un affollato incontro alla Fiera del Libro di Torino nel 2000,dove fu ospite d’onore. E partecipò anche, a Firenze nel 1942, a un convegno della gioventù nazifascista, nel corso del quale parlò Baldur Von Schirach, capo della Hitlerjugend.

Eppure,in tutti gli articoli e i servizi dedicati a Cammilleri, nessuno ha parlato del suo “peccato di gioventù”.

Mentre i trascorsi di sinistra dei personaggi celebri vengono ricordati senza problemi ( e a volte citati come titolo di merito) c’è una sorta di inammissibile censura o di imbarazzo nel citare i trascorsi fascisti o più genericamente di destra, come se l'”egemonia culturale” di gramsciana memoria continuasse a esercitare il suo protervo dominio.

Nei servizi dedicati a Paolo Borsellino, ad esempio, nessuno ha ricordato che fu molto amico di Giuseppe Tricoli, esponente siciliano del MSI.Il giudice conosceva bene Tricoli perchè li aveva uniti la comune militanza nel FUAN (l’associazione degli studenti universitari che faceva capo al Movimento Sociale Italiano). Borsellino, fra l’altro, era a pranzo nella casa al mare di Tricoli il 19 luglio 1992, dove aveva lasciato la famiglia, quando fu ucciso nell’attentato di via D’Amelio.

E nel 1992 i parlamentari del MSI-DN votarono, non a caso, Paolo Borsellino come candidato alla Presidenza della Repubblica.

Anche su questi particolari è sceso il silenzio della nuova (si fa per dire…) censura.

Anche per gay o trans ci sono dei problemi. Ho visto in TV un bel servizio su Giò Stajano : ma chi lo ha curato si è ben guardato dal dire che era parente di Achille Starace, come se tale circostanza ne oscurasse la figura.

Pure Giorgio Ambrosoli (l'”eroe borghese”) è stato censurato. Ambrosoli era convinto monarchico. Nelle sue lettere scrive di aver conosciuto la moglie nella sede milanese dell’U.M.I. (Unione Monarchica Italiana) e di ricordare gli ideali che lo avevano portato a militare in quella associazione (che non era un partito ma raccoglieva coloro che, al di là delle scelte politiche, preferivano la forma istituzionale monarchica rispetto a quella repubblicana).

Ebbene, non ho ascoltato neppure una mezza parola sulle simpatie sabaude di Giorgio Ambrosoli, che chiamò il figlio Umberto (poi candidato della sinistra – ironia della sorte – alle elezioni regionali lombarde) in onore dell’ultimo Re d’Italia.

L’elenco potrebbe essere lungo. Anche Totò era monarchico (per aver detto “Viva Lauro” in TV fu a lungo tenuto lontano dagli schermi della TV di Stato), mentre simpatizzavano per la destra – tanto per fare qualche nome – Aldo Fabrizi,Peppino De Filippo e Mario Castellacci (chi non ricorda l’accoppiata “Castellacci & Pingitore) che al riguardo scrisse un libro significativamente intitolato “La memoria bruciata”.

E l’elenco sarebbe molto lungo : da Walter Chiari a Lelio Luttazzi, da Giorgio Albertazzi a Fiorenzo Magni, da Nino Benvenuti a Riccardo Garrone…

E pure Giorgio De Chirico non è sfuggito alla censura…

Ora io mi chiedo : che male c’è ad essere stati, nella vita o anche solo in gioventù, sostenitori o simpatizzanti della destra?

Perchè ancor oggi, nel 2019, ci deve essere imbarazzo o pudore nello scrivere che certi personaggi non erano allineati nè con il centro nè con la sinistra?

Qualcuno scrisse che c’è qualcosa di peggio della censura : l’autocensura. E forse aveva ragione.

Penso che saremo finalmente liberi quando si potrà dire e scrivere, senza imbarazzi ormai fuori tempo, che Il tale scrittore o il tale artista hanno avuto sentimenti o idee di destra, senza che ciò appaia come una macchia che è opportuno cancellare dal passato di chi non c’è più e non può più parlare per spiegare o difendere le sue scelte o i suoi orientamenti.

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