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Descensus ad Inferos: un normale viaggio tra le stazioni italiane

LA NOTA
Descensus ad Inferos: un normale viaggio tra le stazioni italiane

inferi
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Si parte un po’ tesi ma baldanzosi per la due giorni torinese ad inaugurare i tesori canoviani esposti alla Biblioteca Reale di Torino. Aria di tempesta imminente. L’autista che ci conduce al Freccia Rossa a Bologna con voce chioccia qual novello Cerbero mi spiega i vantaggi di approdare con il piccio legno (in realtà spaziosa auto sbrilluccicante) alla bocca degli Inferi: il Kiss & Ride. Perplesso non so coniugare il bacio con una cavalcata o giostra ma son rassicurato dalle ampie spiegazioni sulla nuova struttura che permetterà di scendere a 7 metri di profondità, di scaricare le anime dei dannati indi questi ultimi purificati dal viaggio al ritorno potranno riveder le stelle. Ma attenzione! Seguir i comandi e le istruzioni e non fare come lo sventato Orfeo che si volse indietro. Seguir le Leggi. E più non dimandare.
Silenziosamente s’approda in un lungo tunnel che vede davanti i taxi e dietro le auto a noleggio. Mai sbagliare postazione se no si rischia di essere inesorabilmente lasciati nel luogo d’attesa e di scarico.
Buio d’inferno ci accoglie entro immani pareti grigie che centuplicano lo scalpitare ritmato dei passi di chi s’avvia verso lunghissime scale mobili che inesorabilmente ci conducono al girone assegnato: binario 16!
E s’arriva al terzo girone/livello.
Qui stridor di freni e annunci di tormenti atroci (minuti o ore d’attesa) beffardamente sono commentati “Ci scusiamo per il disagio”. Come sulla ripa del fiume infernale la banchina che costeggia il binario non dà possibilità di sosta. Proibita qualsiasi tipo di seduta. E non importa se vecchi, bambini, umanità dolente stracarica di bagagli chiede, invoca un riposo, inesorabilmente si è ricacciati al secondo livello appena lasciato. E “più non dimandare”.
Sottili ondate d’angoscia si propagano tra il mio ansiolitico procedere e quello esitante della mia fedele compagna. Stremati allora decidiamo di andare a lavarci le mani. Misericordiosi cartelli in blu-speranza indicano le note icone di lui e di lei accompagnate da frecce misteriose in su e in giù che non portano ad alcun conforto di luoghi noti e frequentati. Infine, una porta indica senza ombra di dubbio che dietro di essa starà l’agognato camerino che pur non d’alabastro come quello che Alfonso I d’Este si fece costruire a Ferrara per custodire i suoi tesori artistici, ma di solido e grigio cemento ci conforterà e ci premierà della ricerca. Apriamo dunque e di fronte a noi si presenta un muro… del pianto. Certi d’avere infranto le leggi d’Averno smarriti e attorcigliandosi sull’orlo del pianto ci rivolgiamo a un guardiano dal volto amicale che con uno stanco segno del dito ci indica una picciola rientranza dove baciata da un’intensa luce s’apre la porta aurea immediatamente contesa da una piccola folla di angeli pulitori che corrono a chiudere l’agognato varco ma noi, con balzo felino, riusciamo a conquistarci il “loco [non] di delizie pieno” e raggiungere così la mèta delle mani lavate. Passano frattanto i tristi tempi dell’attesa e imbocchiamo il terzo livello. Ma qui commettiamo un errore fatale. Sventatamente sicuri che le postazioni delle carrozze siano sempre le stesse, attendiamo con fiducia presso la carrozza 8 di Italo adorno di strisce confortanti: “Smart” “Extra smart”, “De luxe” quasi fossimo al New Cataract di Luxor al tempo di Agatha Christie. Mal ce ne incolse. Arriva la nostra Freccia rossa e ovviamente la carrozza 8 è esattamente postata all’altro capo della banchina. Pazientemente saliamo e ci accasciamo sulle rigide poltroncine mentre una selva di qualsiasi tipo di smart (phone et similia) freneticamente digita, fotografa, immortala l’ultimo istante prima dell’uscita dall’infero loco. Una tempesta d’acqua ci accoglie minacciando ancora la nostra stremata resistenza poi a Rho un timido raggio di sole ci accoglie nelle terre promesse dell’Expo. Sfilano padiglioni e torri invasi dai turisti che senza soluzione di continuità scendono dal treno e imboccano i viali elisii della felicità raggiunta intonando i sacri versi di Montale:

“Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.”

Ancora un balzo poi si approda dolcemente al terminal torinese di Porta Nuova. Baldanzoso m’avvio alla ricerca dei taxi che secondo le indicazioni sarebbero dovuti essere fuori dalla stazione. Invano. Ancora dopo 11 anni di lavori (parola di taxista) la fila è ancora di fronte alla stazione. E quindi via verso l’albergo più antico della città dove soggiornò Mozart e dove avremmo fruito del riposo dei giusti. Un cortese adepto ci avverte che la stanza “purtroppo” non sarebbe stata pronta che alle 15 mentre la carta indicava le 14.

Non ci resta che tuffarci nel cibo piemontese consci che sarebbe stato un errore fatale abbuffarci di cibo. Ma “più che il dolor potè il digiuno”. Così dopo la nostra esperienza infernale s’apre la fiorita strada delle meraviglie canoviane. Potenza dell’arte che tutto placa e, secondo l’augurio del poeta Montale ad Esterina che compie vent’anni, il miracolo sia per tutti noi viaggiatori e lettori questo:

“ecco per te [per noi] rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca percossa!;
io prego sia
per te [per noi]concerto ineffabile
di sonagliere.”

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