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“Impegnarsi per cambiare le cose”. Il testamento di Falcone

LA MEMORIA
“Impegnarsi per cambiare le cose”. Il testamento di Falcone

strage-capaci
Tempo di lettura: 4 minuti

Per non dimenticare: 23 maggio 1992-23 maggio 2015
“Arjuna tu che cosa sei?”
“Un guerriero”
“E qual è il dovere di un guerriero?”
“Combattere”
“Ecco allora tu combatti, non te ne deve importare niente se vinci o se perdi, se sei dalla parte giusta o se sei dalla parte sbagliata, meno che mai ti deve importare di quali saranno le conseguenze ultime delle tue azioni perché a te non compete governare il mondo, a te compete soltanto, come ogni altra creatura, di fare al meglio delle tue capacità quello che ti è toccato in sorte di fare: gli dei guideranno il mondo”.

Questo è il dialogo fra Krishna e Arjuna nel Mahabharata, ci sono persone che come quel guerriero induista hanno rischiato e dato la vita per fare al meglio ciò che gli era toccato in sorte di fare. Giovanni Falcone alla domanda di un giornalista di Rai Tre che gli chiede: “Lei vive in sostanza blindato, ma chi glielo fa fare?”, risponde molto semplicemente “Soltanto lo spirito di servizio”.
Sono trascorsi 23 anni da quel 23 maggio a Capaci, quando l’ordigno nascosto dalla mafia sotto il manto dell’autostrada, su commissione di potenti mandanti rimasti ancora nell’ombra, ha tolto la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca e agli agenti di scorta Di Cillo, Montinaro, Schifani.
“Che le cose siano così non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.
La memoria non deve essere pura retorica che celebra un lontano ricordo, ma un vivo monito, un pungolo all’azione per le nostre coscienze.

Intervista a Giovanni Falcone
“La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e una fine, bisogna impegnarsi in questa battaglia” [vedi]

Video animazione della strage di Capaci [vedi]

“Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. Si ha l’eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi “omicidi eccellenti”, non si potranno fare molti passi avanti. Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati. Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all’impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia. Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile”.
Giovanni Falcone
(abstract da un articolo pubblicato postumo il 31 maggio 1992, fonte: www.libera.it)

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