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‘Be legend’: la messinscena della violenza è una violenza sui piccoli attori

PUNTO DI VISTA
‘Be legend’: la messinscena della violenza è una violenza sui piccoli attori

da: Davide Della Chiara

Può apparire estrema ma è la sensazione che si ha (che io ho avuto) al termine dello spettacolo “Be legend” della compagnia Teatro Sotterraneo in scena ieri al Teatro Comunale di Occhiobello. La formula appare interessante nella sua presentazione “tre bambini fanno finta di essere dei personaggi famosi da piccoli” (credo che più o meno dicesse così il foglio di sala… l’ho buttato appena uscito). Dividiamo questo scritto in due parti, quella teatrale e quella pedagogica. Cominciamo da quella teatrale. Per tutto il tempo mi sono chiesto chi erano quelle due figure attorno al bambino. Di volta in volta venivano presentati ruoli diversi, ma sempre a metà. Intuivamo le motivazioni grazie a movenze e codici stereotipati, ma senza arrivare mai percepire il nocciolo dell’urgenza di quelli che sarebbero dovuti essere i vettori trainanti del comportamento dei vari personaggi, la protettrice del principe, il soldato, l’amico ebreo e via dicendo. Anche nella maniera di interazione diretta col pubblico avevano un approccio perfetto, tecnico che rimandava a quegli ottimi animatori da oratorio che sono in grado di spiegare alla perfezione un gioco ad una platea di 60 bambini, attenti a non farsi sfuggire un emozione, pena l’ammutinamento. I tempi dei tre personaggi sembravano calcolati bene e si vedeva un bagliore, di tentativo, di ricerca di gioco con i vissuti dello spettatore. Quest’ultimo però nel frattempo aveva preso ad odiare se stesso per non riuscire a capire o divertirsi abbastanza e tutto il tempo si chiedeva come dovesse reagire. Ha toccato il pubblico, lasciandolo interdetto? Una fertile provocazione? Non era questa l’impressione che si aveva al termine, ma questo lo vedremo meglio più avanti. Va reso il merito agli attori per il duello nell’episodio di Giovanna d’Arco, sublime. Importante anche la collocazione delle proiezioni, potevano essere una chiave di lettura di uno spettacolo che aveva chiare le sue ragioni d’essere.
Ma veniamo alla lettura pedagogica. Erano proprio necessari i bambini? Veri? A cosa servivano? A richiamare il pubblico? Ad avere una platea formata per metà dai familiari? Una platea protettiva, perché ad un certo punto l’unica ragione per cui non mi sono alzato inveendo contro gli attori è stato il pensiero dei risvolti che una simile azione avrebbe potuto avere nell’esperienza dei bambini coinvolti. Va bene Hillmann, il Daimon e la sperimentazione, ma la responsabilità di aver fatto vivere a questi bimbi un’esperienza così controversa su che basi se la sono assunta? Neanche avendomi fornito una guida precisa sull’approccio avuto nei confronti di questi sfortunati bimbi, mi avrebbero convinto che quella a cui abbiamo assistito ieri non è una forma feroce di violenza. Parlo di violenza perché a questi sono state chieste delle cose, di fare e dire delle cose, molto forti ma a nessuno era chiaro il perché. D’accordo Hillmann, a noi adulti può tornare, ci può interessare, possiamo rimanerne colpiti e perplessi. Ma a loro era chiaro? O gli hanno spiegato per filo e per segno chi erano Jung e Hillmann e cos’era la psicologia analitica, gli archetipi ed il percorso di individuazione, ma da Piaget sappiamo che la loro forma mentis ancora non gli avrebbe permesso di astrarsi a quel punto. O gli hanno chiesto di fare così e cosà perché tanto è solo un gioco e tutti si divertiranno, ma questo è falso. Ad esempio tappano le orecchie ad una bambina mentre in sottofondo va l’audio della scena in cui la sorella di Giovanna d’Arco viene uccisa e poi violentata, nel film di Besson. Oppure Amleto sfoglia il testo tradotto di una canzone deprimente dei Radiohead (cazzo per quelle robe c’è la pubertà, l’adolescenza … perché sono in mano ad un bambino che è ancora in un’altra fase, Rosseau avrebbe fermato lo spettacolo). Oppure il piccolo Adolph Hitler chiede al pubblico di farlo fuori ed in molti dicono bang (so poi che solo a Parma nessuno ha detto bang, e allora?). Io non sono incline ad accettare di far vivere delle esperienze del genere a dei bambini neanche se ci fossero alla base delle ragioni d’acciaio. Non che non si possano fare degli spettacoli di prosa, poco adatti ai bambini, avendo come attori dei bambini, questo è possibile purché vengano rispettati i processi di pensiero legati alla loro età. Ma il problema più grande è il perché. Niente giustifica la scelta, non c’è una linea chiara, le trovate non sono divertenti e quando non inorridivamo ci annoiavamo, e quando non ci annoiavamo cercavamo di sorridere a quelle potevano avere l’apparenza di trovate comiche, ridavamo per pietà verso quei bimbi i quali almeno si sarebbero portati via il ricordo di una serata più o meno divertente. Ridevamo nella speranza di un finale rivelatore che avrebbe contestualizzato tutto. Un finale che non è mai arrivato.
In fondo il teatro è un gioco ma non è solo un gioco e questo va spiegato al Teatro Sotteraneo prima di tutti. Questo esperimento va interrotto.

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