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L’orco dei libri e le contumelie nostrane: cronache sconsolate dai Lidi

LA NOTA
L’orco dei libri e le contumelie nostrane: cronache sconsolate dai Lidi

Con il vento che spazza via dal mare e dalla spiaggia il popolo dei bagnanti e fa volare i pacchi, le sporte e i carrelli del secondo popolo dei migranti non resta che meditare sulle magnifiche sorti e progressive delle nostre vicende politiche provinciali e nazionali. Tengono banco scandali e rese dei conti tanto che nei quotidiani il conflitto Grecia-Ue e il Grexit sono inesorabilmente respinti in pagine meno squillanti e meno giornalisticamente appetitose.
Tra mangiarini, eventi, feste e concerti la città ha brividi e sussulti nel leggere delle contese ariostesche tra il sindaco Tagliani e l’ex assessore Marattin duellanti in una vicenda che inesorabilmente rivela la progressiva renzizzazione del nostro sistema politico-amministrativo mentre all’orizzonte appare il felpato Salvini.
E, come Astolfo sulla luna, ci chiediamo dove sarà il senno d’Orlando mentre l’eroe che mi ostino a credere il vero progenitore della stirpe estense in luogo del legittimo Ruggero più moscio affannosamente cerca i forzieri ferraresi desolatamente vuoti della sua banca di riferimento e contempla i protagonisti francobollizzati nelle fotine debitamente in prima pagina dei giornali locali. Poi ancor più disperato cerca la fata Venezia che, come scrive il grande storico Adriano Prosperi, non riesce a impedire che il suo Sindaco-Orco cacci dal regno dei libri per bambini le belle storie che ora giacciono sulla luna dentro un’ampolla chiusa come il senno di tante persone e soprattutto di quello che compie un simile misfatto: l’orco Brugnaro.
Astolfo resterebbe volentieri sula luna ma sa che i suoi padri letterari disapproverebbero questo ritiro dalle responsabilità della testimonianza. Lo impongono padri che si chiamano Ludovico (Ariosto) o Italo (Calvino).
Il vento frattanto porta e diffonde aromi non sempre consoni al mare: fritto misto denominato rigorosamente di paranza, piadine con ripieni di fantasia o lo scoglio degli spaghetti.
Fossi uno snob (ma in fondo chi non lo è?) rimpiangerei estati versiliesi rigorosamente ritmate dalla deità del luogo: la bagnina, arbitra indiscussa dei regolamenti di spiaggia che andavano dal tono da assumere nel comportamento, alla musica tenuta in decibel accettabili, fino al lavaggio dei costumi che alla mattina sventolavano lavati e pronti ad essere indossati. Qui invece l’enorme distesa della landa sabbiosa invita a pensieri grevi più che gravi. Un futuro incerto per i giovani che qui si maschera nella terribile musica sparata a tutto volume che fa ancheggiare le jeunes filles en fleur, tra sibili di esse trasformate in zeta, non sulla proustiana spiaggia di Balbec ma sulle dune spianate dalle ruspe su cui si ergono, terribile monito all’imprevidenza, mostruosi condomini semivuoti o in stato d’abbandono.
Il viale principale offre nel lento passeggio serale una serie di ossessivi “sconti” e “saldi” che occhieggiano dalle vetrine ma non eccitano più l’interesse delle signore forse in parte appagate dalle compere proibite sulla spiaggia.
In libreria maestose distese di libri gialli e noir e miracolo! i classici a prezzi di saldo ma che restano sugli scaffali. Anch’io mi distraggo da letture più impegnative che tuttavia mi aspettano al ritorno e m’immergo nelle quasi duemila pagine della trilogia del Novecento che un autore famoso ha deciso di raccontare con un esemplare dosaggio di sesso, politica, spionaggio; gli ingredienti che lo hanno reso famoso nel mondo che ora imperano ovunque.
Guardo intorno e non trovo più una presenza familiare fino a pochi anni fa: le aste che attiravano curiosi e appassionati e che riuscivano a smerciare i petits maîtres ferraresi. Era una forma di rispetto per la cultura tristemente scomparsa con quelle forme di agio piccolo borghese tanto care, e giustamente, ai miei concittadini.
Quando si legge delle vicende di Carife il pensiero corre a una specie di vocazione alla distruzione che può chiamarsi anche vanità o ingordigia. Come è possibile che l’Istituto di riferimento della città che nel campo della cultura tanto ha fatto per la città, dalla splendida collana dei volumi sulla storia dell’arte della nostra città e del territorio alla quadreria, al progetto di realizzare un legame tra la storia cittadina e quella nazionale sia finito così miserevolmente?
Sembra quasi che si avveri una tesi molto cara agli studiosi ottocenteschi, che cioè le arti e la cultura fioriscano più agevolmente nei momenti di decadenza in cui è possibile s’instauri una forma di dittatura politico-economica.
Sarà vero?

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